EQUILIBRI
Qualche giorno fa la mia insegnante di yoga mi ha detto qualcosa che mi ha fatto riflettere molto. Stavo cercando – invano – il punto di equilibrio che permette di sollevare le gambe da terra con facilità per effettuare le famose posizioni invertite, a testa in giù.
Si tratta di un punto "magico" in cui la gravità scompare e le gambe si sollevano da terra con una leggerezza incredibile, quasi come sollevate da mani invisibili. Non c’è più gravità, non c’è più peso.
E’ come entrare nel moto di una spirale che ti tira su.
Un giorno ce l’avevo fatta, finalmente. E avevo provato una leggerezza incredibile.
Non ci sono più riuscita.
Inutilmente ho ricercato quel punto, quasi impercettibile eppure così potente.
Mi stavo lamentando quando Patrizia, la mia insegnante, mi ha ricordato che non si deve mai dare nulla per acquisito.
Una volta raggiunta una posizione, una postura (che è simbolo e metafora di mille altre "posture" che riguardano tutta la nostra vita), non bisogna mai dare per scontato il successivo raggiungimento della medesima posizione.
Ogni raggiungimento non è un vero raggiungimento. Non si raggiunge mai nulla, in realtà. Anche perché non è nella meta finale (la postura) che ci si sviluppa, ma è nel percorso. E’ nello sforzo che si fa, nella tensione verso.
Ha ragione. La vera bellezza è nell’apprendimento, la vera bellezza giace nell’affinare, momento dopo momento, la nostra "postura", sia interna che esteriore.
E pensare di aver acquisito qualcosa è un errore. Non c’è vera acquisizione, alla fine.
Il voler "afferrare" qualcosa ne uccide la vita.
E il ricominciare da capo, il sapere che nulla è scontato, comporta un insegnamento prezioso.
Così proverò e riproverò, ogni giorno.
Anzi, come dice Yoda al giovane Luke Skywalker:
"Tu no prova, tu fa".
L’ARTE DELLA SPADA
Ecco, ho compreso il senso dell’arte della spada.
La prima conquista dell’arte della spada è l’unità tra l’uomo e la spada. Quando la spada è nell’uomo e l’uomo nella spada anche un filo d’erba è un’arma affilata.
La seconda conquista è che la spada è assente nella sua mano ma è presente nel suo cuore. Anche a mani nude egli può battere il proprio avversario, perfino a 100 passi da lui.
La conquista finale dell’arte della spada è l’assenza della spada nella mano e nel cuore. La mente aperta contiene tutto. L’uomo di spada è in pace col mondo. Egli non uccide e porta la pace all’umanità.
(dal film Hero di Zhang Ymou)
Non riesco a scrivere, almeno per ora, di questo film che mi ha commosso e turbato.
Spacciato come un film di arti marziali, è in realtà una storia sapiente e raffinata che narra del percorso spirituale.
Ricco di un simbolismo difficile (ci sono cinque versioni di una stessa storia, contrassegnate dai cinque colori degli elementi cinesi, Acqua, Metallo, Fuoco, terra e Legno) che comprende la mitologia, l’alchimia e la via binomiale in cui Uomo e Donna incarnano l’Unione Cosmica, Hero è sublime. Semplicemente.
Mentre lo guardavo, spesso sono rimasta con le labbra aperte in segno di stupore e gli occhi pieni di lacrime. Perchè Bellezza e Armonia non possono non sorprendere.
Non mi va di scrivere oltre, consiglio solo di guardarlo. Hero ammette poche parole e tanto silenzio.
Ricordo solo, qui, la meraviglia di queste parole sull’arte della spada. Che, intesa nel suo valore più sottile, è una lama che taglia l’illusione dell’essere (sono venuto a portare la spada, dice anche Cristo, e il senso figurativo è sempre più importante di quello letterario).
Perché alla fine, per chi comprende, non esiste più neanche la spada. E non esiste più nemmeno l’uomo.
Perché tutto è, sotto un unico Cielo, (come ricorda il dialogo fra L’Imperatore e Senza Nome) .
Sotto un unico Cielo.
LA PASSEGGIATA DELL’IGNORANZA
Mi hanno prescritto una cura particolare: "la passeggiata dell’ignoranza".
