UNA FOTO CHE CAMBIA UNA VITA
bambino finito su una mina antiuomo, Pakistan
Non è questa, la foto di cui voglio parlare. Ma va bene lo stesso. In fondo, ci sono migliaia di foto diverse che raccontano tutte la stessa storia, quella dell’infanzia interrotta dalla guerra.
E c’è una foto simile a questa. Una foto in bianco e nero, ospitata in una rivista francese insieme alle signorine belle della pubblicità di scarpe e profumi. E c’è una lettrice che resta con la pagina sospesa a mezz’aria.
Una donna come tante, una mamma sulla cinquantina, con un marito, dei figli, un lavoro.
Lei non riesce a tornare all’inchiostro rassicurante, alle patinature che lucidano la greve opacità del mondo.
Continua a fissare quel bambino senza un braccio che, disperato, gira la testa verso il padre come in cerca di quell’arto che lui non potrà restituigli. Gli occhietti strizzano lacrime che invadono il petto nudo, la bocca è aperta in un grido in cui si annida tutta la sofferenza del mondo. Il padre lo abbraccia e volge lo sguardo in alto, con quegli occhi che galleggiano come zattere alla deriva nel volto liquido, in cui la bocca sembra uno squarcio sul nulla. Forse si chiede dove sia finito il suo Dio. Forse non riesce a reggere la trafittura di quelle pupille nere, ancora fresche di fanciullezza, che sono diventate due ombre.
E piange, la signora. Piange.
Non riesce a scordare la foto, e neppure il bambino.
Così decide di partire per il luogo in cui è stata scattata: il Pakistan.
Se ne va lì così, come un refolo di vento salito all’improvviso nel cielo.
Ha solo quella foto con lei. Ne fa più di trecento copie. Cerca, gira, chiede. E, finalmente, qualcuno le dice si sapere dove si trova l’uomo con la faccia disperata.
Una donna, una fotografia, un destino.
Trova il bambino, ed è come incontrare sé stessa.
Lo porta, insieme al padre, in Francia, dove il braccino assente sarà sostituito da una protesi che permette alle dita metalliche di muoversi.
La famiglia francese accoglie, per il periodo che staranno lì, quel bimbo e quell’uomo. Quel bimbo che non parla la stessa lingua del figlio di lei. Ma l’empatia non ha bisogno di lingue. Non c’è Babele che la possa fermare.
Ho ascoltato questo racconto oggi, in un programma televisivo.
E ho pensato al richiamo del cuore, a quella spinta misteriosa che ci fa attraversare terre e persone. Che ci fa cercare per donare, a chi ha poco, quel poco sottratto al nostro "tanto".
Ma i gesti come questo superano ogni preziosa beneficenza.
Invitano a riflettere su quanto, in realtà, si poss fare in prima persona. Senza delegare, senza poi chiudere gli occhi dopo il gesto di buona condotta che magari abbiamo – come sempre – dispensato. Gesto lodevole, per carità.
Ma questi episodi vanno oltre. Raccontano le avventure dell’anima. Raccontano di chi si mette in gioco sfidando la sorte, come fosse un gioco di scacchi.
E in questo mondo martoriato a volte l’amore vince. Scacco matto.
PENSIERI NATALIZI IN ORDINE SPARSO
Non so, ma come sempre, a Natale, mi assale il dubbio.
Vetrine festose, gente in crisi epilettica da regalo che si aggira impazzita per le strade. Un cuculo senza nido, penso. E nessuno che ci vola sopra.
Si plana invece sugli isterismi delle commesse intente a imballare pacchetti e pacchettini.
Immagino invece la serenità di una mia amica carissima, una donna coriacea sul lavoro e ispirata da un gran cuore sulle umane faccende. Lei e la sua famiglia hanno abolito ogni regalo (ad eccezione dei bambini giustamente preservati, ancora, dal leopardiano "crollo delle illusioni"). Preferiscono, loro, donare soldi a chi ne ha bisogno.
Così lontani dall’opulenza che si respira, malgardo la crisi dell’euro e dei salari, in queste trafficate giornate.
Penso a lei con affetto e stima. Penso che forse, l’anno prossimo, farò così anche io.
Adesso, in questa vigilia, mi trovo nella mia città marchigiana a girovagare fra torroni e pandori, fra scatole infiocchettate e nastri dorati.
