LE NOTTI DI TUTTI
Così, domenica dopo domenica, anno dopo anno, abbiamo imparato cose che a dirle sembrano ridicole tanto dovrebbero essere patrimonio comune: che c’erano due Italie e che non ce n’era per definizione una buona e una cattiva, che entrambe avevano cose che ci piacevano, che da tutte e due le parti c’erano persone per bene, che a destra, a sinistra, al centro si potevano trovare risate, affetto, belle chiacchierate, discussioni, disagio o tristezza. Di una cosa mi resi conto subito: che eravamo una famiglia che spiazzava, in modo positivo, rompevamo gli schemi. Quando con mia madre entravamo all’inaugurazione di una mostra etichettabile come di sinistra, ci poteva essere un attimo di gelo, ma non ce ne siamo mai preoccupati perchè poco dopo il clima cambiava, tornavano al centro le persone e allora la gente ci guardava con simpatia e forse rimetteva in discussione qualcosa.
(Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là)
Pinelli assassinato.
Me la ricordo, questa scritta. Ero solo una bambina, ma quelle parole in carattere stampatello, rosso, che riempivano il muro della scuola, non se ne sono mai andate via dalla mia mente. Perché anche i bambini hanno presagi, leggono e ascoltano le cose dei grandi e intuiscono, intuiscono l’orrore di un mondo adulto in cui nessuno ti protegge più. In cui forse ti ammazzano.
E io all’epoca non sapevo ancora leggere.
Crescendo diventai più alta, imparai un sacco di cose sulla storia e sul nostro paese, cominciai a fare progetti per il mio futuro. E imparai a leggere. E la scritta divenne più minacciosa. Stava lì, sempre uguale. Solo il rosso, con il tempo, virò verso un rosato, come velato da una leggera nebbia mattutina. Ma allo stesso tempo resisteva, ostinato, alle piogge.
Così venni finalmente a sapere chi era Pinelli. E perché tanta gente era arrabbiata. E perchè avevano ammazzato, nel 1972, Luigi Calabresi.
In seguito mi appassionai molto agli anni di piombo (l’evidenza dell’impatto acerbo con quella scritta, e del fascino inquieto e misterioso che provocò su di me è ancora nitida). Lessi libri, giornali, cercai, come tutti, di capire.
Quegli anni mi hanno sfiorato con il vento leggero dell’infanzia, mentre altri sono stati invece colpiti dal piombo delle pallottole. Tanti, troppi morti. Ovunque.
Anni di ideologie, di lotte armate, di morti ovunque.
Ma la morte è sempre la morte. Non è di destra, nè di sinistra. E’ un fatto democratico. Eppure, come avvoltoi, schediamo i morti e prontamente li mettiamo in fila, ordinati, etichettati. Invece il dolore dei parenti, quello è uguale per tutti. Proprio come la morte. Già, ci sono due cose che sfuggono alla danza delle etichette e delle commemorazioni: la morte e il lutto dei familiari. Uguali, senza colori e confini. Infiniti. Non importa se a morire erano fascisti o anarchici. Le famiglie piangevano lo stesso pianto, la vita di molti si sgretolava nell’attimo in cui il respiro di qualcuno si spezzava sulla soglia delle sue labbra.
Il libro di Mario Calabresi è molto giornalistico, ricco di fatti, dati e citazioni. Ma racconta anche di un dolore privato che diventa pubblico, e di come quel "pubblico" nasconda anche ostacoli e delusioni.
Ma, soprattutto, è una storia d’amore. Verso un padre perduto e una madre che ha resistito.
Fino all’arrivo di Tonino, il pittore di sinistra che aiutò a colorare di nuovo i giorni foschi di quella famiglia. A questo si riferisce il brano che ho tratto. Non più destra, non più sinistra. Il mondo borghese incontra quello scarmigliato delle "comuni" e nasce un sodalizio vero, che attraversa i pregiudizi.
C’è qualcosa di meraviglioso in tutto questo. Un commissario ammazzato perchè diventato ostaggio di una campagna di linciaggio, un simbolo, suo malgrado, del potere reazionario e fascista. E un artista di sinistra che accoglie fra le sue braccia quella famiglia mutilata, e la aiuta a "spingere la notte un po’ più in là".
Anche per questo Mario Calabresi oggi è un uomo equilibrato, ricco di una misura che dimostra una vera elaborazione interiore.
