C’ERA UNA VOLTA L’INFANZIA
Qualche tempo fa mi è capitato di rivedere, di nuovo, C’era una volta in America, il capolavoro di Sergio Leone.
Un film miliare, poggiato su sapienti e raffinati flasback, sull’esitare della macchina da presa che incornicia i volti. Un film costruito con maestria narrativa di rara bellezza. Malinconico, struggente, violento e allo stesso tempo poetico.
E, di nuovo, sono rimasta incantata dalla scena in cui la baby gag di Noodles incrocia Bugsy, con il quale si contende il territorio.
La fuga disperata del gruppo che si precipita dietro le auto parcheggiate, la caduta di Dominic, il più piccolo che, colpito dallo sparo mortale, si accascia a terra.
Mentre Noodles, corso in suo aiuto, lo tiene fra le braccia, prima di morire Dominic sussurra "sono inciampato".
Sono inciampato.
Semplicemente.
Avrebbe potuto dire mille cose (imprecare, raccomandarsi, esprimere la paura della morte) ma sceglie quell’infantile, laconico, drammaticamente tenero sono inciampato.
Una scena bellissima, sostenuta dalle suggestioni musicali di Ennio Morricone.
C’è un’altra scena, nel film, che racconta l’infanzia che permane dietro gli atteggiamenti adulti dei piccoli gangster.
E’ quella in cui uno di loro porta un dolce a Peggy, la prostituta adolescente. Con quel dolce si pagherà la sua "prima volta". Ma è obbligato ad attenderla fuori dalla porta. Gli occhi e le mani, furtivi, si posano timidamente sull’involucro di carta che custodisce la delizia di crema e panna. Lo spiano, lo aprono come se si trattasse di togliere il sigillo di un sacro tesoro, lo richiudono. Ma la panna è una tentazione troppo grande, più gustosa perfino delle morbide dolcezze di Peggy. E così si decide, e l’incontro d’amore viene barattato con un dolce nel quale si condensa il sapore della giovinezza che gode, golosa, della festa dei sensi più adatta alla sua acerba età.
Per qualche misteriosa associazione della memoria mi viene in mente il bellissimo "Ai giochi addio", scritto da Elsa Morante e musicato da Nino Rota, colonna sonora dell’incontro fra Romeo e Giulietta nel film di Zeffirelli (potete ascoltarlo qui >> )
Ai giochi addio per sempre, dì,
non sono più cose per te,
ai giochi addio.
Chissà perchè nemmeno tu
ancora spiegartelo non puoi.
Tu attendi un ospite
favoloso e incognito,
non sai che nome ha.
Forse il suo nome è dolcezza,
ma forse invece è amaro.
Forse il suo nome è splendore,
ma forse invece è oscuro.
Tu vuoi scoprire i suoi misteri
e al suo confronto tutto ti annoia.
I suoi regali fantastici attendi
come le notti dell’Epifania
Rimani sveglio pensando chissà
che mai ti porterà.
Sarà perchè il momento della crescita comporta sempre quella malinconia sommessa ma persistente.
Sarà, forse, perchè l’addio ai giochi è a volte promessa a volte incubo…
IL POPOLO DELLA PARTITA IVA
E succede che un post diventi meno "poetico" degli altri. Già, perchè la vita non è fatta solo di letteratura, scrittura, lirismo.
La vita è spigolosa. C’è un quotidiano fatto di battaglie. Come quelle che infiammano un libero mercato sempre meno…libero, e sempre più condizionato da una crescente barbarie.
In questa bella torta, la ciliegina sono le tasse – sempre più alte – e i cambiamenti che hanno reso il precariato più precario che mai.
C’è un popolo, oggi, che fa molta fatica. E’ quello della famosa partita iva, l’incubo di molti, la scrivente compresa. Ma è l’unico modo che consente al libero professionista di lavorare.
In più, se il professionista in questione gestisce un progetto imprenditoriale, si trova davanti a un esercito di persone che rifiutano di aprire la loro partita iva, e vorrebbero il nero. Bellissimo, fantastico. Tu paghi le tasse, loro no.
Certo, la cosa più triste è non poter fare la cosa giusta: pagare meno, pagare tutti.
E così, come sempre, ogni giorno davanti a te sfila il felice popolo degli evasori. Nell’ordine (sparso):
idraulici
psicologi
dentisti
pittori e imbianchini
medici vari
eccetera eccetera eccetera
Del resto, il cittadino che deve fare quando si trova davanti, nel caso di una visita medica come privato, la segretaria che ti domanda furbetta
"Vuole la ricevuta oppure no??".
"ma no, si figuri"
e scuci di meno.
E così si avanti, con un popolo diviso, come le acque del Mar Morto durante il passaggio di Mosè, fra chi paga e chi evade.
