VITA DA CANI?
Ma quale vita da cani? E, più in generale, da gatti, conigli, perfino furetti?
L’industria per gli amici a quattro zampe non conosce crisi. Forse perché sostituiscono i figli in un paese dalla crescita natale a tasso zero, o forse perché i danni del consumismo si sono estesi ai quadrupedi che vivono imbalsamati nelle nostre case.
Le cifre sono davvero…"bestiali". Ne parla Ettore Livini in un articolo pubblicato ieri su Repubblica, in cui raduna cifre da capogiro per le spese di cibo, toelettatura, dog sitting (a proposito, ora è comparsa la figura del dog runner, il personal trainer che negli Stati Uniti fa correre i cani obesi per farli dimagrire).
In effetti, è una vergogna.
In più, i padroni si fanno fregare come fessi. Perchè, per esempio, gli sfiziosi pasti scodellati su vaschette elegantissime, e propinati con sofisticati nomi di alta gastronomia (straccettini profumati al pomodorino fresco, paté di salmone, mousse suprème alla carotina balsamica, ecc), sono esattamente come i decaduti, semplici, antichi bocconi di carne (accompagnati al massimo da un po’ di riso), ormai in disuso.
Già, basta guardare la pubblicità di questi cibi che somiglia sempre più a quelle delle automobili o dei profumi, in cui il prodotto sta dietro le quinte facendo parlare i "valori" della raffinatezza, del benessere, dell’eleganza…Ce n’è una in cui gatto e padrona (lei vestita come se invece di dare la pappa al suo micio stia partecipando alla cerimonia degli Oscar) si aggirano in un giardino da reggia di Versailles, tra musiche sfumate e scenari di sogno…
Invece della scodella, un piattino a cui manca solo coltello e forchetta (tra poco, vedrete, risolveremo anche questo dettaglio).
Ma i cretini sono i padroni. Loro, gli animali, sembrano ammiccare, quando fa comodo, o rassegnarsi, quando le attenzioni diventano scomode.
E a volte non si rassegnano mica tanto bene, a dire il vero. Come quando ho dovuto portare Leila, la mia gatta, a fare la toeletta. Prima e ultima volta, lo giuro. Ma lei ha il pelo lungo (forse è un incrocio con qualche persiano, non so, l’hanno trovata in una colonia e me l’hanno portata) e siccome non mi andava di spazzolarla tutti i santi giorni, a un certo punto mi sono ritrovata un gatto rasta. Sì, perché era piena di trucioli. Le mancava la canna in bocca per sembrare la fotocopia pelosa di Bob Marley.
Così l’ho portata, di malavoglia, a fare la toelettatura, lasciandola lì un po’ perplessa. Ma da sola quei trucioloni non ero proprio riuscita a levarli. Dopo mezz’ora me la sono ripresa. Aveva graffiato a sangue il povero addetto a lavaggio e spazzolatura. E, detto fra noi, la capisco. Lui me l’ha riconsegnata con un dolente sorriso, mentre il proprietario mi ha invitata a portarla lì ogni mese.
Scherziamo?
Leila odorava di tintoria. Sì, sembrava un capotto lavato a secco. E ripassato col ferro da stiro, tanto i suoi peli erano elettrici. Mi dispiace, ma credo che, per quanto possibile, gli animali debbano restare…animali.
Vivere in casa per loro è già abbastanza. Del resto, delle toelettature, dei pasti alla nouvelle cuisine, delle corse antiobesità, dei tapis roulant e delle palestre a quattro zampe possiamo fare a meno. Con buona pace anche del portafoglio.
Perchè poi li stressiamo, questi animali. E allora vanno dallo psicologo. Conosco personalmente un cane che deve superare, all’età di otto anni, il suo "problema con l’abbandono", come dice il padrone (e io dico: ogni cane, è normale, strilla e abbaia e fa i dispetti se lo lasciamo solo). Così è stato sottoposto a terapia educativa. Lo vedo subito, quando è stato dallo strizzacervelli. E’ timoroso, impaurito, gira con la coda fra le zampe e non ti salta festosamente addosso per darti le leccatine, come fanno tutti i cani del mondo, ma si blocca in modo artificiale e inquietante.
Povero Bruno (si chiama così). Mi fa una pena infinita. E mentre proliferano gli psicologi per animali (mamma mia), a Stoccolma aprono perfino un centro di rilassamento mentale per animali stressati, il Doga Yoga. Yoga for dogs.
