IL VAGABONDO DELLE STELLE
Nella definizione inventata da un bambino, secondo cui la memoria è quella cosa con cui si dimentica, c’è un quid in più di quel granello di verità che s’annida anche nelle cose sbagliate. Se riuscire a dimenticare è segno di sanità mentale, il ricordare senza posa è segno di ossessione e follia
(Jack London, Il vagabondo delle stelle)
Il vagabondo delle stelle sta sequestrando il mio tempo libero. Lo fa come tutti i libri che ci seducono, silenziosi ma ostinati compagni dei nostri giorni.
Darrel Standing, prigioniero prossimo all’impiccagione, viene costretto – per punizione – a ripetute torture con la camicia di forza. E lui, lui impara a lasciare il suo corpo aggirandosi fra le stelle in cerca delle sue vite precedenti.
Tramite una piccola "morte" la coscienza si dilata approdando in luoghi lontani nello spazio e nel tempo.
Il talento narrativo di Jack London, maestro indiscusso, crea percorsi magici in epoche storiche molto diverse fra loro, in cui l’Io del protagonista si frammenta in molteplici personalità che tuttavia appartengono alla medesima fonte.
Romanzo affascinante, bizzarro, ormeggiato sulla finzione letteraria che però attinge alla filosofia, Il vagabondo delle stelle esplora il mistero della reincarnazione, delle vite che forse attraversiamo nell’illusione della materia – come scrive London nel libro – che ci inganna con le sue periture forme distraendoci dal fuoco vitale che anima la nostra eternità.
Certo è che il viaggio del protagonista, in cerca di sé stesso nell’universo, è lo stesso viaggio che gli esploratori dell’anima amerebbero fare.
PIOGGIA
Neanche la pioggia ha così piccole mani.
(Tennessee Williams)
Sì. Le mani della pioggia sono sottili. Si fanno schiaffo o carezza nei giorni uggiosi dei nostri destini.
Amo la pioggia quando batte sul vetro del mio salotto. Ne disegno il profilo con il dito, seguendo i rivoli che come fiumi in disordine scorrono via. Il suo rumore penetra la mia pelle mischiandosi al sangue. Accade tutte le volte in cui la malinconia è benedizione, apertura verso altri luoghi sui quali la pioggia batte senza cadere.
Nei giorni di cielo grigio, gravido di nuvole che gonfiano pensieri e umori, sento di voler bene all’inverno.
Anche se allontana il riso infantile dei giorni estivi, avvicinandoci invece alle nostre profondità.
Eppure, eppure la pioggia solleva, accarezza, trasforma. Suggerisce la ciclicità dell’acqua che cade dal cielo e al cielo ritorna in una mutevolezza di forme che sconfina negli spazi più arcani.
Ed è vero, è vero che alcune persone hanno mani piccole come la pioggia. Mani capaci di entrare dentro, di infilarsi dappertutto, capaci di trafiggere con delicatezza e pudore.
Mani che scivolano sulle nuvole per accarezzare ogni sole.
ISTANTI
Istanti. La vita è fatta di istanti. E noi, noi sempre in ritardo o in anticipo rispetto a quell’attimo.
E così andiamo avanti perdendo di vista l’attimo in cui l’universo è uguale a sé stesso, cioè infinito.
Tra passato e presente, attese e ricordi, lasciamo che il Tempo abbandoni la curva per distendersi nello Spazio.
Procediamo attaccati alla permanenza, soffiati come fragile vetro, oscillanti come foglie in autunno. Pesanti e leggeri allo stesso tempo, inseguiamo la vita, le corriamo dietro, oppure avanti, mentre lei si prende gioco di noi.
In fondo, tutto, sempre, si gioca sul filo di un istante.
E’ in un istante che ci fa perdere tutto. Ed è sempre in un istante che ci regala tutto.
Mi piace seguire il disegno d’ali degli uccelli nel cielo. Geometrie che cambiano repentine, formando sigilli arcani subitamente rimodellati, e ancora, e ancora.