Il bello è che lo Stato rovista nei posti sbagliati. Chi lavora da libero professionista con altri professionisti e strutture fattura le entrate e le uscite, di solito. Chi invece lavora con i cittadini privati se la spassa evadendo allegramente le tasse ( e ti domandi perchè lo Stato non fruga lì, nelle categorie che tutti, dico tutti, sappiamo).
Insomma, la situazione non è bella per niente.
Ma, come diceva Nanni Moretti, "andiamo avanti così, facciamoci del male"…
MERCA(N)TI IN FIERA
Alla fiera di Sant’Agostino lo zucchero filato è scomparso.
Ogni anno, nel mio borgo natio, la fiera modella gli ultimi giorni della mia estate.
Ha un sapore antico.
Sarà perché ha la forma di una incantevole bambola, bianca, con la cuffietta e gli occhi veri che si aprono e si chiudono.
Avrò avuto sette anni, la mia manina stringeva quella del mio papà mentre misuravo i contorni di quella bambola meravigliosa, troppo bella per essere mia.
La conservo ancora.
Ogni anno, alla fiera arrivava qualche regalino.
E poi c’era lo zucchero filato, con il suo bastoncino su cui galleggiavano nuvole bianche, deliziosa promessa per i sensi che si arrampicavano tutti sulla punta del naso per inseguire quell’odore inconfondibile, dolcissimo eppure mai stomachevole.
Quest’anno lo zucchero filato è scomparso.
E’ scomparso insieme a molte altre magie della fiera.
Negli anni dell’adolescenza, lo sguardo migrava dalle bambole agli hippies che tornavano dai loro viaggi portando oggetti strani che mi seducevano: incensi, tamburi, vestiti colorati, pietre e collane particolari.
All’epoca il vintage e il neohippy non erano di moda, per fortuna.
L’odore dell’incenso, danza inebriante di ambra e patchouli, accompagnava le mie perlustrazioni.
Quei ragazzi avevano addosso il mistero di lunghi viaggi sui quali appoggiavo i miei sogni.
Oggi, purtroppo, anche loro sono scomparsi. Al loro posto, una muta di ragazzi e ragazze che comprano oggetti dagli importatori e poi li rivendono a tutte le fiere, da nord a sud.
La fiera ha perso il suo fascino, la ricchezza dei suoi dettagli particolari. Non a caso scompaiono le bancarelle più bizzarre, come quelle che radunano pezzi vecchi e curiosità, per far posto ai vestiti.
Vestiti, vestiti, vestiti. Tutti uguali.
Del resto, questo è il frutto dell’omologazione.
La Coca Cola e l’hamburger di Mac Donald sono sempre gli stessi, da Città del Messico a Hong Kong.
E così sono scomparsi anche gli oli essenziali (ne cercavo, invano, uno d’ambra) sostituiti da boccette prefabbricate che hanno tutte lo stesso odore di fondo, quello delle schifezze con cui “tagliano” le essenze. Fino a qualche anno fa si trovavano oli diversi, era ancora possibile intercettare il profumo perfetto.
Oggi, invece, la massificazione ha fatto scomparire dalla fiera anche questi venditori di oli particolari (c’èra un tizio indiano, qualche anno fa, con un baracchino nel quale mi persi, mi persi sul serio, ubriaca di profumi incredibili che investivano i sensi).
Insomma, la fiera è diventata un mercato qualunque. E ha perso la sua magìa.
Ieri pomeriggio, dalla finestra della casa di mia sorella che si affaccia sul corso, la strada principale della città, ho spiato un pagliaccetto che gonfiava palloncini di plastica combinandoli in varie forme e colori. Una rosa, un cane, una spada. Sorrideva, si inchinava, faceva le faccine buffe. Aveva un cappello coloratissimo e degli scarponi rotondi. In quel piccolo angolo che sembrava fuori dallo spazio e dal tempo, fatto di gesti antichi su cui soffiava lo spirito delle cose che non sono più, ho ritrovato parte dello smarrito stupore.
La gente continuava a correre infilata l’una sull’altra, piena di buste piene di vestiti, ma il pagliaccetto stava lì, imperterrito. Ogni tanto qualche bambino si fermava e anche l’adulto, allora, riscopriva un arcaico incanto.
Più tardi, quando la notte dava il cambio alla sera, prima di andare a dormire ho guardato di nuovo.
Lui si stava cambiando, aveva tolto gli abiti colorati e si era infilato un paio di pantaloni larghi, gli infradito e un gilet. Il cappello aveva liberato la massa di capelli rasta che venivano custoditi in uno chignon (conosco quel tizio, è un ragazzo che sta insieme ad altri artisti di strada, seduto su un gradino poco più avanti nella stessa via). Ha messo via le sue cose insieme alla manciata di spiccioli.