E se invece riaprissimo i manicomi per internare i loro padroni?
RADICI NEL TEMPO
Quando torniamo a casa dopo un lungo viaggio, il passato rimbalza sulle pareti della memoria e trascina con sé pensieri arruffati, scomposti, in cui la memoria depone i suoi giochi.
Difficile non pensare a Proust, alla sua instancabile Ricerca di quell’attimo eterno sul quale il tempo si immola e viene bruciato l’incenso celeste.
La memoria è inganno, ci lega a un passato che magari vorremmo dimenticare ma che torna, sempre, come fa l’alba di un nuovo giorno.
Sospesi sui fili del tempo, danziamo la danza del ricordo che mai smettemmo di amare, o di quello che odiammo fino al ripudio. Ed è qui che il ricordo affila la lama e colpisce in modo subdolo, imprevisto.
Tornare a casa, alle proprie radici, può essere a volte dolente. Perché smaschera ciò che fummo e ciò che ci illudiamo di essere. Ma allo stesso tempo ci imbroglia sovrapponendo la radice al ramo che invece siamo riusciti a far crescere dentro e fuori di noi.
Eppure quella radice deve essere lasciata andare, e conservata nel sottosuolo, dove è giusto che stia, nella terra umida che custodisce le origini del nostro vivere. adesso siamo altrove, siamo il ramo che si protende nel cielo per cercare la luce.
Voltarsi indietro può essere necessario ma allo stesso tempo rischiamo di finire come la moglie di Lot, trasformati in una statua di sale.
Altre volte, invece, ci serve per fare un salto in avanti. Come l’atleta che prende la rincorsa, come l’oscillazione che precede lo scatto.
Rivedere le figure che abbiamo amato e odiato, fare i conti con i crogiuoli della nostra esistenza significa cercare proprio quello scatto.
A volte le radici ci proteggono come un comodo maglione di lana in un giorno d’inverno. Ma il nostro albero deve salire, avanzare insieme alle nuvole nei giorni di vento.
Penso allo sciamano che si arrampica proprio sull’albero per guardare oltre.
Solo in cima, infatti, avremo una visione d’insieme.
Se ci annodiamo intorno alle nostre radici non guarderemo mai i disegni della nostra esistenza.
“Sono solo una matita nelle mani di Dio”, disse una volta Teresa di Calcutta.
Già, siamo tutti matite e pennelli. E tuttavia a volte ci ostiniamo a rimanere nella tavolozza.
Ma lì, lì i colori aspettano di riempire gli spazi.
FRONTI DEL PORTO
Ho sempre amato i porti. Uno dei miei viaggi ideali sarebbe un percorso itinerante che sfiora i porti del mondo. Tutti i porti del mondo.
Sarà perché a Senigallia, dove sono nata, il porto è sempre stato il mio posto preferito. D’inverno e d’estate, ho sempre passeggiato sul molo fino a fermarmi sulla punta, là dove lo sguardo annega nel mare, sospeso sul bilico sottile disegnato all’orizzonte dal cielo e dal mare.
Nei mesi invernali, la nebbia sfumava i contorni delle cose, lasciando che la sirena lanciasse il suo richiamo, con quel suono ingoiato dal buio. Quel suono che sembrava appoggiarsi solo sui flutti delle onde la cui corsa moriva sull’estremità del molo. Chissà, forse è così che si spezzano anche i sogni, senza fare rumore, con un moto liquido appena percettibile, che avanza fra le nebbie della speranza.
Com’era affascinante, quel suono notturno, invernale. E poi la luce del faro (lo stesso faro al quale non si può pensare senza ricordare Virginia Woolf), intermittente come le gioie del cuore.
Ricordi che si rincorrono, giocano a rimpiattino, scovano memorie sepolte.
Il molo ha radunato i pensieri arruffati della mia adolescenza. Lo ha fatto d’estate, con quell’acqua lucente che al tramonto rivela un chiarore azzurro che sembra scendere direttamente dal cielo, con i marinari e i loro pensieri appesi alla lenza (pescare al molo è attività frequente, ma più che la pesca importa la sosta, l’attesa), le biciclette che attraversano quel corridoio di cemento che come Mosè divide le acque.
