NELL’ORA DELLA NOSTRA MORTE
Tengo la tua mano fra le mie. Sento le ali della morte soffiare un vento fresco nella penombra della stanzetta. Ma se tu non molli, lei non può portarti via.
E tu non molli. Non molli.
A novantanove anni, hai lo stesso attaccamento alla vita di un bambino che mette la testolina per la prima volta fuori dall’utero.
Siamo soli, sia quando "usciamo" che quando "entriamo". Usciamo, entriamo. Entriamo, usciamo.
Sei solo anche tu, come tutti noi in questi momenti. Mani gentili si affaccendano intorno al tuo corpo. Mani premurose, affettuose, che stringi nel tentativo disperato di farti strappare via da quel buco nero che ti sta chiamando.
Hai stretto anche le mie, poco fa. Ho sentito che cercavi, nel mio calore, il conforto della vita, cercavi la forza del sangue che pulsa nelle vene tornando e tornando sempre negli stessi luoghi, come certi uccelli migratori.
All’improvviso ho sentito, con un brivido, che io e tuo figlio e gli altri che ti stanno vicino, tutti noi siamo "l’aldiqua", siamo l’ancora per la vita, il porto da cui non vuoi salpare. E tu, tirato per i capelli nell’"aldilà" ti rifiuti di lasciare la presa, sostando dolente, rabbioso, in quel crinale fra i due mondi, fra il giorno e la notte. Appeso a una speranza fatua e allo stesso tempo quasi violenta, rifiuti la morte. Ma rifiuti anche la vita. Incapace di scegliere, drammaticamente spaccato fra la stanchezza della tua anima e la gioventù ribelle della tua volontà, mi fissavi, poco fa, con quei tuoi occhietti fatti di cielo e di lago.
Ancora adesso, ora che sono tornata a casa, ti immagino nella sua stanzetta, a scacciare la morte, via via, via di qua, pussa via, chiedendo indietro una vita che nessuno potrà mai più ridarti.
Vuoi alzarti, forse stai tentando anche in questo momento preciso. Tiri fuori la tua zampetta da uccellino, la lasci scivolare via dalle lenzuola e poi ci fissi, ci fissi con quegli occhi da animale ferito e provi ad alzarti.
Non ci sono più le nostre mani ad alzarti. Non possono. Ma ci sono tante braccia invisibili pronte a sollevarti verso mondi sconosciuti e pieni d’amore. Lo so, lo sento.
Eppure il richiamo delle ossa e della carne è troppo forte, trattenuto da quella volontà sorda al fisico che sta scricchiolando, impassibile davanti al lamento di membra stanche percorse dal tempo.
Ma il tempo non è una linea retta. Il tempo è circolare, ricordi? Ne abbiamo parlato tante volte, insieme, in quei pomeriggi in cui ti venivo a trovare e tu cominciavi a raccontare dell’uomo e dell’universo, della religione e della scienza. Accidenti, non riuscivo a tenere testa alla furia dei tuoi guizzi mentali, frutto di un’intelligenza mercuriale che la vecchiaia non è mai riuscita a corrompere.
E ci sono infinite partenze, e infiniti ritorni.
Dicevi di credere in Dio, anche se questo Dio era un po’ bizzarro, e forse talvolta anche antipatico. Ma, perbacco, che genio di un Dio, questa Intelligenza capace di creare cose così belle e immense e misteriose. Lo dicevi sempre.
Eppure adesso non riesci a fare la Sua volontà. Non riesci a mettere da parte la tua. E non sei solo, sai? Non ci riesce nessuno. Ma non ho mai visto uomo, sulla terra, dotato di una forza vitale come la tua.
Vedi, anche adesso, anche nel traguardo della tua esistenza (traguardo che procrastini senza spezzarti, ma come fai? come fai?), quel "quid", non saprei come chiamarlo, che sta lì dentro, da qualche parte, rannicchiato fra il corpo e la mente, continua ad animarti impedendoti l’abbandono.
L’uomo è creatura arcana, lo hai detto spesso anche tu.