"Figliola – mi ha detto il mio medico, un omeopata centenario che gode di ottima salute – lei deve assolutamente prendersi cura di sè. Le prescrivo la passeggiata dell’ignoranza, un’ora al giorno".
Mi ha spiegato che gli antichi la chiamavano così. Una passeggiata senza meta, né pensieri martellanti.
In fondo, somiglia tanto a una meditazione, a un ristoro dell’anima che apre le ali e si distende un poco sotto il suo cielo.
In questo mondo ossessivo, urlato, pieno di nevrosi individuali e collettive, la passeggiata dell’ignoranza è un ritorno…all’antica sapienza.
Viviamo nella cultura del fare. Produco ergo sum.
Sono dunque consumo.
E via così, nello sciame quotidiano che oscura paesaggi e città con i suoi moti epilettici.
L’andare senza meta fa invece bene. Perché non avere meta è la meta più ambita, come sa chi cerca una profonda vita interiore.
In quei momenti è forse possibile sfiorare il presente, infilarcisi dentro fra una memoria passata e un pensiero futuro.
E penso a quante mete sbagliate, a quante griglie prestabilite che ci intrappolano nel nostro tran tran.
Da questa giostra, io cerco (invano) di scendere, perciò il consiglio del vecchissimo, saggio medico mi ha molto affascinato, richiamando alla mente le passeggiate senza direzione e senza scopo che mi regalo soprattutto d’estate, tornando alla cittadina natale.
Camminare è terapeutico, ma farlo seguendo una prescrizione medica è davvero fantastico.
Ai miei "Se…" "Ma.." "Non ho tempo tutti i giorni…" "Il lavoro.." lui ha risposto, categorico: "Passeggiata dell’ignoranza".
E mi ha fregato.
Sì, perché conosco le virtù dell’antica sapienza, il suo "sapere di non sapere" che ha acceso scintille nelle culture di tutto il mondo.
Abbandonare la presa senza pretendere di schedare, dirigere, organizzare, è la cura migliore nei momenti difficili.
Anche la più difficile, probabilmente.
Ma io ho deciso di camminare. Cercando di scordare quello che so.
FRAGILI CONFINI
Quando ci alzammo, ci risistemammo i vestiti e Paolo stirava con le mani le pieghe del copriletto perché non si vedesse che ci eravamo coricati. Poi riaprì la porta e fu come se niente fosse stato, eravamo di nuovo due ragazzi innocenti che sentono musica e chiacchierano del più e del meno. Pensai quanto l’innocenza e il peccato siano vicini, quasi indistinguibili se solo un giro di chiave li divide.
(Paola Mastrocola, Più lontana della luna)
Leggendo il libro gli occhi hanno indugiato su questo brano, sono tornati indietro più volte. E sì, perché c’è una profondità assai stimolante in questa immagine.
L’innocenza e il peccato sono vicini, vicinissimi. Divisi solo da "un giro di chiave", da una prospettiva modificata da elementi a volte infinitesimali, come la grandezza del buco di una serratura.
Come accade con i bambini, che all’improvviso smettono le ali d’aneglo (asessuate, ovviamente) per farsi attraversare da un fulmineo moto di malizia, repentino ma accessibile.
Ricordo, a questo proposito, l’immagine di una bimbetta che camminava davanti a me sulla riva del mare. Sarà accaduto diversi anni fa, ma la ricordo benissimo.
Stavo avanzando, lei mi guardò con occhi sornioni, strizzati per il sole troppo invadente. Poi mi tagliò la strada intrufolandosi nello spazio per camminarmi davanti.
Era piccolina, magra. Avrà avuto cinque, sei anni. Sui capelli biondi portava un bel nastro. Il costumino rosa, con le frappe intorno alla vita, le finiva dentro il culetto.
All’improvviso, la bambina dal volto d’angelo mi sembrò una esperta Lolita. Camminava sculettando, con un’andatura in qualche modo consapevole della malizia, della seduzione che emanava il suo corpo ancora acerbo.
Si infilò gli occhiali da sole dimenandosi ancora di più. Ondulava con voluttà, come una cortigiana in miniatura.
