IL ROSSO E IL BIANCO
Stanotte ho sognato gatti. Forse un sogno non molto felice. C’era un cucciolo di tigre che assaliva Anakin- il mio bellissimo micione grigio – e poi si avventava su un altro gatto ancora, un gatto frutto della finzione onirica. Bianco, bellissimo. Cucciolo anche lui.
A un certo punto mi accorgo che il gattino bianco è ferito: sul suo pelo immacolato, lucente come le distese di ghiaccio, spunta una macchia rossa dalla ferita aperta. E mostra uno squarcio di carne che si apre nella profondità del corpo.
Il contrasto tra il rosso e il bianco mi ha molto colpito.
Mi ha fatto pensare a una scena antica, vista tanti anni fa in televisione.
Un coniglietto ferito da un predatore lasciava macchie di sangue sulla neve, con la quale condivideva il bianco assoluto.
Quelle gocce rosse, stagliate sulla distesa di neve, scandivano gli intervalli del sangue, dando un ritmo sinistro ma allo stesso tempo affascinante a quel bianco privo di forma e di tempo.
Ecco, ho provato di nuovo la stessa sensazione.
E ho pensato alla magia del bianco e del rosso. Uno simbolo di purezza, l’altro di passione.
Echi alchemici si affacciano nella memoria mentre rivivo, a occhi aperti, il bagliore di quel contrasto.
E penso che i sogni sono così misteriosi. Hanno un codice universale e al contempo privato, di cui ciascuno possiede la chiave.
Sognare i gatti, poi, è un po’ faccenda da strega.
Sono esseri strani, misteriosi. Legati alla luna, all’eros e ai misteri notturni.
Una mia amica sostiene che se una persona detesta i gatti o i piedi nudi siamo in presenza di un inconfutabile indizio di problematiche legate alla sessualità. Senza scomodare Freud, sono certa certa che questa creatura ha a che fare con significati sottili e profondi.
E oggi, nell’ora di veglia, il gatto bianco, il gatto ferito, torna a trovarmi.
E mi sembra che quel bianco e quel rosso abbiano qualcosa da raccontarmi…
VERY PERSONAL
Senza dubbio è l’era del personal. Personal coach, personal stylist, personal trainer…
Personal è glamour, è in, è trendy.
Ma a volte è anche stupido. Terribilmente stupido. Perché mai privarsi del piacere di gironzolare e scegliere cosa comprare per affidarsi a uno strapagato personal shopper?
E’ il caso, per esempio, di Alessia Piva, 31enne personal shopper a Venezia, che guadagna da 50 a 200 euro per un pomeriggio di compere insieme al cliente. Ha pure un sito, insieme a un’amica: www.styleandshop.com.
Be’, lei è un genio. Davvero. Farsi pagare per comprare scarpe e abitini insieme alla signora indecisa o senza gusto è proprio un bel colpo. Complimenti.
La capisco. Tiene anche dei corsi di formazione per aspiranti personal shopper, mestiere che pare conquisti clienti.
Chi non capisco, invece, è il cliente. Disposto a pagare per comprare in compagnia. Per carità, ognuno fa quello che vuole. Ma questo tipo di lusso mi infastidisce un pochino.
Forse perché quello dello shopping è un fatto talmente personale, da condividere magari con un’amica (due donne insieme, in questo caso, possono fare "danni " seri in giro per la città). Ma pagare qualcuno perché ci accompagni nei nostri pellegrinaggi…beh, mi sembra un po’ esagerato.
Il gusto è qualcosa di talmente personale da non avere bisogno – appunto- di un personal shopper. Ognuno ci mette il suo estro, il suo senso cromatico, estetico, le sue preferenze…e i suoi soldini. Perché aggiungerne altri per avere consigli?
Oggi paghiamo tutto, questo è il problema. Paghiamo tutto e tutti pur di sentirci alla moda, pur di piacerci e di piacere. Insomma la famosa "Milano da bere" della pubblicità anni ’80 non è affogata.
Mi viene in mente un’immagine triste, quella di un servizio dello sguaiato e prurignoso Lucignolo televisivo che mostrava, un anno fa, una folla di comuni mortali schiacciati come sardine sul molo di Porto Cervo. Aspettavano – da tutta la notte – il rientro in porto di uno dei tanti yacht su cui si affollavano vip.
Ore e ore in piedi, tutti premuti e spremuti per attendere l’attimo magico in cui i "personaggi" scendevano dallo yacht volgendo appena uno sguardo distratto a quella marmaglia. Mah.
E allora ecco, ecco che forse un personal shopper può avvicinarci un passettino di più verso quell’Olimpo radioso.