Senza posa.
Così è la vita, penso. Somiglia a quei disegni mobili in cui in un istante si modifica il verso, la direzione.
Cielo pieno, cielo vuoto. Cielo terso, cielo opaco.
La vita prende e dà, come un’onda sulla sabbia che torna e scompare.
Per questo siamo così ridicoli aggrappati come scimmiette all’albero della nostra certezza.
Basta un istante, un momento soltanto, e le convergenze del destino recheranno gioia o dolore, pieni o vuoti nell’esistenza.
Come ieri, come quando in un giorno qualsiasi la vita un ragazzo qualsiasi, durante una trasferta qualsiasi, esplode su una pallottola. Non mi interessa, qui, discettare su ciò che è accaduto, sulle colpe e le negligenze. Mi interessa l’attimo, l’istante in cui qualcuno non ha più avuto nulla, in cui una famiglia si è ritrovata mutilata di un figlio e un altra distrutta dal gesto avventato di un altro figlio.
Mi sono ritrovata a pensare che immaginiamo sempre tutto a compartimenti stagni. La mia mente ha invece posizionato tutte le seguenze in uno schermo ipotetico, sequenze in cui contemporaneamente si muovono e agiscono i portagonisti della vicenda (le madri in vacanza, i poliziotti fermi in auto, la famiglia dei poliziotti che sta passando una banale domenica, il fratello del ragazzo ucciso che a Roma pensa magari alla cena della sera, gli amici dispersi tra stadi e pomeriggi d’ozio….).
Non sono mai separate, le vite nostre. Vederle tutte assieme, anche solo immaginandole, cambia la percezione, trascina in luoghi arcani dove le Moire tagliano e cuciono.
Soprattutto, ci fa rendere conto di come un istante modifichi per sempre la traiettoria di molte esistenze.
Se solo capissimo di essere meno separati gli uni dagli altri, se solo…
Ma siamo qui, a inseguire il passato e il presente come fossimo unici, come se il mondo ruotasse intorno al nostro sole, immersi nella galassia dei nostri attaccamenti.
Eppure alcune volte ci fermiamo e pensiamo al dono segreto di quegli istanti che tutto possono costruire o distruggere.
In fondo la dea Kalì danza sul mondo, e con la sua danza distrugge e crea. Come fanno quegli istanti.
Ecco perché rendersene conto è forse importante.
Ci fa sentire piccoli, insignificanti. Ma anche aperti a ogni possibilità e misteriosi. Un po’ come i sogni.
I GIARDINI DELLA MORTE
I cimiteri sono luoghi strani. Stanno sulla soglia di un altro mondo, ne radunano i cittadini contandone fotografie e date di nascita e morte.
Lontani dai rumori delle nostre città, chiedono ancora l’esercizio di un silenzio difficile.
Lì, la morte sbatte le sue ali ricordandoci la finitezza della nostra parabola umana che altrimenti vedremmo estesa fino ai confini di ogni universo.
Peccato che i cimiteri di oggi somiglino sempre più alle nostre metropoli, con le loro costruzioni a più piani erette verso un cielo indifferente a quel tipo di "salita".
Cittadelle di marmo in cui gli uomini, anche da morti, si dividono i privilegi degli spazi migliori.
Ma non trovo, io, spazi migliori.
Anni fa, a Edimburgo, rimasi incantata da un cimitero. Le tombe erano lì, a contatto con la nuda terra, accarezzate dall’erba che cresceva sopra e intorno abbracciando chi lì giaceva, con i suoi resti mortali, per sempre. La natura prevaleva. E non era una natura pettinata, organizzata, condizionata come quella che pretendiamo di gestire oggi, perfino nei cimiteri dove l’erba cresce solo là dove l’uomo decide. Ma la morte, la morte cresce ovunque, e non accetta le altrui decisioni.
Così, in quel cimitero, a Edimburgo, i morti sembravano vivere perfettamente in armonia con la natura.