Ho pensato a Freud, a cosa scriveva – scomodando il lindore del pensiero borghese - dei bambini che hanno una sessualità precisa, definita. Che non sono solo i "figli del cielo" che amiamo vedere. Sono anche attraversati da Eros, che con il suo fuoco incendia pensieri ancora non coscienti, guida posture accattivanti, attira verso il mondo magmatico degli adulti in cui scorrono fluidi e misteri assorbiti dalla precocità.
Già, basta un giro di chiave. Basta il perimetro di una serratura.
La vita, la vita è anche un arcano gioco di sottili ambivalenze.
LE PAROLE DEGLI AGNELLI
Bellissimo. Un film bellissimo. Leoni per agnelli mi ha incantato. E mi ha ferito. Perché quando esci dal cinema, sai di non aver visto un film ma di avere sbirciato un mondo reale, un mondo che ci circonda e di cui tu stesso, isieme agli altri, sei responsabile. Un mondo schifoso.
Robert Redford produce e interpreta un film impegnato – come si dice – allontanandosi dalla chiassosa retorica americana sulle guerre e sul patriottismo. La bandiera americana, sventolata da sempre come un fallo glorioso intorno al quale ruota il mondo intero (una per ogni casa, contavo stupita quando vivevo negli Usa), comincia qui a mostrare meno stelle…e a far vedere meglio il sangue che colora quelle strisce.
Il film si gioca su tre storie parallele: una giornalista (Meryl Streep) intervista un ambizioso senatore repubblicano (Tom Cruise), due militari in Afghanistan, feriti durante una nuova offensiva americana restano prigionieri dei ghiacci, un professore universitario (Roberd Redford) chiama un talentuoso ma impigrito studente per spingerlo a emergere.
Tre narrazioni che procedono parallelamente, si inseguono, si incrociano, si mollano e si ritrovano ancora per convergere verso un finale drammatico. Drammatico per tutti.
I due militari sono due ex studenti del professore, due ragazzi di colore (un nero e un portoricano) che alla laurea preferiscono partire per la guerra. Perché per cambiare bisogna essere presenti, agire.
E mentre ci si gioca la pelle, mentre ci si trova circondati dal nemico con il cuore che rabbrividisce davanti alla consapevolezza di una vita imporvvisamente più corta, con una meta adesso vicina, troppo vicina, mostrata dal fiato della morte che alita sempre più svelto sul collo, mentre ci si gioca tutto questo, dicevo, altrove, in luoghi dalle pareti candide e accoglienti, uomini in doppiopetto decidono i destini del mondo camuffando le ambizioni personali e i narcisisimi onnipotenti dietro le retoriche motivazioni che sempre ingannano le nostre orecchie.
Il Senatore parla, pianifica, decide a tavolino illustrando alla stampa i perché (manipolati) delle strategie offensive per una vittoria che deve essere conquistata "con qualunque mezzo" mentre in quello stesso momento due ragazzi muoiono al fronte.
C’è una bella differenza, tra il parlare e il fare. Il ragazzino intelligente ma viziato che al professore continua a parlare del sogno americano, di una bella casa e di buon lavoro perché tanto "il resto è una merda, il mondo politico è tutto corrotto" vive nell’agio, studia ampliando la sua intelligenza che però non è radicata a un’operatività, a un’esperienza reale. Critica ma alla fine rimpolpa quello stesso sistema.
Il film procede così, con battute rapide come schiaffi che mostrano la fragilità del sistema americano e la sua incapacità – dall’11 settembre 2001 – di vedere realmente il passato che ha condotto a questo presente agghiacciante.
La giornalista incalza, domanda, cerca risposte che però sono solo quelle confezionate dalla pomposa retorica americana, con le solite frasi sulla necessità di combattere "il male". Anche se quel male l’ha armato lei, prima.
Ogni personaggio parla con voce tagliente, ognuno difende sé stesso ma la realtà delle cose man mano si sgretola davanti ai fatti nudi e crudi che svelano una nazione fragile come il vetro, persa nei labirinti delle sue credenze, divisa tra ansia di gloria e coscienza occulta della disfatta.
Redford usa la mano pesante, con questo film.
Scarnifica il sogno americano moderno, ne rosicchia i tessuti broccati, cala il sole per alzare la notte.
E ci mostra che per fortuna c’è un’altra America. Un America che si interroga, che si chiede, che decide anche di fare film lontani dalle esasperazioni nazionaliste.
