LIBERTA’
Non vale la pena avere la libertà se questa non implica la libertà di sbagliare.
(Gandhi)
Pensiamo sempre alla libertà immaginando gioia, appagamento, cieli tersi e volo d’uccelli.
Ma Gandhi dice bene.
Libertà è soprattutto errore.
Essere liberi non può non implicare l’errore.
Ogni nostra scelta, ogni gesto, comporta conseguenze che non sappiamo.
In un film, una vecchietta dice al nipote: "Quando pensi di fare bene, fai male, quando pensi di fare male, fai bene…E chi lo sa veramente?"
Non lo sappiamo, infatti. E poi, spesso, gli insegnamenti più forti derivano dai nostri errori, o dai "mali" che ci sembra di avere compiuto.
L’azione è spesso ignota, ignota nel senso che non ne conosciamo appieno l’origine e la destinazione che si svelano invece man mano, rimbalzando avanti e indietro nel tempo che scorre.
E, in questo gioco, la libertà di sbagliare è un dono prezioso.
Non ci sono, in fondo, veri errori. Cos’è l’errore? Errore rispetto a chi e cosa?
L’unico vero errore è quello di chi pensa di non aver sbagliato mai.
IL COLORE DELLA NOTTE
Quando vi trovate davanti a una personalità grande, chiedetevi dove sta il suo dolore
(Léon Bloy)
Sto leggendo Variazioni selvagge e incontro questa citazione di Bloy.
Mi fermo. Come sempre, i grandi scrittori in una riga nascondono l’universo.
Dietro ogni talento, dietro ogni sensibilità, dietro ogni slancio iperbolico dell’intelligenza si annida un dolore.
È lui che scava negli anni, rintanato magari nella notte della coscienza (da dove però lavora, lavora ininterrottamente) oppure appoggiato più in superficie, aggrappato alle scogliere della nostra ragione per essere bagnato, di nuovo, ogni volta che il mare si agita per una delle infinite tempeste che attraversiamo.
Può mordere l’anima con un attacco diretto oppure scegliere la via del serpente, e allora eccolo lì che striscia, nell’ombra e nell’umido, avanzando, silenzioso, fra le pozzanghere che specchiano una memoria scomoda sulla quale potremmo affogare.
Ssst, non fare rumore, non ascoltarlo, è solo un dolore strisciante che non vuole farsi notare, schiacciato fra due sassi mentre tu, ostinato, con quella torcia stai cercando di illuminarlo salvo poi desiderare la fuga non appena avverti la pulsazione del suo sangue freddo, venefico. Non muoverti. Non muoverti. Non muoverti, per carità.
Se stai immobile, se fai finta di essere morto, se congeli il respiro e lo trasformi in cristallo, allora lui si sente al sicuro se ne va, si allontana senza aggredirti con il veleno di quel ricordo.
Oppure puoi decidere di affrontarlo. E allora il serpente comincia a danzare per compiere la sua muta. Ecco allora che la pelle muore mostrando la nudità del tuo dolore, la terribile, insolente, oscena nudità di quella ferita in cui si spezza ogni sigillo residuo.
Ha il colore della notte, il dolore. È un manto scuro privo di stelle su cui però possiamo appoggiare la luna, ricamando il cerchio latteo con dita sottili che reggono il filo della speranza.
E così spunta un piccolo fiore lunare. Tremulo, incerto, cresce nelle nostri notti illuminando la strada che, davanti, ci separa da lui, dal dolore, rendendolo più ovattato, più simile al sogno.
Ma ognuno, ogni "grande" personalità, come dice Bloy, ha un dolore immenso come il suo genio. La scintilla può essere artistica oppure incline alla geometria della ragione, può inseguire sogni e passioni o farsi tensione intellettuale, lama di rasoio che misura l’evidenza di ogni pensiero.
Non importa. Importa capire che lì dietro c’è un grande dolore.
Dove sta? Perfino nel comico più sguaiato e goliardico si nasconde il dramma della sofferenza (penso, adesso, al magnifico e mai dimenticato Vittorio Gassman), perfino quelle notti hanno il loro colore, hanno quel manto privo di stelle.
Chi è invece riuscito ad accendere una fiaccola, in quel buio, ha compreso che se la mutevole Luna ci darà sensibilità e compassione, è con quel fuoco che bruceremo per tutta la vita. Ma bruceremo di vita. Più grande sarà quella fiamma, più il dolore si farà tempra. Sarà gradino e non muro.