E io non posso che constatare come l’istinto alla vita in te sia più forte di qualunque morte. Non c’è dolore fisico, nè certezza spirituale, che possa distrarti dall’unica tua vera tensione: la vita. Vivere, vivere a ogni costo. Contro ogni ictus, contro ogni osso che si sbriciola come un biscotto caldo al mattino, contro la bocca che non riesce più a parlare ma che continua a smozzicare suoni sul mondo.
E guardo tuo figlio, e lo sento mormorarti parole d’amore.
E vedo le sue carezze su di te, povero passerotto arrabbiato, disperato, con le tue ali spezzate, arruffate, inutili ormai perché non sono quelle, le ali che devi usare adesso. Adesso devi imparare a sguainare le ali vele, quelle delle aquile che guardano il sole.
Devi fendere la vita, trapassarla balzando oltre. Non è facile, lo so. Per te poi è impossibile, caro, vecchio Highlander, reduce da mille battaglie eppure mai stanco di vivere.
Mi fa male la pancia. Mi fa male perché sento la morte accanto a te (ma perfino lei si inchina davanti a tanta tenacia, e aspetta, paziente. Tanto non ha fretta, a differenza nostra, piccole formichine affaccendate sul mondo).
Ti vedo così piccolo. Forse è per questo che i vecchi e i bambini si somigliano tutti. E che entrambi, alla fine, nel loro momento cruciale sono soli.
Ma quanto importano le carezze di tuo figlio. Come le sue parole, che ti accompagnano cercando l’appoggio per un dolce distacco.
Morire non è mai dolce. Ecco, ecco la grande prova, quella a cui dovremmo pensare ogni giorno. Il passaggio.
Non sei pronto, tu. Fa male vederti così. Ma io spero che la tua volontà si faccia piccina piccina. Spero che la tua mano si apra lasciando andare la materia di questo mondo, che stringi così forte in quel pugno tutt’ossa, incapace di distendere le dita.
Lascia andare. Ti prego.
Permetti alla morte di dare compimento alla vita.
Quel bardo è lo "spavento supremo", per tutti noi. Ma la tua anima non avrà paura, se la personalità cederà le armi dell’Io.
E sarai Noi, non più Io.
Sarà un nuovo, segreto vagabondaggio.
LA STRATEGIA DELLA RAGNATELA
Stamattina stavo conversando con un caro amico al quale sono legata da un rapporto di stima umana e professionale.
Si parlava del lavoro, della vita, dei progetti e dei sogni.
Lui a un certo punto ha citato una frase del film Gli Spostati per affermare come in certi casi, nella vita, sia meglio non agire. Perché magari, per uscire da situazioni difficoltose, si fa peggio, aggravando ciò che già risulta complesso.
Ha ragione, l’ho sempre sostenuto anche io. Ne discutevamo, stamani, e mentre parlavamo vedevo davanti a me l’immagine della ragnatela.
E ho pensato a noi uomini, povere mosche impigliate nella rete. La rete.
Viviamo in una rete complessa di relazioni e di intrecci (di cui internet è il simbolo tecnologico, moderno, di un sistema in realtà già affrontato dagli antichi). E, come accade alla povera mosca, nella rete a volte rimaniamo impigliati.
La ragnatela è terribile. Più la mosca, nevrastenica, si agita per liberarsi, più si stringe la morsa, più la prigione serra per sempre la possibilità di salvezza.
E così capita a noi.
Noi, come mosche, nelle situazioni difficili dovremmo "non fare".
A questo proposito ho trascorso molte serate a discutere insieme a un’altra persona, molto cara, intorno a questo argomento.
In momenti difficili, "fare poco, fare bene", dioce sempre.
A volte non fare neppure.
Difficilissimo. Intrappolati nella rete dei nostri problemi, come mosche siamo invasi dal panico, lottiamo, agiamo, ci dimeniamo stringendo sempre di più i fili fatali.
Ci vuole saggezza, a non muoversi nei momenti di crisi.