Saremo più "personal", meno anonime.
Belle come Venere, con le nostre borsone piene di acquisti e la nostra costosa consigliera al fianco, fedele come un soldato (mercenario), potremo sentirci vicine alle mode e ai modi dei nostri modelli.
Questa smania di personalizzare, però, alla fine ci rende tutti uguali.
Buffo, no?
MAGIA DELLE FORBICI
E’ una deformazione professionale, ma non posso non trovare refusi o ragionare sulle scelte di alcuni editing neppure quando leggo per diletto.
Questo materiale lo uso poi, puntualmente, nella didattica.
L’altro giorno, leggendo il libro di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi (già segnalato sul blog) mi sono imbattuta in un paio di eccessi che, a mio avviso, rovinano un po’ la bella impalcatura stilitsica dell’opera.
Giordano usa intuizioni descrittive piene di picchi efficaci (come quando, per esempio, paragona "una spolverata di forfora" a un piccolo cielo stellato), si attarda sui dettagli di luoghi e situazioni ("il buio si era preso tutto il cielo, a parte una striscia sottile che correva lungo l’orizzonte e non serviva a nulla"), indaga la complessità di alcune zone fragili nelle nostre vite ("La gente si prendeva quello che voleva, si aggrappava alle coincidenze, quelle poche, e ci tirava su un’esistenza").
Insomma una scrittura tersa, precisa, affilata.
Tuttavia a volte la prosa si appesantisce inutilmente. Accade, qua e là, quando Giordano, laureato in fisica teorica (anche il protagonista del libro si dedica a materie analoghe), usa termini troppo scientifici che risultano ridondanti.
Come a pagina 184:
"Lo buttò (un panetto di burro, n.d.a.) nella padella per mantecare il risotto e quello si sciolse, liberando tutti i suoi grassi saturi e animali".
C’è uno stridore, si avverte un peso arbitrario in quella coppia di aggettivi, "saturi e animali", troppo precisi, troppo "tecnici" per il contesto narrativo. Peraltro l’io narrante non è Mattia, il protagonista-scienziato a cui fa da contraltare Alice, l’altra protagonista che sogna di fare la fotografa mentre affoga nelle sue tensioni irrisolte. Dunque il lessico non deve per forza ricorrere a queste precisazioni.
Bastava scrivere, a mio avviso: "liberando tutti i suoi grassi". Punto.
Come lettrice ho avvertito una piccola punta di irritazione, punta che si è replicata anche altrove nel testo, sempre davanti all’eccesso di precisazioni simili. Inutili, secondo me. Artificiose.
Sebbene la prosa sia piuttosto elegante, raffinata, si mantiene quasi sempre nei paraggi di una letterarietà che non sconfina però in virtuosismi barocchi rimanendo semplice e soprattutto plausibile.
Invece davanti a quei grassi saturi e animali mi sono infastidita. Chissenfrega, di quanti tipi di grassi ci siano. Non aggiunge nè toglie nulla in quel contesto.
A volte le forbici fanno meraviglie, sui testi.
Specie quando snelliscono gli aggettivi, da usare sempre con cautela perchè, come accade con il punto esclamativo, rischiano di ferire con la loro invadenza una prosa altrimenti agile.
Come editor e consulente editoriale, preferisco sempre mettere mano alle forbici piuttosto che usare le extension.
Come lettrice per hobby sono piuttosto esigente, probabilmente perchè a forza di valutare testi letterari negli anni si perde un po’ il gusto di una lettura spontanea, libera dal giudizio professionale. Ma sono anche consapevole che il lettore, alla fine, è il vero destinatario di un’opera.
Non lo è l’autore, non lo è l’editore, non lo sono editor e correttori di bozze.
E il lettore di solito fiuta qualche tranello in cui casca l’autore, anche se non sa sempre dargli una forma.
In tutti questi anni di frequentazione assidua con la scrittura ho apprezzato la magia delle forbici pronte a potare ridondanze e velleità narrative.
Il libro di Giordano, comunque, rimane un libro apprezzabile.
Un’opera prima che, come accade per la maggior parte delle opere prime, prelude a una successiva maturità in cui alcuni attaccamenti pretenziosi vengono solitamente abbandonati.
Per quanto riguarda gli aggettivi, l’uso imprudente si paga.
Si paga quando il lettore si arresta, quando sente uno stridore improvviso che urta la piacevolezza della navigazione.
SCRITTURE CONTEMPORANEE
Segnalo l’uscita del nuovo numero di Silmarillon.