Purtroppo l’anima che molto soffre molto impara. Non si tratta di masochismo o moraleggianti e tediosi vademecum religiosi per la "salvezza"- E’ che il dolore ci forgia sul serio. Maestro spietato, tortura e cavillo dei nostri giorni affannati.
Ombra delle notti, febbre che spezza il riposo, assillo che insegue ogni parola e ogni gesto.
Sollevando la tenda della notte l’uomo può accarezzare la Luna mostrandole il fuoco ardente del Sole. E quel fuoco su cui si incendia il dolore sarà anche la forza centrifuga di ogni atto creativo.
Ognuno ha la sua notte. La porta segretamente con sé, nascosta sotto i vestiti, fra i capelli, dietro gli occhi oppure nella bocca serrata.
Se riusciamo a sentire dove sta quel dolore, se riusciamo a percepire la notte, avremo acceso una piccola alba.
In noi e in ogni altro essere umano che ci capita di sfiorare.
I NOSTRI MARI D’INVERNO
Sono nata in una cittadina sul mare. L’ho sempre visto dal terrazzo della casa in cui abitavo, disteso oltre i vecchi tetti delle case, oltre le costruzioni più nuove, violenza e vergogna di questa modernità a volte così oscena, l’ho visto adagiato sull’orizzonte come una dea nel suo Olimpo, o una ninfa in un sacro bosco.
Quel lembo di mare che confina con il cielo è sempre stato lì. Era lì nei giorni arruffati dell’infanzia, in quelli ribelli dell’adolescenza, quando il "no" tesse ogni parola. Io cambiavo, crescevo, e lui rimaneva lì, testimone muto delle mie migrazioni e dei miei rimpatri.
Anche adesso, in questa mattina precoce nella casa dei miei genitori, mentre il computer riflette il primo sole che abbaglia le nuvole chiedendo loro lo spazio, e queste si ritraggono, come intimorite, in attesa di veder spuntare tutti i raggi, simili a tante manine tese verso la terra che ancora dorme rannicchiata nei suoi sogni domenicali; anche adesso, dicevo, il mare è laggiù, mi accompagna, mi assiste, mi guarda. Sempre lo stesso mare. Io invece così cambiata.
Ogni ritorno in questa terra è anche la misura del mio cambiamento. E la misura dei limiti insuperati.
Ma nel suo respiro di sale, laggiù, avverto il gioco delle possibilità.
Lui è sempre stato più ampio di me, mi ha sempre incoraggiato a cercare il mistero del punto esatto in cui il Cielo incontra la Terra. Un non luogo fra due mondi, come il tramonto che separa e unisce il giorno e la notte.
Il mare d’inverno è un luogo magico per ognuno di noi. E’ simbolo e occasione, sogno e libertà.
Alcune leggende antiche dicono che il cielo stellato sopra di noi sia un altro tipo di mare, un oceano cosmico in cui nuotiamo alla fine dei nostri giorni. Un tuffo supremo, in cui non siamo più, immersi nelle acque di un altrove diverso.
Ho sempre camminato al mare, d’inverno. Ogni occasione di ritorno, qui, diventava una passeggiata fra le sabbie dei tempi in cui ero ancora una piantina giovanissima in cerca di spazio per allungarsi oltre ogni perimetro.
Quante orme serene, sulla sabbia. E quante impronte disperate. Le onde oscillavano come a inseguire i miei umori.
C’era con me un cane, allora. Un pastore tedesco. Il mio pastore tedesco, lasciato poi alla mia famiglia quando iniziarono turbamenti e pellegrinaggi in tutto il pianeta per scoprire, anni dopo, che esattamente lì, in quella sabbia umida di inverni e di lacrime, avevo già incontrato quello che ovunque stavo cercando. Brahma mi camminava avanti, inseguiva i sassi che le tiravo avanzando fra la nebbiolina che qui, da queste parti, cancella i contorni delle cose divertendosi a giocare con le nostre certezze.
Il mio mare d’inverno, quello vero, fu rappresentato da quella ragazza e quel cane lupo che sfidavano il freddo e camminavano senza sosta sulla battigia, divertendosi a seguire la linea incerta in cui le onde si infrangono sulla riva nella danza del vento.