Il piombo dal cuore non si solleva mai veramente. Ma si va avanti, e si cercano le ragioni. Le si cercano al di là degli schieramenti e dell’odio.
Così dovremmo fare, sempre. Con mente aperta, con cuore disponibile. Difficile, certo.
Io non so se Pinelli sia stato assassinato, non so se la polizia lo ha buttato dalla finestra, quel giorno.
Non lo so. Ma so che è morto.
Un uomo è morto.
E non so se Calabresi si trovasse davvero in un’altra stanza, come confermano alcune prove. Ma so che è morto, anche lui.
Un altro uomo è morto.
Pinelli e Calabresi, legati per sempre. Ogni morte prematura è una notte che piega il sole, lo depone in cantina. E quelle morti, le morti di piombo, sono una notte che appartiene a noi tutti.
Ieri come oggi, le notti di tutti noi.
IL GESTO DI MIO PADRE
A. morì in un giorno precoce. La sua vita ancora giovane si spezzò e cadde come un ramo in inverno.
A volte i talenti non ti salvano dalla distruzione operata dalle parti infere che, operose, lavorano dissolvendo, corrodendo, mutilando.
Era un bel ragazzo, A. Aveva tutto ciò che sembra necessario: era bello, aveva una famiglia ricca che non gli faceva mancare nulla, era pieno di donne.
Ma il suo dolore, dentro, se lo mangiò pezzo per pezzo. Usò l’eroina per farlo.
La sua vita si schiantò ai bordi di un’autostrada mentre andava a cercarsi una dose.
Conoscevamo da sempre lui e la sua famiglia.
Sapevamo delle lotte infinite di sua madre, eroina contro un’altra eroina, letale. Sapevamo delle sue speranze e delle suoi crolli angosciati. Oscillava come un pendolo, seguendo emersioni e ricadute del figlio. Tic Tac. Tic Tac. Tic Tac…
Fino allo schianto.
Mio padre le era sempre stato vicino, ne aveva raccolto le lacrime nelle mani a coppa.
Il giorno dei funerali – un giorno senza tempo, come quello di ogni funerale – ci fu la fila per le condoglianze. Facce tristi, sussurri alle orecchie della mamma rimasta sola, strette di mano.
Quando toccò a mio padre, lui fece qualcosa che è per sempre rimasto impresso nella mia memoria.
Si mise davanti a lei. Non le strinse la mano nè le baciò la guancia.
La fissò con occhi disperati e dolci, alzando le sopracciglia a chiesetta sopra un sorriso triste. Scosse delicatamente la testa sulle spalle sollevate, con le braccia allargate a dimostrare l’impotenza nel dire o nel fare qualunque cosa.
Come se tutto fosse troppo grande per dire o fare qualcosa di davvero sensato.
Come se quel gesto racchiudesse tutto il suo amore e la condivisione di quel dolore.
In quell’attimo, lo amai di un amore profondo. Fece l’unica cosa possibile. Vera.
Infatti non puoi consolare una madre alla quale la droga ha rubato il figlio.
Ma c’era, nei suoi occhi, nel suo sorriso triste mentre la guardava, anche un’intesa profonda, quella di un genitore che sa e che ha condiviso parte di quella battaglia perduta.
Lei ha ricambiato quello sguardo speciale, ha annuito per poi procedere con le strette di mano e i baci sulla guancia che si affollavano e pigiavano dal fondo.
Non ho mai scordato quell’attimo.
Ricordiamo le persone attraverso gesti piccoli, infintesimali. Da subito, ho saputo che quello era uno dei momenti speciali che avrebbe custodito, nel tempo, la memoria di mio padre.
VOCI DELL’ANIMA
"Ferme te jolis yeux, car tout n’est que mensogne"; e lì cominciarono a sfuggirmi le lacrime che a fatica cercavo di trattenere, perchè la voce gli usciva da quel recinto dell’anima che le persone abituate a fingere e a difendersi tengono ermeticamente chiuso.
(Nuvolosità variabile, Carmen Martìn Gaite)
La voce non è sempre uguale. Non è solo suono, parola.
La sua qualità può essere molto, molto diversa. La voce "di testa" è quella che l’uomo usa solitamente per difendersi. Stridula, alta, squillante, non apre il recinto dell’anima, il luogo segreto che accoglie con trepidante pudore suoni e silenzi diversi.