Non c’è nessun nazionalismo, qui. Non finisce bene, la storia. Non finisce bene per niente.
La giornalista che deve decidere se preparare il pezzo confezionato dal senatore stesso, quello in cui racconterà nuove, pietose bugire abitate da velleitari proclami di gloria, sa che conosce un’altra verità, ma che non potrà raccontarla senza mettere in gioco il futuro. In fondo lei, come molti altri, ha chiuso gli occhi per non vedere. Ha preso per buone le dichiarazioni trionfanti della necessità di queste guerre che dal 2001 stanno spezzando la schiena all’America.
C’è un’altra America, avevamo detto.
L’America che fa, che rischia, che conosce il pulviscolo delle parole.
I due ragazzi che crepano sotto i colpi dei talebani sono partiti perché sapevano che l’unico modo per fare qualcosa era cercare di cambiare le cose, e sapevano che essendo una minoranza etnica per loro sarebbe stato difficile, dietro ai libri, poter influire sul mondo e migliorarne un pezzetto.
Non a caso i militari americani sono nella maggioranza neri e portoricani. Sono quelli che hanno respirato la polvere della violenza nei quartieri lontani dalle graziose villette accomodate sulle colline di Hollywood, quelli che hanno visto le ingiustizie e il degrado che affianca il sogno della bandiera. Ma ci credono ancora, ci credono nonostante tutto, e partono volontari. Se la causa è sbagliata, il coraggio è invece quello giusto.
Fare, fare. Basta parlare. Il mondo non si cambia con le parole. Anche perché ci si ritrova con un paese fatto di leoni che muoiono al fronte e di agnelli che comandano e parlano. E che sopravvivono, sopravvivono sempre. Nelle loro casette (bianche) decidono i destini del mondo, destini che saranno realizzati da mani che si sporcheranno di sangue e che faranno il lavoro per loro.
Comodo, troppo comodo.
Ecco perché l’antiamericanismo ottuso è davvero stupido. Ecco perché gli idioti che urlavano "Una, cento, mille Nassirya" hanno il cervello di un uovo di struzzo. Idioti. Imbecilli. Pasolini più di trent’anni aveva già capito che la realtà è più complessa, fumata. Ce lo aveva ricordato indicando nei poliziotti di Valle Giulia i veri proletari, la vera matrice di quel popolo, che gli studenti borghesi che facevano la rivoluzione- figli di papà che la sera tornavano nelle loro belle abitazioni a mangiarsi la minestrina calda – andava difendendo.
La realtà è sfumata, è complessa.
L’America non è solo quella dei fanatismi, dei patriottismi muscolari e dei cattivoni che colpiscono basso a Guantanamo.
L’America è fatta anche di povera gente che va a fare la guerra perché non ha troppe alternative, o perché crede comunque in un sogno di cui godono gli altri, però, quelli che non rischiano mai e che continuano a studiare per lavorare in Wall Street, comprarsi il villino a Santa Monica e fare il weekend a Las Vegas.
Quanti agnelli parlanti, e quanti leoni all’opera.
Il film è ricco di sfumature continue.
C’è un momento in cui nel campus degli studenti un televisore manda un servizio – importantissimo – sulle ultime bizzarrie di una pop-star mentre i titoletti che scorrono sotto recitano di un’agenzia che annuncia la nuova offensiva americana. Sì perchè l’America in fondo è così. I giovani si appassionano di più Britney Spears e alle sue cazzatine quotidiane. Perché anche i media, comunque, hanno avuto le loro colpe, a volte, nel sostenere in modo acefalo il governo americano nella sua corsa alla rinfusa contro il terrorismo.
Il terrorismo.
Bucarne la retorica è impresa difficile, ma se si va oltre, se si guarda più in là, si osserva la gente che muore per a maggior gloria di qualche potente.
Mi tornano in mente alcuni versi bellissimi – affilati, taglienti – della Szymborska:
Basta che tu sia petrolio
mangime arricchito o materiale riciclabile
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita o sulla morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come nelle epoche meno remote
e meno politiche.
IN MARE APERTO
Le navi in porto sono sicure, ma non è per questo che sono state costruite.
(Benazir Bhutto)
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