La "pancia" e la "testa" cercano vie d’uscita, stategie organizzate (male, in questi casi) o moti viscerali improvvisi, imprevisti, a seconda della loro natura.
A volte entrano addirittura in conflitto, e allora la rete si fa più straziante, più lacerante.
In quei momenti l’immobilità diventa disperata, dolente. Eppure è un’azione.
Forse l’unica azione possibile.
IN PANCHINA
Sul film di Moretti si è detto tanto. Sul libro di Veronesi, pure.
Mi interessa solo appuntare qui la mia emozione nel ritrovare, al cinema, questa storia così affascinante, così assurda da essere vera.
Se un padre dopo un lutto parcheggia sé stesso fuori dalla scuola di sua figlia, ogni giorno, per stare lì, immobile, a oservare il brulichìo di persone affaccendate, prese dalla loro quotidianità fatta di riti, di grandi o piccoli appuntamenti, se un padre, dicevo, fa questo, in realtà compie un solo, eloquente gesto: cambia prospettiva.
Ed è quella prospettiva, accidenti, che non riusciamo spesso a cambiare.
Non troviamo la nostra panchina.
E il mondo, il nostro, non cambia mai.
Immersi nella corrente delle nostre giornate che inseguono il "fare", nuotiamo contro l’acqua, accaniti, risalendo correnti contrarie, ansimando sull’esistenza sempre tesa a rincorrere un obiettivo che altri hanno segnato per noi (ma che noi, ingenui, crediamo nostro).
Sulla panchina, invece, il mondo cambia. Si inverte, si capovolge, mostra spetti segreti svelati solo a occhi rallentati, privi di meta.
Dovremmo tutti cercare la nostra panchina.
Cercare quel luogo sospeso, proteso senza ansie sul mondo, testimone delle azioni di altri, delle storie affannate, a volte belle, a volte terribili.
Ecco allora che le correnti cessano e il mare tumultuoso si trasforma in laghetto. E in questo laghetto specchiamo – e misuriamo – noi stessi.
Intorno, l’umanità convulsa agita affanni e successi mentre noi vediamo invece racconti, storie i cui protagonisti, gli uomini, si spogliano delle loro strutture e mostrano quel trattino di carne vibrante, essenziale.
Il mondo dalla panchina cambia forme e colori.
Si fa più poroso ma allo stesso tempo leggero, pieno di pulviscoli che danzano al ritmo del sole e del vento, delle ore sfuggite alla fretta, della relazione con l’altro incontrato senza cornice, privo di quegli schemi che indossiamo al mattino.
Già, dalla panchina le finzioni sembrano meno finzioni.
E forse, a volte, per sostare e sederci non abbiamo bisogno di un lutto, come accade a Paladini.
Abbiamo solo bisogno di trovare la forza di uscire per entrare davvero.
CONDIVISIONI
La felicità è fatta per essere condivisa.
(dal film Into the wild)
Torno su una frase del film di cui ho scritto in precedenza che qualcuno ha opportunamente segnalato e che, dopo aver ronzato nella mia testa per un breve periodo, è stata casualmente (mai nulla è casuale, però) ripresa, questa mattina, da una persona a me carissima.
Una frase che si presta a interpretazioni polimorfe, ambigue, poste su più piani intepretativi.
Non voglio soffermarmi, qui, sul difficilissimo senso della parola "felicità", che merita speculazioni nelle quali la filosofia avvolge e penetra il senso del quotidiano riportandoci indietro, a millenni fa, alle antiche e mai risolte interrogazioni dell’uomo sul senso del suo destino nella molteplicità del divenire, immerso in un mondo di mutamenti continui fino alla trasformazione estrema, la morte. Quella che ci toglie ossa e sangue e confini.
La felicità, dicevo, è una faccenda assai complessa che per ognuno ha una destinazione diversa.
Ciò che rende felice me rende indifferente te, e viceversa.
Eppure, eppure ci sono "fratellanze" che accomunano uomini e fati tanto diversi fra loro. La più sublime, la più misteriosa di queste "fratellanze" è proprio la condivisione.