Lo ha fatto d’inverno, ospitandomi nelle casette dei pescatori affacciate sul mare, in mezzo ai gatti e agli scogli (la colonia felina prospera felicemente da anni, e i suoi abitanti hanno gli occhi allegri e sornioni di chi ha trovato un bel posto per vivere).
Da sempre, quel porto per me è diventato metafora di tutti i porti del mondo. Quelli che non ho mai visitato ma che vorrei sempre esplorare.
Il porto sa di brezza, profuma di mare. E’ un luogo misterioso, che mescola la quiete al caos. Una punta estrema, che come tutte le cose che hanno a che fare con il confine fra due mondi (quello terrestre e marino, in questo caso) vivono di essenze strane che corrompono ogni certezza.
Là dove la terra finisce e comincia il mare, il porto veglia. Come un guardiano davanti a una soglia.
Le navi partono e arrivano, come la gente su questa mondo, ogni giorno. Trasportano fiumi di persone che prendono la via del mare. Turisti spensierati o pescatori in cerca della loro anima, dispersa nelle moderne barcone che hanno scordato il fascino di quei piccoli fari che come fuochi brillavano nel mare notturno, segnalando quelle barchette di legno dove gli uomini sfidavano il vento e il freddo e attendevano, pazienti, che la rete si riempisse di pesce.
Ci vorrebbero tanti Moby Dick, oggi.
Ma l’uomo moderno ha scordato di temere e rispettare il mare.
Qui da noi si dice sempre che del mare bisogna avere paura, solo allora si può avere a che fare con lui.
Di notte le navi dormono cullate dall’acqua, fra le luci delle città e quelle del cielo. Ma preferiscono comunque quelle del cielo, fedeli aLla Via Lattea che ha sempre orientato e custodito ogni navigazione.
A volte penso che vorrei essere una di loro.
BLOG POLITICK
Online il nuovo numero di Silmarillon. Il dossier è tutto sui blog.
Diciamolo subito: parlare di blog può essere molto stimolante o molto banale. Come accade per ogni fenomeno della rete basato sul contributo partecipativo, privo di filtri, possiamo avere una qualità pessima o "un’alta risoluzione". Un po’ come succede con le pagine di Wikipedia, a volte ben fatte, utili, altre volte, invece, gravide di errori e imprecisioni. Dipende da noi imparare a discriminare. E non è poco. (…)
Già, il blog. Un fenomeno che in pochi anni è cresciuto in modo vertiginoso, coinvolgendo perfino gli ultrasessantenni che al gioco della briscola ora preferiscono chiacchierare in rete con gli altri. Se all’inizio il web-log era un’espressione diaristica, nata dall’urgenza di raccontare (quella stessa urgenza che affligge le case editrici, invase da memorie private che aspirano a diventare letteratura), in seguito è diventato un insieme di cluster comunicanti che hanno fatto della comunità dei blogger una sorta di super-Google, come scrive Granieri nel suo bellissimo Blog generation, che si modifica continuamente grazie alle opinioni che esprime e all’efficacia con cui le trasmette.
Sono nati così diversi tipi di blog: letterari, erotici, giornalistici, politici, ecc. Insomma, ogni forma di pensiero sembra trovare nella rete la possibilità di un’espressione libera, spontanea, capace di creare aggregazioni.
Forse perché oggi il web rappresenta la forma più vicina all’abbattimento delle asfittiche verticalità che hanno sempre fatto sentire il cittadino come un ospite cronico, vittima dei ghota della politica, dell’economia e dell’informazione (sì, esatto, anche il gotha dell’informazione) da cui dipendono le scelte di un mondo che lui può solo commentare, ma non agire.
In fondo, la rivoluzione digitale assomiglia un po’ alla presa della Bastiglia, in cui il “popolo” diventa autore delle sue azioni facendo cadere le teste coronate. E di teste “coronate” i blogger ne hanno fatte cadere parecchie. Basta pensare a quel Lott repubblicano ignorato dai media americani e poi messo all’indice grazie ai blogger, che ne hanno diffuso i pensieri razzisti scandalizzando l’opinione pubblica fino a ottenere le sue dimissioni. Ma gli esempi sono davvero tanti. L’informazione dal basso incide così sull’alto, in una democrazia orizzontale in cui ognuno esprime il proprio pensiero. Si crea così una circolazione di idee senza precedenti.