Quando Brahma morì i miei non me lo dissero. Vivevo già a Roma da anni. Lei ne aveva undici, allora, e un tumore alla mammella che se la mangiava.
Seppi solo dopo, dalla voce tremante di mia madre, che il giorno in cui lei non si alzò più chiamarono il veterinario. Mio padre andò a prenderlo e lo portò a casa nostra. Mia madre, con quel coraggio arcano che solo una donna conosce, prese in braccio Brahma accarezzandola, sussurrandole dolci parole per il suo viaggio, mentre il medico le iniettava lentamente la morte. Mio padre, nascosto dietro un angolo, singhiozzava.
Da allora, da quando non c’è più, ripenso ai miei mari d’inverno con lei. A come, in quella semplicità , eravano felici. Lei con i suoi sassi e le onde che le schizzavano addosso, io con il mare accanto che a ogni mio passo, nella solitudine di quei freddi pomeriggi piovigginosi, cercava parole che pensavo di non saper ascoltare (ma che adesso decifro nella loro pienezza).
Da allora, quando capita, torno a passeggiare sulla sabbia d’inverno. E il mare mi segue, mi guarda, mi chiede. E io rispondo sempre: "Non posso restare, non posso andare. Posso solo cercare di essere". E lui mi risponde con le sue onde che sempre nascono e muoiono, come ogni respiro, come il giorno e la notte. Come ogni cosa che danza fra permanenza e mutamento. E io, accanto a questo mare infinito, sento ancora il sussurro del vento. Lo ascolto. Mi porta lontano, così lontano che mi aggrappo alla barriera dei miei ricordi sapendo che dovrò guardare oltre, nel segreto giardino che fiorisce nel luogo in cui il cielo incontra la terra.
UN GIORNALISMO DIVERSO
Non c’è giornalismo possibile fuori dalla relazione con altri esseri umani. La relazione con gli altri è l’elemento imprescindibile del nostro lavoro. Nella nostra professione è indispensabile avere qualche nozione di psicologia, sapere come rivolgerci agli altri, come trattare con loro e comprenderli.
Credo che per fare del giornalismo si debba essere innanzitutto delgi uomini buoni, o delle donne buone: dei buoni esseri umani. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino.
(Ryszard Kapuscinki,Il cinico non è adatto a questo mestiere)
Per fortuna, ogni tanto, qualche idealista contesta l’idea che chi voglia lavorare le giornalismo debba per forza essere cinico. Se è per questo, oggi questo mondo chiede a tutti di essere cinici. Sembra diventato necessario alla quotidiana sopravvivenza.
Ma ci si può ribellare.
La penna di Kapuscinki non ha scritto solo riflessioni, ha raccontato, raccontato di un mondo che lui cercava di capire, trattendendolo sulla sua penna dopo averne smontato i pezzi, dopo aver cercato la gente.
E dice, a mio avviso, una cosa bellissima. Gli esseri umani non sono solo notizie, se si ha il coraggio di far "parte del loro destino". E ce ne vuole tanto, a volte, di coraggio.
In fondo essere cinici è più semplice. Il pelo sullo stomaco aiuta a digerire la realtà che, se vissuta in modo sensibile, può chiederci empatia, comprensione, compassione. E, accidenti, generosità.
Sarà che non sono mai riuscita ad averlo, questo benedetto pelo sullo stomaco. La mia pelle, lì, è bianca e fragile. Così fragile che a volte mi spaventa. Sarà forse per questo che mi sono tenuta alla larga dai grandi quotidiani e dai settimanali, preferendo un giornalismo dietro le quinte, fatto di cultura e di nicchie. Non so.
Ma so che Kapuscinski ha ragione. So che il bravo giornalista è anche quello che sa incontrare sul serio altri esseri umani. E a chi dice che questa sembra una visione arturiana, un’immagine onirica, un po’ come Camelot, rispondo che ci vuole molto coraggio, a volte, per sostenere questa diversità.
Perchè perbacco è vero, è vero che la maggior parte dei giornalisti sono cinici. Ma questo significa forse che la "fisiologia" di questo mestiere esiga il cinismo?
Allora è anche vero che tutti i nostri politici fanno più o meno schifo, ma questo non significa che il bravo politico non debba essere un generoso filosofo (nel senso più nobile e meno teorico della parola), come suggeriva Platone.