Del resto, il mulino di Amleto e Silmarillon interagiscono nei contenuti e sono davvero fratelli.
ll dossier di questo numero prosegue il viaggio intorno alle scritture contemporanee.
Interviste a:
Dacia Maraini
Veronica Raimo
Matteo B.Bianchi
Stefano Bory
Gianni Romoli
Roberto Carvelli
Stavolta la videointervista riguarda il mondo dell’editing:
Daniela D’Angelo parla del mestiere dell’editor
Buona lettura!
LA SOLITUDINE DEI NUMERI PRIMI
I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi.
Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che a anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.
(Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi)
Bello, questo libro dell’esordiente Giordano. Bello malgrado alcuni dei vizi formali tipici degli inizi (come qualche leziosismo di troppo, qualche enfasi eccessiva) e malgrado un finale che si sfilaccia rispetto alla pregevole tensione delle prime pagine.
Bello, però, soprattutto per l’intuizione di questa metafora matematica che da sola, almeno per me, regge il romanzo (che, come ripeto, scivola su alcune ingenuità).
Perchè è vero, è vero che esistono questi "numeri primi" sempre vicini ma sempre divisi, sempre separati, costretti all’isolamento nonostante la possibilità di trovarsi gli uni accanto agli altri.
Le affinità elettive a volte sono spietate. A volte producono tensioni, conflitti, separazioni.
I due cuori e la capanna famosa si restringono, come una maglietta di cotone lavata in acqua bollente. Diventano così piccoli – o così grandi, è la stessa cosa – da non permettere alcuna esperienza da vivere. Sono come un grido taciuto per sempre.
Ma non è solo nell’incontro con l’altro che il numero primo sbanda e si schianta, per ritrovarsi più isolato di prima.
Accade anche ogni giorno, in quell’incontro mai reale con tutti, con il mondo che esiste solo come frammento separato, reso meno greve a volte dall’illusione di una penetrabilità che poi si rivela fragile, troppo fragile, e se per per un attimo quel mondo somigliava a una bolla di sapone con dentro tutti i colori sospesi (un po’ come quelle palline magiche con i paesaggi che, rovesciate, producono l’incanto della neve), l’attimo successivo torna a essere muro, cemento, dolore.
E così, i numeri primi, sempre troppo intelligenti ma allo stesso tempo lesi nello spazio intimo che cuce la pelle al cuore, continuano a vivere profondamente ma tragicamente.
E nell’attesa sembra consumarsi il loro destino.
Penso a uno di questi numeri primi, che ho conosciuto. Penso al giorno in cui mi disse "Sto aspettando di iniziare a vivere". Ma aveva già vissuto, aveva molto vissuto. Si trattava tuttavia di una vita interiore, di una vita di studi e di pensieri e di nuotate notturne nel mare dei desideri mai realizzati, desideri d’amore, di quell’amore normale che pare sempre riservato a tutti tranne che a loro, ai numeri primi.
Non avrebbe mai iniziato a vivere, non in quel senso. E infatti, da allora, ha continuato a sfiorare i suoi sentimenti senza mai toccarli davvero, senza affondare nella carne di un altro per risalirme appagato. Solo comparse, solo bagliori, fuochi fatui di promesse tradite all’alba.
E tuttavia, tuttavia nella solitudine c’è anche un dono prezioso.
Ma a volte fa troppo male afferrarlo.
NELLA PENOMBRA
Ancora mettiamo entrambi le mani sul fuoco:
tu per il vino del lungo fermento notturno
io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.
Il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.
Non appena l’ansia lo scalda, il soffiatore giunge.
Va’ via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:
è antico, come la penombra sopra le nostre ciglia rade.
Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lagrime:
per una coppa a te – occorre solenizzare il tempo perduto -
a me per il coccio pieno di fumo – che sarà versato nel fuoco.
Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.
Scoperto è chi esita, adesso,
chi ha scordato la formula magica.
Tu non puoi e non vuoi conoscerla,
bevi sfiorando l’orlo, dove è fresco:
come un tempo, tu bevi e resti sobrio,
le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!
Io con amore all’attimo protesa sono già, invece:
il coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa
qual era. E dietro al proiettile sto,
monocola, risoluta, defilata,
e incontro al mattino lo invio.
(Ingeborg Bachmann, Poesie)
Poco da aggiungere, quando la poesia conosce gli arcani di pensieri e parole, quando traccia soavi combinazioni alchemiche in cui l’anima danza.
La parola resta sospesa nello stupore, dondola sul tempo avanzando verso altri lidi, notturni, liquefatti, misteriosi come questa penombra stessa.
Ecco, in questa domenica uggiosa di maggio, questi versi sono semplicemente perfetti.
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