Ma se solo ci attardiamo un istante, tutti sappiamo riconoscere le volte in cui abbiamo avuto una voce "diversa", una voce che sembrava zampillare da una grotta a noi sconosciuta. Una voce liquida e allo stesso tempo solida come roccia, e profonda, profonda come l’abisso della nostra ignoranza. Calma come il mare dorato del primo mattino.
Quella voce emerge quando smettiamo di difenderci. Difenderci da noi stessi e dal mondo. Allora quel suono vibra all’interno e si riflette all’esterno. Il recinto dell’anima si apre ed ecco che siamo lì, vulnerabili, a battere all’unisono con tutto ciò che ci circonda. E quella voce così misteriosa uscendo sfiora magari qualcuno, e quel qualcuno si accorge della nostra qualità differente. Sa che siamo privi di scudi, sa che abbiamo tolto ogni muro. E che parliamo davvero.
Quante volte parliamo davvero a qualcuno? E quante, invece, azioniamo il pilota automatico del nostro magnifico Io e andiamo avanti così, usando il diesel della nostra attenzione? Mentre in realtà stiamo pensando a noi, solo a noi. Alla nostra immagine, a come è saggio e bello e buono ciò che diciamo. O stupido, magari, e arrogante e affrettato.
Ma sempre, in questi casi, il recinto rimane chiuso.
Palare davvero a qualcuno significa mettersi nudi. Ma subito tremiamo. Abbiamo bisogno della nostra foglia di fico.
La nostra cara, vecchia, foglia di fico…
L’ATTIMO CHE CAMBIO’ IL NOSTRO DESTINO
C’è un attimo che cambia il nostro destino per sempre. Si gioca sul filo di un sussurro di vento, oppure arriva come un terremoto imprevisto. A volte ha la forma di un’ala di colomba che si trasforma in falco non appena la preda, fiduciosa, abbandona le sue zampette a terra; altre volte si mostra da subito come una tentazione luciferina alla quale non ci si può sottrarre, alla quale si deve necessariamente soccombere.
Arriva d’inverno, con la sciarpa e i guantoni di lana, oppure d’estate, a bordo di una barchetta a vela che si ciondola sulla brezza marina.
Ma quando arriva, la nostra vita cambia per sempre. Da quel momento, da quell’esatto momento, ci saranno un prima e un dopo. La vita si spacca in due parti, come una mela tagliata, e una parte resta lì, avvolta nella formaldeide della memoria, ora esaltata ora rimpianta ora maledetta; l’altra parte invece avanza traballante in cerca di una nuova forma che lentamente troverà. Ma quella zona di confine, quella lama di coltello su cui si è diviso il nostro destino, resterà sempre come l’incisione fatale che ci portò via la quiete del tempo che libero fluisce, introducendo invece l’amaro spazio dello ieri e dell’oggi.
Ognuno di noi ha un prima e un dopo. Due vite, due vite che si sfiorano a volte, ma senza mai toccarsi più davvero, come accade a Lady Falco e al capitano Navarre in LadyHawke (film romantico senza molte pretese, ma suggestivo). Come nella scena del ghiaccio, quando Navarre-lupo sta per affogare e Isabeau non si è ancora trasformata in un falco. Ma ecco che arriva il mattino, l’attimo, l’unico, in cui i due amanti possono vedersi per un istante nelle loro vesti umane; un istante per ricordare ciò che era e non sarà più. Il sole avanza, Navarre tende la mano verso Isabeau che però vola via, di nuovo falco per tutto un nuovo, lungo giorno.
Un po’ come per questi due amanti, le nostre vite spezzate da quell’istante in cui il demiurgo girò un’altra ruota rotoleranno altrove, e solo nella memoria, solo nella ferita del sole che si introduce nella notte, sapranno ricordare chi erano.
Ma se per Isabeau e Navarre si tratta di un incantesimo d’amore che sarà sciolto alla fine, per l’uomo, solitamente, l’essere separato da ciò che era (ciò che amava, che credeva) introduce una nuova vita le cui possibilità conducono a varianti imponderabili che dovrà imparare a conoscere.