Non è un mestiere (che volentieri diventa una casta) a dettare il comportamento, sono gli esseri umani. Solo gli esseri umani. Quindi, ogni giornalista può decidere come vuole essere.
Può scegliere.
Il problema, temo, è più esteso. Il cinismo ha invaso la nostra vita, l’ha resa pesante, ombrosa, priva di gioia.
L’altro giorno ho guardato distrattamente i fiori di un’aiuola. Era sera, camminavo di fretta. Mi sono fermata a guardarli. Erano bellissimi, con i loro colori e i loro profumi messi lì, come un regalo, un regalo offerto a chiunque voglia apprezzarlo. Non vogliono niente, loro, ma stanno lì. Testimoniano la bellezza. Sembra così stupido, il cinismo, in questi momenti. Ecco, se un fiore fosse intervistato risponderebbe semplicemente: "Esisto. Seguo i mutamenti senza nulla pretendere. Conosco la Bellezza e l’Armonia. Del resto, perdonate, non mi intendo".
Ma ci vorrebbe un giornalista sensibile per intervistarlo.
Gli altri, gli altri non lo vedrebbero neppure.
GUARDAMI
Dipinsi un quadro – cielo grigio – e lo mostrai a mia madre.
Lei disse bello, suppongo.
Così ne dipinsi un altro, tendendo il pennello tra i denti,
Guarda mamma, senza mani. E lei disse
Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse
Il modo in cui lo hai dipinto e fosse inetressato alla pittura.
Io non so sono.
Suonai un assolo col clarinetto del Concerto Per clarinetto di Gounod
Con la Filarmonica di Buffalo. Mamma venne ad ascoltare e disse
Bello, suppongo.
Così lo suonai con la Sinfonica di Boston,
Sdraiata e usando gli alluci,
guarda mamma, senza le mani. E lei disse
Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse
Il modo in cui lo hai suonato e che fosse interessato alla musica.
Io non lo sono.
Preparai un soufflé alla mandorla e lo offrii a mia madre
Disse buono, suppongo.
Così ne preparai un altro usando il fiato per montarlo.
Glielo servii con i gomiti
Guarda mamma, senza le mani. E lei disse
Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse il modo in
cui lo hai preparato e che fosse interessato alla cucina
Io non lo sono.
Così disinfettai i polsi, eseguii l’amputazione, gettai
Le mani e andai da mia madre, ma prima che potessi dire
Guarda mamma, senza mani, lei disse
Ho un regalo per te e insistette perché io provassi
I guanti di capretto blu per accertarsi che fossero della mia
misura.
(Cynthya Macdonald, Complimenti)
Guardami. Guardami. Guardami. C’è solo un’ìstanza, nel bambino. Solo una preghiera, dichiarata, che ogni giorno recita come una litania. Guardami. Amami.
Ma non tutte le madri sono capaci di guardare, e di amare. La poesia taglia e non ricuce mai, conosce l’asprezza di rocce montuose, dimenticate, dove l’uomo non si incammina.
E il bambino vuole solo attenzione. Guardami. Amami. Dimmi che esisto. E capita che lei si distragga, che non sia all’altezza di questa pretesa assoluta che succhia via tutto, ingoiandolo dentro quei piccoli occhioni sgranati, fissi, aggrappati alla presenza materna.
C’è un film famosissimo, Mammina cara, in cui la figlia adottiva di Joan Crawford (interpretata da Fay Dunaway) rievoca il rapporto difficilissimo con la madre egocentrica, collerica, incapace di tenerezza.
Ma ci sono tante mammine care, sparse ovunque.
Oggi, forse, sono aumentate. Il dolore più grande di queste mammine care è la trafittura sull’anima, su quella piccola anima che si desta alla vita e che ha bisogno di bere e mangiare amore.
Guardami. Amami. Il bambino non vuole altro. Lei, la madre, è il centro del suo universo e in quello stesso punto si trova anche lui. Lei, ovunque, a circondare il suo mondo e dargli un senso.
Non è facile, a volte, reggere questa pretesa assoluta. Richiede di scomparire, di rimpicciolirsi mettendo altri nel proprio centro. Ma se quel centro in lei non esiste, allora il bambino rimarrà tagliato fuori, per sempre, come un satellite alla deriva nelle infinite galassie.