Tornati alla terra, quella terra che è anche simbolo di umiltà, humus, troppo spesso sottoposta all’arroganza dei nostri cimiteri moderni, tesi alla verticalizzazione, alla conquista di condomini affollati di ossa che si sottraggono all’umidità cavernosa di quella Madre Antica che ci partorisce e ci accoglie di nuovo dopo la nostra avventura.
Come sono brutti, quei condomini.
A Edimburgo, vagavo attraverso le tombe nella penombra del bosco, l’orecchio teso ad ascoltare la meraviglia dei suoni appoggiati tra il silenzio e il canto degli uccellini. Poche fotografie sulle lapidi, scritte semplici. Il senso del sacro pervadeva quel luogo, e quasi tornare alla vita, alla folla delle strade principali, ai negozi scintillanti che vendevano i kilt, sembrava una forzatura, uno strappo indebito al tempo incantato di una sospensione tra un mondo fatto di cose e un mondo d’aria e di memorie.
Non ho mai scordato quella sensazione. Qui, nei cimiteri moderni, mi smarrisco. Li trovo tristi, artificiali come la società che rispecchiano.
Forse è per questo che non vado mai a trovare mio nonno, grande amore della mia esistenza, rigore e bontà, crogiuolo di dolore sul respiro della sapienza.
Non mi piace, la cittadella di morti in cui vive. Abita al secondo piano di un palazzo dedicato alla sua, alla nostra famiglia. Ma come vorrei che la sua tomba si trovasse in un prato, semisepolta dalle foglie, offerta come dono all’erba e al cielo.
Quando arrivammo tutti lì, dopo il funerale, gli operai iniziarono la sistemazione della bara, spingendola all’interno del pianerottolo a lei riservato e richiudendo l’ingresso con calce e mattoni. Stavo accucciata in ginocchio, come un bambino smarrito fra le gambe dei parenti che, muti, assistevano all’estremo sigillo. Ricordo le calze trasparenti di mia nonna, ricordo che alzai il viso seguendo i confini delle sue curve stanche trovandomi davanti a due occhi muti, a una tristezza così raggrinzita da non avere più acqua per gli occhi. Mia madre poggiava la testa accanto alla sua mentre entrambe fissavano gli ultimi ritocchi degli operai.
Quel rumore secco, metallico, non lo scorderò mai. Era più doloroso della morte stessa.
Quando avevo toccato mio nonno nella bara, prima che fosse chiusa, la sua mano di ghiaccio mi aveva impressionato ma l’impressione presto era stata scalzata dallo stupore per quel corpo immobile, con quelle narici fisse dalle quali non usciva più l’aria, da quell’aspetto irreale a causa del trucco che ne aveva fissato l’espressione rendendola per sempre immobile, tesa in una posa quasi da fotografia.
Mi sembrò che si muovesse. Solo un attimo. Poi tutto tornò immobile. E sentii che non era più lì. Sentii che il corpo senza la vita è solo una massa di materia inerte, prossima alla decomposizione. Pensai al serpente e alla sua muta. Pensai alla crisalide e alla farfalla. Ecco, lui era diventato una farfalla. Era volato altrove, in un tempo senza tempo.
Certo, le sue ossa sarebbero rimaste lì, al cimitero. Ma non lo cercai più in quel luogo.
Lo cercai altrove.
Ogni giorno la gente insegue e onora la memoria in questi cimiteri moderni, così brutti e lontani dagli arcani misteri che circondano la vita e la morte.
Quando non ci sarò più, vorrei tornare polvere, e vorrei che quella polvere fosse gettata nel mare che ho tanto amato. Non voglio stare in quei condomini così freddi.
E poi penso che in fondo non mi importa. Mi importa solo l’attimo in cui saprò come ho vissuto. L’attimo in cui saluterò con la manina la vita abbandonando ciò che ho creduto e saputo. L’attimo in cui ogni orpello svanirà per lasciare spazio all’essenza.