E anche un domani lontano, quando saremo di nuovo felici (o infelici, perché se la mano del destino traduce la nostra nuova vita in gioia non è per forza detto che questa debba permanere: l’inganno della Ruota procede), ricorderemo sempre l’attimo fatale in cui qualcosa di noi si spezzò dentro, e morì.
Morì come un uccellino in un parco invernale: sotto i fiocchi di neve, ai piedi di un albero. Tremando, senza fare rumore.
Chi lo ha sperimentato sa cosa significhi parlare di una vita precedente, e non semplicemente di “noi nel passato”.
Significa morire e rinascere. A volte fa male. Ma non c’è altra strada possibile. E un giorno, un giorno ci renderemo conto che ne è valsa la pena.
LA MADRE E LO SPECCHIO
Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preeso sul serio e rispettato dalla propria madre. Deve poter disporre della madre nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, usarla, rispecchiarsi in lei. Un’immagine di Winnicott illustra benissimo la situazione: la madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova…a patto che la madre guardi davvero quell’esserino indifeso nella sua unicità, e non osservi invece le proprie paure e attese, i progetti che imbastice per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre il bambino non troverà sè stesso, ma le esigtenze della amdre. Rimarrà allora senza specchio e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo.
(Alice Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé)
Il saggio di Alice Miller è spietato. Davvero. Racconta di tutti i bambini che mulinano al vento talenti precoci per compensare la dilaniante ferita dell’anima rimasta sospesa - e priva di suture - negli occhi fuggiaschi di una mamma troppo occupata.
Di fatto, quante volte siamo presenti mentre parliamo con qualcuno? I nostri occhi fissano quelli dell’interlocutore mentre in realtà vediamo sfilare davanti a noi la lista delle nostre quotidiane costernazioni, o gli appuntamenti mancati, o quelli da fare. O pensiamo, semplicemente, al colore del rossetto che indosseremo stasera (meglio il 43 di Dior oppure il 17 di Lancome?).
Continuamente non siamo dove dovremmo essere. Ma in quei mesi, in quegli istanti, la nostra assenza di madre diverrà vuoto, abisso, voragine.
Il bambino che rimane da solo, con il suo specchio rotto, ne cercherà sempre un altro. Ma non c’è specchio adulto che possa rimandare la sicurezza e l’amore trepidante di quella primavera interrotta.
Il ramo si spezza, il bocciolo precipita, l’autunno affretta i suoi passi.
L’OSCAR DELLA MORTE
Quando la morte si avvicina qualcuno riesce a captarla.
Accade a Oscar, un gatto che vive nella Steere House di Providence, negli Stati Uniti. Nella clinica, medici e infermieri vivono questa straordinaria avventura.
Oscar è un micio tranquillo, discreto. Ma ha un talento particolare: sente l’arrivo della morte. Così salta sul letto di un malato, si accuccia accanto e comincia a fare le fusa. Dopo poco, il malato cessa di vivere.
Il caso ha ovviamente destato clamore ed è finito sul New England journal of medicine.
Ma perché stupirsi tanto? In fondo, i gatti sono sempre stati usati dai maghi e dalle streghe per le loro capacità percettive raffinatissime. Sembrerebbero capaci di vedere e sentire cose che a noi non sono concesse (avete mai visto un gatto fissare insistentemente il muro, a vuoto, per ore e con l’aria allerta? a me è capitato, e ho avuto la netta sensazione che…non fossimo soli).
Di sicuro Oscar è un sensitivo, al di là della folla di ipotesi e spiegazioni scientifiche (c’è chi sostiene che percepisca la variazione sottile del respiro che diventa diverso man mano che la morte si avvicina).
Il dato rimane: questo gatto sente in anticipo quando una vita sta per spegnersi, e diventa una sorta di bizzarro psicopompo che traghetta l’anima nell’aldilà, festeggiandone la dipartita. Sarebbe piaciuta, questa storia, agli Egizi, che seppellivano i loro gatti e ornavano le tombe con statue feline.
Comunque sia, Oscar è un gatto speciale. Certo, c’è da temere per il malato nel cui letto lui salta, ma in fondo non è poi male morire accompagnati da due occhi silenziosi e un delizioso ronfare.
Chissà che Oscar non veda il distacco dal corpo e, sornione, non visto, faccia "ciao ciao" con la sua zampetta.
Con buona pace di chi pensa che gli animali non abbiano un’anima…
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