Ci si sente un po’ come nella Tavola Rotonda di Artù, il “primo fra uguali”. Si procede per virtù conquistata, e non conferita dal fuligginoso potere dell’anello di qualche Signore. Anche la rete, alla fine, ha le sue gerarchie, ma sono di tipo diverso. Sono quelle che nascono dal plauso dei suoi cittadini. Lo ius deriva dall’attendibilità e dal riscontro libero di ciò che divulghiamo. Forse è la prima elezione…davvero “diretta”. Ovvio, ogni democrazia ha i suoi difetti. Perché richiede una mostruosa maturità. E tuttavia, tuttavia la rete sta dimostrando di saper usare bene la democrazia di cui gode. Con tanti inciampi, ovviamente. Ma se non caschi non impari mai a camminare.
Interessante, poi, notare come sul web chiunque se la tira un po’ viene immediatamente messo alla gogna. Come quei re ridicoli di alcune fiabe, quelli che arrivavano pieni di oro zecchino che nascondeva la ruggine del ferro che pulsava nel loro cuore.
C’è una cosa che non smette mai di colpirmi: la differenza di stile tra chi sta anche in rete e chi invece la usa solo per le sue ricerche. (…)
I giornalisti e i comunicatori che si muovono in rete ti rispondono subito. Ti danno del tu, sono cordiali, disponibili. Sanno che questo spazio digitale usa il principio del dono, dell’offerta. E sanno che quello che tu regali ti torna indietro. Non sono gelosi dei loro orticelli, anzi ti ci fanno entrare e condividono i profumi del loro basilico, ti regalano i fiori freschi appena innaffiati.
Mi è successo con Pino Scaccia, con Cristopher Allbritton, con Roy Peter Clark e tanti altri. Più generosi dei colleghi della carta stampata, sono privi delle nevrastenie da divetto. Semplici, diretti, immediati. Come il web.
Ho ricevuto le risposte alle interviste nel giorno stesso in cui ho inviato le domande. Neanche il fuso orario ha fermato il flusso rapido di questa comunicazione…
Capisco che per chi ha sempre scritto sulla carta stampata il mondo digitale all’inizio non è così immediato. Venivo dal quel mondo anche io. Avevo sempre lavorato nelle riviste culturali. Ricordo che la prima cosa che facevo, quando arrivava il numero nuovo dalla tipografia, era quel gesto antico, che mi porto dietro fin da bambina, fin da quando rubavo i libretti di fiabe nella libreria di mio nonno: aprivo le pagine e ci infilavo dentro il naso, aspirando con godimento quell’odore inconfondibile, afrodisiaco prezioso dell’intelletto.
Il video non ha odore (per ora) né inchiostro. Non gode dell’esperienza tattile provocata dal dito che sfiora la carta. Ma è altrettanto efficace. Ci sono, in quel mondo, altre esperienze da percepire. Ma, si sa, le pantofole mentali sono difficili da mettere via. E ogni novità richiede di camminare scalzi. Figuriamoci quelle di un mezzo digitale che arriva a sconvolgere le abitudini di chi ha superato i quaranta e quindi non è cresciuto, come i ragazzini, cpn la facilità dello smanettamento (o “spippolamento”, come dice il mio amico Lorenzo) in rete. Ci vuole un po’, in questi casi, per imparare a muoversi in un contesto così impalpabile rispetto alla fisicità della carta. Somiglia a una sorta di attraversamento del Mar Morto, un passaggio nelle Acque simboliche che genera un cambiamento. Ed è radicale. Perché una volta che si usa il web, non si è più quelli di prima.
Pensiamo solamente alla scrittura, al blog in cui ogni giorno (o due-tre volte alla settimana) usiamo la scrittura per comunicare. Il pensiero vive una dimensione sua, che muta quando invece si incarna nella parola che ne fissa, per così dire, la qualità. Non a caso non sempre chi è un bravo oratore è anche un bravo scrittore. Dipende.
Ma l’uso del blog genera confidenza con quella contrazione-espansione del pensiero che è la parola. Ci rende più sensibili all’articolazione di ciò che pensiamo. Perché scriviamo. Perché fissiamo.
Non importa quale tipo di blog stiamo usando. Possiamo scrivere dei punti neri sullla pelle grassa del nostro viso o commentare il Live Earth di Al Gore. Stiamo comunque scrivendo.