A un certo punto si è girato verso una bellissima bicicletta elettrica color rosso fuoco, ha tolto il lucchetto, ci è salito sopra e si è allontanato.
Ho sorriso.
In fondo, è questo il nostro tempo.
SUONI DEL SILENZIO, SILENZIO DEI SUONI
Segnalo volentieri un’ iniziativa che trovo bellissima. Si tratta di una vacanza diversa, incrociata casualmente ieri, in un servizio del telegiornale. Si chiama I suoni delle Dolomiti: in cima alle montagne più suggestive del nostro paese, artisti di varia provenienza suonano la loro musica.
E in quest’estate caciarona in cui al mare i turisti sudano e sculettano in acqua con la musica a palla, guidati dal megafono del trainer di turno, in montagna le solite escursioni vengono interrotte da idee nuove, diverse.
Bellissimo arrampicarsi in cima ai monti, l’ho fatto anche io, due anni fa, vicino a Bressanone. Ma anche qui si rischiano macchiette da commedia all’italiana: il "tipo da montagna" si contrappone al "tipo da spiaggia" con un mix di nonno di Heidi e salutismo isterico.
Insomma, estremi. E come accade con tutti gli estremi, alla fine i punti di contatto rendono simile ciò che appare diverso.
Ecco che invece ieri ho visto questa immagine, molto bella, in cui uomini, donne e ragazzini, tutti diversi, si arrampicavano per assistere alle meraviglie segrete dell’alba. Poi in silenzio, seduti sulle rocce e sui prati, ascoltavano il suono di un violino o i racconti di un teatrante.
Ho pensato che è una bella occasione. Occasione per unire al suono del silenzio il silenzio del suono.
La montagna suona la sua musica, infatti. Ed è una musica soave, fatta di vento e di foglie, di canti e controcanti in cui gli uccelli trasmettono l’armonia del ciclo che si compie negli spazi fra il giorno e la notte.
Il silenzio ha il suo suono, lassù. Ma anche il suono è un silenzio quando la musica arresta i pensieri e distende l’anima su un prato di note.
In un mondo sempre più frastornato, ebbro di caos e di stridore, questi momenti sono occasioni.
La montagna è un po’ come il mare: si occulta quando viene aggredita, si rivela nello stupore.
Ma non è detto che occorra sempre essere soli e stare in silenzio, passeggiare. A volte l’incontro avviene anche in comunione, insieme ad altre persone. La musica si intona, in questi casi, ai suoni perfetti della natura.
La montagna e il mare gradiscono il "suono" dell’uomo quando questo non è invasivo e superbo.
Pare che lassù, sulle Dolomiti, lo abbiano capito.
CRONACHE MARITTIME
Diciamolo subito: la vacanza ci vuole. Eppure sulla spiaggia, a volte, ti senti a disagio. C’è tutto…tranne ciò che vorresti. Mercatini che si mangiano ettari di spiaggia, reti da beach volley che si alternano alle cabine, attrezzi da palestra dati in dotazione con trainer in costume e casse che sparano musica a palla.
Sarà che per la sottoscritta il mare è, appunto, mare. Cioè acqua salata per fare i bagni, sabbia su cui distendersi o passeggiare. E magari un pizzico di vento e tanto, tanto silenzio per la quiete dei sensi. Ma non si può. I nostri mari, aggrediti dalle frensie del consumismo, somigliano sempre di più alle estensioni delle città.
Le spiaggie a volte, se ci pensi bene, sono ridicole. Piene di gente spogliata che si spalma cremuzze che si mescolano ai pestilenziali sudori (un mix terrificante per le narici), e che tutta felice si agita in mutande e reggiseno.
Già, perchè di mutande e reggiseni si tratta (possiamo chiamarli "costumi", farli in lycra, colorarli, ma sempre mutande e reggiseni rimangono). Invece in città hanno addirittura vietato, in qualche posto della Versilia, di gironzolare in ciabatte.
A volte è buffo, vedi questi grappoli di gente intorno a te (sì, tutto intorno a te, come la Vodafone) con le sue belle mutande colorate, tutta contenta. Ma se pensi che sono mutande, ti viene da ridere.
E’ divertente, nelle cittadine di mare, osservare la scissione schizofrenica a seconda del clima. Nei giorni di sole, il centro diventa come il deserto della Namibia. Tutti al mare, ingolfati, pigiati in una sabbia sempre più rara, pressata dall’arrembaggio di lettini, ombrelloni, asciugamani.