Già, perché ognuno, a suo modo, conosce l’importanza di dividere con qualcun altro un momento felice. Mentre l’infelicità può avere un moto centripeto (nei momenti di sofferenza molti uomini preferiscono isolarsi, come fanno i gatti ammalati), la felicità è, per sua natura, centrifuga. Vuole espandersi, dilagare. Chiede uno specchio e un rimbalzo.
Esplode scoppiettando nel cuore, e le sue scintille tendono verso gli altri, verso coloro che amiamo, o con i quali dividiamo comunque un pezzo del nostro tragitto.
Non a caso all’uomo malinconico è più congeniale la solitudine (mi viene in mente la meravigliosa raffigurazione del Dűrer), non a caso certe suggestioni umbratili hanno i colori di un paesaggio nordico mentre ogni Sud del mondo decanta con i suoi cromatismi la gioia di vivere malgrado le assenze.
Ogni momento lieto vorrebbe poter essere condiviso.
Il protagonista del film ha ragione. Ma in cosa consiste la condivisione?
Se la definizione della felicità invita a inerpicarsi su un sentiero assai ripido, attraversato da radure boschive e foreste vergini, quella di condivisione è altrettanto complessa.
Cosa condividiamo? Con chi?
Esistono infinite possibilità, e all’interno di queste oceani di varianti.
La condivisione può essere superficie, onda piacevole verso il tramonto, oppure può diventare abisso, stupore di profondità e di stelle notturne in fondo a ogni mare.
Dipende da ciò che vogliamo, da ciò che cerchiamo. Dipende anche dai momenti della nostra vita attraversati da passaggi e virate, dalla necessità o (cosa più difficile) dalla volontà.
Ma è vero, la felicità, comunque sia, ha bisogno di essere condivisa.
L’attimo tremante di gioia cerca mani e visi su cui appoggiarsi, orecchie su cui allungarsi.
Cerchiamo sempre, per tutta la vita, i luoghi sublimi in cui dare senso ai nostri momenti. E se la natura sembra sostenerci dilatando l’anima oltre ogni cielo, solo un altro essere umano riesce a specchiare fino in fondo la dimensione profonda della nostra gioia.
C’è solo un tipo di solitudine che è scambio continuo. Si tratta una solitudine rara, introvabile. Appartiene ai santi e ai folli (che spesso coincidono). Chi ha trovato davvero il Tutto nel cuore vive dei suoi fiori perenni in ogni istante.
Ma noi, noi comuni mortali con i nostri affanni e i nostri rovelli, pieni di desideri intrecciati e di sogni dispersi, abbiamo bisogno innanzitutto di trovare l’Uomo nella condivisione.
Non c’è vita senza scambio e relazione.
E per quanto anche una montagna o un deserto possano affinare l’anima donandoci “momenti di essere”, per quanto un gatto o un cane ci pongano in contatto diretto con i nostri più riposti semini interiori, facendoli fruttificare, per quanto tutto questo sia bello e necessario e importante, non c’è nulla come la mano tesa di un’altra persona verso di noi, con lo sguardo complice fatto di occhi affiatati, per renderci consapevoli della nostra esistenza. Di ogni nostra esistenza.
FIORI MORTI
Qualche giorno fa, in occasione del mio compleanno, un’amica mi ha regalato un mazzo di fiori.
Non sapeva che detesto i fiori recisi, radunati in gruppi cromatici e destinati a riempire il vaso di qualche salotto domestico con la loro agonia.
Ora li osservo sul tavolo della cucina. Resistono, resistono ancora. Ma già la morte ne corrompe il profumo, avvizzendone le forme convesse, il perimetro delicato come quello di una collina al tramonto, curvo sulle cose del mondo.
Poveri fiori. Rubati da sempre per la loro bellezza odorosa di primavere e delizie nascoste, custodite come polline donato alle api.
Ho sempre trovato tristi i negozietti di fiori. Incantano con la loro bellezza tremula, destinata a svanire come il canto di una sirena al risveglio.