Con una differenza notevole rispetto al diario classico, quello che nascondevamo e che la mamma puntualmente trovava (almeno la mia, accidenti). Quel diario rimaneva un fatto isolato. La scrittura del blog, invece, finisce in rete. Questa condizione comporta una distinzione netta, che sta proprio nel pubblico. Anche se ce ne freghiamo del giudizio altrui, comunque manteniamo la consapevolezza di un orizzonte allargato. Il post è come un messaggio in una bottiglia, affidato all’oceano di Internet. Forse nessuno lo leggerà, forse galleggerà alla deriva. Oppure qualcuno aprirà la bottiglia e condividerà il nostro pensiero, aggiungendo, togliendo, criticando. Non importa. Ma si crea così un reticolato, un’interazione continua, come un gioco di specchi e rimandi.
I famosi “sei gradi di separazione” nel web intensificano la loro attività, riducendo l’estensione dell’attimo in cui si abbatte la distanza fra noi e un altro essere umano. Da pari a pari, dicevo prima.
E questa è la scommessa più bella…
IL DOLORE DELL’ANIMA
Luca Flores
Ho visto "Piano, solo", il film che racconta la storia di Luca Flores, il musicista Jazz morto suicida nel 1995.
Un film davvero bello, forse con qualche lacuna ma sicuramente efficace. Sulla depressione di Flores si sceglie di non insistere troppo. "Ma perché non hanno fatto vedere i medici e le cure?" mi ha chiesto il mio amico Mario all’uscita.
Perché non serve. La sofferenza dell’anima è tutta nell’irrisolto dolore per l’incidente d’auto nel quale, quando era bambino in Africa, morì sua madre. E lui, come tutti i bambini, si sentì colpevole.
Non siamo tutti uguali. Alcuni sopravvivono a dolori immensi, altri vengono invece travolti da un soffio di vento. Dipende dalle nostre acque emotive, dipende dalla fragilità dell’anima, o dal suo grado di resistenza.
Non basta il successo (Flores suonò perfino con Chet Baker) a colmare gli strappi che ci trasciniamo.
C’è un momento molto bello, nel film, in cui Flores-Rossi Stuart racconta di come la musica sia la vera voce dell’anima. Ma lui non volò via sulle note, purtroppo. Sostò sul bilico della morte, e si gettò.
La sofferenza mentale di alcuni "squilibrati" altro non è che una compressione estrema di sofferenze troppo grandi da sopportare.
Sono delicate, alcune persone. Sono come uccellini. Se per caso stringi troppo, ti muoiono nella mano.
Non c’è tortura più grande di un dolore non sanato.
Il film mi ha fatto pensare ad alcuni versi:
La vita che si è presa la speranza
Non la restituirà
Con lei se ne sono andati il sorriso e la canzone
Hanno fatto la valigia in un giorno di pioggia
Mescolandosi alle lacrime per non essere trattenuti
Ogni trauma si somma ma non si dimentica
Fino al momento in cui non si soffre più:
sigillate le emozioni in un sepolcro
si avanza come fantasmi nella neve.
LA COMPLETEZZA
CARL GUSTAV JUNG
L’individuo può sforzarsi di raggiungere la perfezione, ma deve patire l’opposto delle proprie intenzioni per la salvezza della propria consapevolezza.
(C.G.Jung)
Questa frase mi ha accompagnato spesso. Un po’ come il "memento mori" degli antichi romani.
Per quanto ci sforziamo, l’integrazione passa per la conoscenza dell’ombra, esattamente come ricorda un detto alchemico medievale:
Affinché i rami di un albero giungano al cielo, le sue radici devono scendere all’inferno.
Jung e Freud hanno avuto il coraggio di guardare nel sottosuolo, sbattendolo in faccia alla società perbenista, adagiata sulle certezze e sulle presunzioni circa la natura dell’uomo.
Non a caso Jung rimase affascinato dai messaggi dei miti e delle leggende, dai segreti dell’alchimia (che lui appena sfiorò in una conoscenza intellettuale, ma che certamente gli regalò chiavi preziose).
E così, l’uomo che stava sulle foglie all’improvvisò scoprì che doveva guardare in basso, laggiù, dove le radici affondano nella terra priva di calore e di sole.
Ed ebbe paura.
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