"Spaghetti trafilati al bronzo", diceva a pranzo (fuori) la cameriera. Già. E perché non placcati in oro?
Insomma, lo so, così sono più naturali (e costosi) ma allo stesso in questi giorni ogni spreco, ogni abbondanza, mi fanno pensare a quanto siamo lontani dal concetto di carità.
E perdio, lo so che sarà retorica, ma non riesco a non pensare che con una pantafolina dorata del papa (quelle speciali, quelle fatte a mano da un antico artigiano di Roma) si sfamano almeno sette famiglie. E’ anche per questo che mi sento lontana da quella Chiesa che questi giorni raduna i credenti.
Lontana dalla Chiesa, non da quel Cristo che ammiro come fiamma vivente.
Mantenere un decoro va bene, vivere nell’eccesso barocco è altra faccenda.
E il pensiero va invece a quegli uomini di fede sparpagliati per il mondo, quegli uomini che vivono di fatica e sudore, che rischiano la pelle ogni giorno per aiutare – con carità cristiana – quelli che ne hanno bisogno.
Sarà colpa della mia anima randagia, fisiologicamente avversa alle istituzioni, sempre tesa a misurare l’abisso che separa l’Idea dalla Realtà (ahimé).
Ma alla Chiesa degli uomini preferisco cercare la Chiesa del cuore. Anzi, chiesa. Non Chiesa. Perché la maiuscola rimanda a un’enfasi assai lontana dall’umiltà di chi è povero perché ha fatto il vuoto dentro di sè.
Stasera, la cena. Ravioli, lenticchie e un oceano di dolci. Ma dopo, dopo me andrò da sola, in terrazzo, a riposare la mente sulla nebbiolina notturna che copre, come un plaid tessuto di sogni, le colline che finiscono in mare.
Respira, respira. Ascolta.
E cerca, ancora, la sorpresa.
A tal proposito, sul Corriere di oggi quel genio del pensiero che è Francesco Alberoni dedica un articolo alla fuga dalla banalità (proprio lui, che con la banalità ha creato il suo impero).
E scrive:
"Si vive in superficie e nulla ci emoziona. Al più ci sorprende".
Non sono d’accordo. Direi il contrario. Direi che nulla ci sorprende. Al più ci emoziona.
Perché l’emozione è solo la superficie dell’anima. E’ solo porta, non sentiero.
Il sentiero richiede invece sorpresa. Richiede la capacità di sgranare gli occhi su un istante che si dilata all’infinito, abbandonando la convenzione di ciò che crediamo di vedere o sapere.
Le cose che ci emozionano sono tante, tantissime. Attraversano le nostre vite come nuvole sull’oceano.
L’emozione è brivido intenso, scossa e piacere. Ma al di là vibra il mondo silente della sorpresa.
E’ lì che la superficie viene abbandonata davvero. Me lo insegnò la persona che cambiò la mia traiettoria e che ogni giorno, dentro di me, fiorisce con rinnovato amore.
Ecco perché penso sia importante stupirsi. Emozionarsi è fantastico, speciale, meraviglioso. Ma lo stupore è l’attimo fuggente che cinge e allo stesso tempo elude.
Guardo fuori. La luce fatua del pomeriggio si attarda nella mia stanza. E’ ancora presto.
Presto. Già, presto.
Presto per deporre, come fiori sul marmo, la speranza in un mondo migliore.
Buon Natale? Forse sì. Forse.
SILMARILLON IN RETE
Online il nuovo numero di Silmarillon
Come sempre, ringrazio di cuore i bloggers che hanno contribuito con i loro articoli e le loro segnalazioni.
La rete vive grazie allo spirito del dono, dell’offerta.
Fare riviste online è altrettanto impegnativo che fare quelle su carta. In più, viene a mancare il sostegno economico. In questo caso la passione e la generosità diventano l’unico strumento per far sopravvivere i contenuti e diffonderli.
Senza questi contributi Silmarillon non ce la farebbe a proseguire. E, come lei, tante altre realtà della rete.
Non finiremo mai di comprendere quanto la solidarietà e la partecipazione attiva siano i risultati più belli prodotti da internet.
Chi vive e lavora anche in rete lo sa bene.
E se lo ricorda, sempre.
Quindi, di nuovo, con cuore sincero ringrazio chi ha contribuito a dar vita a questo nuovo numero.