Non capisco perché la bellezza va sempre "presa", "catturata", "posseduta". Quasi come se lasciarla lì e goderne la vista fosse inutile.
Invece il mondo ogni giorno ci offre il dipinto più bello. Quello che nessun artista, neanche il più abile, potrebbe restituire nella sua vitale pulsione.
Preferisco, io, fermarmi ad annusare i fiori di un’ aiuola, oppure le stupende magnolie cìhe come fiumi si riversano sui muretti romani nelle giornate primaverili, quando il sole stiracchia i suoi raggi prolungandoli oltre la tenda della sera.
E invece me ne sto, ora, a fissare il vaso con i poveri fiori morenti.
E penso a mio nonno, che nella sua tomba non volle mai nessun fiore reciso.
SENTIERI E MIGRAZIONI
Capita, a volte, di osservare all’improvviso, un cambiamento. Magari al cinema, guardando un film.
A me è successo con Into the wild, il malinconico, affilato film di Sean Penn.
La vicenda – ispirata a una storia vera – narra delle migrazioni di Chris, un ragazzo poco più che ventenne che decide di seguire la Natura lasciandosi alle spalle la civiltà corrotta. A dire il vero, la spinta, come spesso accade, è data da una ferita profonda, molto profonda.
Il rapporto con i genitori è infatti sofferto, doloroso, segnato da una incompatibilità ormai “fisiologica” che corrompe ogni momento lieto.
E così Chris decide di chiudere con la sua vecchia vita per scrivere una nuova biografia, finalmente libera da convenzioni e condizionamenti. E libera da quei genitori nei quali non si è mai specchiato, frantumando la sua identità in rivoli malinconici e insofferenti.
Ed ecco che il suo viaggio – raccontato in un road movie che attinge però ai grandi miti dell’America pionieristica, come quello dell’uomo solo davanti alla terra selvaggia – diventa anche un percorso dell’anima.
Molto diverso da certe ebbrezze kerouakiane (On the road è una ribellione che corre volentieri sullo “sregolamento dei sensi” e su una certa anarchia poliforme), il film dipinge un intensissimo ritratto interiore nel quale molti possono comunque riconoscersi.
E tuttavia, tuttavia io, che ho fatto del viaggio materia di esplorazione e di studio, all’improvviso ho capito di avere, a un certo punto della mia vita – non so bene neanche quando – saltato un fosso, approdando a una dimensione diversa, non necessariamente più “matura” ma senz’altro più riflessiva.
Mi sono cibata di Chatwin, ho amato la grande letteratura di viaggio perché nel viaggio vedevo e sentivo la possibilità di un altrove diverso dalla fuga – trasformato anche in articoli- ma poi, come dicevo, qualcosa è cambiato. Forse perché ho capito che quella ferita che ci fa migrare, ci fa fuggire in spazi ampi e selvaggi, può essere “curata” anche stando fermi. Invertendo la rotta, passando dall’estensione esteriore a quella interiore. Dentro di noi ci sono brughiere più odorose e umide di quelle inglesi, siamo attraversati da mari profondi come gli oceani, i silenzi di cui godiamo hanno lo stesso sapore di quello che veglia su tutti i deserti di questa terra. E abbiamo estati e inverni, e odorose primavere che si alternano all’uggia di ogni autunno. Ci sono lupi, agnelli e uccelli esotici. E albe e tramonti che annunciano cieli stellati.
Ecco, ecco dove possiamo andare. L’Alaska non è solo un luogo geografico, è uno spazio interno. Ma raggiungere queste lande è molto difficile proprio perché sono così vicine, separate solo da un soffio. O dalla pulsazione del nostro cuore.
Perciò ho avvertito, guardando il film, la misura di un cambiamento. L’avventuriera, la zingara della mia adolescenza si è trasformata, ha cambiato direzione cercando di sfiorare altri spazi, altre immensità. Che poi riesca ad annusarle soltanto è un’altra storia. Ma un certo profumo, un certo profumo non si dimentica. Mai.
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