I cimiteri sono pieni di fiori. Poveri fiori, uccisi dalla loro bellezza. Vengono colti in continuazione per adornare la morte altrui, per rendere meno triste quell’assenza che la nostra vita crede inspiegabile.
Mio nonno non li voleva, i fiori. Diceva che erano troppo belli per morire raccolti da mani svelte e distratte.
Fu così che la sua tomba non ospitò mai nessun fiore a morire accanto alle ossa di chi deve omaggiare.
La sua tomba è piena solo dei ricordi d’amore di mia madre e dei suoi fratelli. Solo qualche piantina, ogni tanto, cerca di avvicinarlo a quella terra da cui i nostri cimiteri moderni ci hanno allontanato.
Non abbiamo bisogno dei fiori. Il fiore più bello è l’amore che abbiamo provato.
SILENZI
A volte le parole sono come la neve. Non fanno rumore. Rimangono sospese nell’aria, come un sussurro che insegue una memoria.
Cadono con leggerezza, si sciolgono nel ventre della nostra Terra interiore e scompaiono, e tornano, e scompaiono, e tornano.
Chi scrive a volte ha bisogno di spazi vuoti tra le parole.
In quegli spazi chi scrive appoggia lo zaino ai piedi di un albero, si siede stanco, affamati e assetato per il lungo viaggio.
Ci vuole ordine, respiro, tremore.
Abbiamo con noi la nostra bussola?
E la coperta per le notti in cui avremo freddo?
Trasciniamo simulacri o memorie piene di verità?
Quali parole lasciamo andare?
Quali invece vogliamo scoprire?
Nel silenzio la parola fa il pieno, in quel vuoto ritempra sé stessa.
E riparte. Riparte sempre.
LA MAGIA DI MERLINO
Merlino detta le sue poesie
Ho cent’anni. Un secolo è un’eternità da vivere e, una volta che lo si è vissuto, un pensiero fugace dove tutto – gli esordi, la coscienza, l’invenzione e la disfatta – si rapprende in un’esperienza senzza durata. Porto il lutto di un mondo e di coloro che l’hanno popolato. Sono l’unico superstite.
(Merlino, Michel Rio)
Merlino è una delle figure più belle del ciclo arturiano. L’ho sempre amato, find a quando vidi il meraviglioso Excalibur. L’ho amato nelle pagine dei romanzi medievali che ne narravano ascesa e declino, l’ho amato in ogni notte di Luna in cui la magia si specchia nel mondo terreno e scivola dolcemente sul dorso delle cose, dissolvendone gli argini.
Merlino racconta di un mondo pagano che fu, di un mondo in cui l’uomo viveva ancora a contatto con gli spiriti sottili degli elementi, abbracciando una natura da cui era a sua volta abbracciato, in un tempo circolare, incorrotto.
La sua sapienza è operativa, usa l’Acqua la Terra, il Fuoco e l’Aria. E’ lui a conoscere i destini del mondo. Ma anche lui, come ogni uomo, ha una debolezza. Sarà infatti Morgana a farlo inciampare, imprigionandolo, rubandogli la magia.
Non basta la sapienza del mondo, a salvarci. Corriamo incontro al nostro destino anche quando sappiamo che ci faremo male, attraversando i crinali dell’esistenza, facendoci spazio tra foreste di pietra che vorremmo trasformare in brezza.
Merlino conosceva il suo destino, ma non poté evadergli. Così doveva essere. E così fu.
E questa figura malinconica, che sussurra nelle foreste di un tempo che fu, vigilando sull’opera umana che nessun dio è riuscita a fermare, attende il tempo della dissoluzione affinché una nuova aurora si compia.
Merlino è incanto. Merlino è stupore. E’ il seme del bene e del male. Bagliore di ogni conoscenza e della sua fine. Magia degli invisibili mondi che abbiamo smarrito.
Nel suo sonno, il respiro ancora oggi si mescola al vento della foresta di Broceliande. Là dove l’uomo non osa ascoltare.
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