Se invece piove, ecco allora che le viuzze del centro si popolano mentre il mare ritrova un po’ del suo selvaggio splendore. Vuoto, popolato solo dai bagnini ingrugniti che ciondolano le mani pensando agli euro mancati (eh sì, niente lettini aggiuntivi o lattine di Coca tirate fuori dai furbi dispenser che se la giocano con i baretti).
E si sgomita, in centro, per fare shopping. Tutti dentro i negozi. I turisti con l’aria incazzata di chi sta sprecando il gruzzolo della vacanza, gli abitanti del posto un po’ più sereni perchè comunque si fanno un’intera stagione.
I turisti con i loro sandali allagati zampettano sotto la pioggia cercando di evitare la minaccia delle pozzanghere, i bambini li seguono raggomitolati nei maglioncini troppo leggeri, specie negli ultimi anni in cui le tentazioni monsoniche della terra violata piegano in due le nostre estati alternando stagioni impazzite.
E ti viene voglia di qualche posto selvatico, senza ombrelloni e asciugamani e personal trainer, senza bagnini e turisti, senza invasioni di gente che salta dalla sabbia al cemento districandosi fra i giorni uggiosi e quelli di sole.
Anche la terrazza, a volte, è un toccasana. Ti fa sentire in una cittadella inespugnabile. Peccato, però, che da qualche, sulla strada, qualche bar appicca l’incendio della sua orribile musica, quella dei tormentoni estivi.
E tu bruci di scoraggiamento.
IL NOSTRO ATTIMO FUGGENTE
Grazie a un >>post pubblicato nel bel blog di Marea di Luce, ho avuto modo di ripensare a un mio vecchio professore di liceo.
Su ognuno di noi, se è fortunato, vigila nel cuore la memoria dell’ attimo fuggente, vissuto con un insegnante prezioso, una piccola perla bianca nell’oceano di banalità su cui nuotano professori scemi o insegnanti svagate, amanti dei presidi e annoiati signori costretti a seguire sbadigliando una classe, infarcendola di nozionismi e regolette.
Proprio come nel film di Peter Weir, L’attimo fuggente, esistono insegnanti che si staccano dal carro trionfante e balordo su cui avanza l’orda barbarica degli insegnanti, e preferiscono correre da soli.
Ma corrono. Corrono mentre gli altri si trascinano fiaccamente vivacchiando su paginette stampate e soporifere lezioni imparate a memoria.
Corrono da soli, corrono incontro agli allievi, cercano di fare formazione e non
in-formazione.
Ti si annidano nelle viscere quando parlano entusiasmandosi, ti commuovono nei loro slanci sinceri, ti stupiscono con le loro digressioni inattese.
Sono sempre un po’ speciali. Eccentrici, folli, meravigliosamente anarchici.
Il mio professore insegnava francese al liceo linguistico. Unica testa pensante in un corteo di lobotomizzati.
Ricordo ancora il suo profumo penetrante che invadeva l’aula, l’azzurro dei suoi occhi schietti che inseguiva l’arco improvviso di un sopracciglio, i suoi modi passionali e duri allo stesso tempo.
Lui evitava come la peste la muta di professori che circolava nella scuola, Adorava prendere la bicicletta e andare in campagna, raccogliere fiori, camminare da solo per ore.
Ora che ci penso, somigliava un po’ a Chatwin.
Di ogni albero e pianta conosceva nome e provenienza. Si commuoveva parlando di Proust e dei giardini inglesi.
Ma, soprattutto, cercava di allenarci a diventare adulti capaci di discriminare.
Quando ci interrogava, non voleva ascoltare la sciatta elencazione di due paginette di antologia, vita-morte-opere di qualche autore francese. Ti sgranava gli occhi addosso e domandava: Sì, ma tu, tu che ne pensi?
Cercava con pazienza e coraggio di tirarci fuori pensieri nostri, stimolava la libera circolazione di idee, il frutto prezioso dell’associazione.
L’ho amato tantissimo, e continuo ad amarlo. Ne ho sempre conservato l’insegnamento. Che riguarda qualcosa di molto più ampio della lingua e della letteratura francesi, per quanto affascinanti possano essere.
Riguarda l’educazione all’intelligenza, a quella cultura rara che cerca di sposare la testa con l’emozione.
Più tardi, quando mi sono ritrovata, per uno dei casi della vita, dietro una cattedra a insegnare tecniche di giornalismo e redazione a giovani teste pensanti, mi sono sempre ricordata di lui.
Questi insegnanti sono rari. Attraversano la notte della scuola con un bagliore rapido, come una stella cadente. Sono occasioni che vanno colte e custodite.
E rimangono nella memoria, leggeri come rugiada ma solidi come una roccia. Te ne accorgi all’improvviso, un giorno.
E senti il cuore che soffia sulla brezza della gratitudine.
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