Guardami. Amami. Sono qui, mamma. Sono qui.
Ma lei non vede. E recide per sempre il fiore di ogni speranza per quella piccola vita che crescerà mutilata, un po’ come un sogno che ci si appiccica addosso ma di cui abbiamo perso le immagini, e che rimane sulla pelle con una sensazione di assenza.
Ci sono assenze strane, assenze maturate da una presenza che mai ci fu. O che fu intercettata fugacemente nel bagliore distratto di uno sguardo, in una carezza nata per sbaglio, che come un incidente sfiorò la nostra pelle ma che rimase lì, sospesa, con la sua involontaria promessa.
Questa poesia è terribile. Ogni volta che la rileggo sento un gran freddo. Penso a tutti quei bambini che hanno una Mammina cara.
Perché, purtroppo, lei, malgrado tutto, rimane sempre la Mammina cara di cui hanno un furibondo bisogno. E loro, i bambini, si amputano per eliminare la colpa responsabile di quello sguardo mancato, per buttarla fuori dal corpo che lei, la colpa, cattiva, ha contaminato. Se gli occhi di mamma non guardano, allora c’è qualcosa che non va nel bambino. Questo pensano gli scriccioli innocenti che vagano come satelliti alla deriva in altri universi, perché in quello bellissimo, in cui splende il sole materno, a loro è vietato l’ingresso.
E per sempre, anche quando saranno adulti, avranno un desiderio soltanto.
Guardami. Amami.
LA MATRICE
A mano a mano che seguiamo gli indizi – stelle, numeri, colori, piante, forme, poesia, musica, strutture – scopriamo l’esistenza di una vastissima intelaiatura di rapporti che interessa molti livelli. Ci si trova all’interno di una molteplicità riecheggiante, ove ogni cosa reagisce e ha un suo luogo e un suo tempo stabilito. È un vero e proprio edificio, una specie di matrice matematica, un’Immagine del Mondo che s’accorda a ognuno dei molti livelli, regolata in ogni sua parte da una rigorosa misura.
(Giorgio de Santillana, Hertha Von Deckend,Il mulino di Amleto)
Il Mulino di Amleto è uno di quei libri che ti cambiano la vita. Sono incontri straordinari, questi, occasioni in cui si trova ciò che si stava cercando, ciò che forse si era dimenticato. Il mondo è un ricamo geometrico e matematico, dice Santillana, popolato di miti e leggende che ovunque, a ogni latitudine e longitudine, raccontano sempre la stessa storia, quella dell’uomo che cerca sé stesso.
Tutti quei "pezzettini di cielo" sparso ovunque, quaggiù, possono essere ricollegati per trovare di nuovo la strade per le stelle (stelle che stanno fuori e dentro di noi).
La misura dell’armonia non è sempre facile da trovare, in questo mondo sempre più caotico e doloroso, somigliante più a un Tartaro che a un Eden. Ma se sappiamo guardare, guardare oltre il caos, oltre i limiti, inseguendo quei pezzettini di cielo, forse allora sapremo che il nostro respiro è figlio di un respiro più grande, immenso, che ci abbraccia e ci contiene.
Ho sempre amato i miti e le leggende ma quando ho incrociato questo libro sono rimasta stregata. Stregata per il modo di raccontare, per le investigazioni in ogni tempo e in ogni mito, per la sapienza con sui sono state tessute le analogie che superano la separazione del tempo e delle varie culture per trovare meravigliose concordanze, proprio come, in un concerto, i vari strumenti, seppur diversi, si uniscono in un coro armonioso di suoni.
Sì, una matrice c’è. E la cosa meravigliosa è che lo sapevamo da sempre. Eppure, eppure sono i successi di film come Matrix, oggi, a guidare la nostra attenzione, usando richiami filosofici di tempi antichi che l’uomo ha smarrito nella corsa verso il futuro.
Sì, una matrice c’è. Rappresenta una gabbia in cui gioca Maya ma allo stesso tempo anche la via di uscita. Si basa su armonie, assonanze, richiami di amorosi stupori.
Ma lo sapevamo, della matrice. Lo sapevamo da sempre.
Guardando indietro, ancora oggi mi meraviglio sempre di quante cose riesco a imparare.
E nei sussurri del vento penso a quanti mulini di Amleto possiamo scoprire…
Pagina 54 di 83