LIBRERIE DI IERI E DI OGGI
Sono cresciuta dentro una libreria. Quella di mio nonno. Ricordo la mia infanzia che galleggiava sul profumo della stampa (infilavo sempre il naso nelle pagine che sfogliavo aspirando con voluttà), sui colori delle copertine, sui libri impilati pronti per il viaggio negli scaffali.
Ne ho una memoria vivida, vivida come i caratteri stampati che man mano smettevano di essere geroglifici svelandomi i territori della letteratura.
Era una libreria accogliente, quella di mio nonno. E lui, lui un libraio “vero”, come quelli che popolano ancora le nostre idee su questo mestiere.
Quando qualcuno entrava, sapeva consigliare letture di ogni genere: filosofia, narrativa, poesia. Era onnivoro, come ogni lettore estremo che si rispetti.
Quando, negli anni del dopoguerra, la libreria radunava persone in cerca di autori, mio nonno, che era un comunista “vero”, organizzò nella libreria la biblioteca circolante. Chi non aveva i soldi per comprare i libri poteva portarsi a casa quelli destinati all’uso comunitario, per poi riconsegnarli una volta finiti.
C’era, nel sapere che guidava la vita di mio nonno (tanto che fu questo il nome della libreria, “Sapere”), una concezione ampia, dilatata, che si faceva carne e umanità.
Nel retro della libreria c’erano due poltrone e un tavolino per fare due chiacchiere intorno a un libro.
Ho passato interi pomeriggi a passare in rassegna con il dito il dorso dei libri che, come filari di alberi, accompagnavano i miei viaggi. Già, perché ogni libro è un viaggio. E io, lì dentro, attraversavo tutte le geografie.
L’atmosfera intima di quel posto mi regalava grandi entusiasmi. Mi sentivo un po’ come gli angeli di Wenders, giravo nel corridoio immaginando i pensieri delle persone che sostavano su un libri sfogliandoli, sbirciando un incipit promettente, affogando lo sguardo su una quarta di copertina. Chissà quali pensieri si affollavano su quelle teste di lettori.
Era piccola, la libreria. Ma era costruita su due piani gloriosi capaci di ospitare tantissimi volumi. Sì, era la prima libreria della città. E anche la più vecchia.
Io ero invece così “nuova”, all’inizio, davanti a quelle storie che chiedevano attenzione. Storie che cambiarono con me, che seguirono i miei incerti passi verso l’adolescenza e poi quelli più spediti, verso la maturità.
Oggi la libreria esiste ancora. Ma mio nonno non c’ è più. A un certo punto diventò cieco, come Borges. Ma, a differenza dello scrittore argentino, il buio intorno si fece anche interiore. Diventò brivido.
Non poteva leggere più, non poteva guardare i suoi libri adorati. Presto diventò impossibile gestire la libreria che fu venduta.
Fu allora che iniziò lentamente a morire. Ogni giorno.
Mi ricordo ancora le sue ultime giornate lì dentro: aveva perso la sicurezza della confidenza con la sua grande famiglia di carta e parole; si aggirava, spaesato, fra quegli oggetti improvvisamente muti, invisibili, silenziosi testimoni del suo tramonto.
L’ultimo periodo della sua vita fu accompagnato dalla radio. Ma non era la stessa cosa. Lui, senza i libri, aveva perduto la linfa vitale. Appassì come una piantina d’inverno.
Dentro di me conservo intatto il suo ricordo. E quello della libreria ai tempi del nonno.
Oggi ci vado ancora, quando torno nella mia città.
Ed è cambiata. Come sono cambiate tutte le librerie.
Non mi va di discutere sul peggioramento o sul miglioramento, né parlare delle grandi catene librarie che, come eserciti all’assalto, stanno decimando quelle piccole. Se ne parla tanto. Ci sono stati anche film come C’è post@ per te.
Il mondo cambia. Non si può fermare il tempo.
E malgrado la mia nostalgia, frequento tranquillamente Feltrinelli o Mel bookstore. Solo che è…diverso. Come diverso, di nuovo, è il resto del mondo.
Certo è che il librario di una volta era meno ossessionato dai lettori in fuga, meno assediato da quelli in cerca del libro di Vespa o Costa, meno teso verso il richiamo insistente di una cassa che batte al suono del marketing.
Però il libraio è anche un commerciante, e questo va detto.
Mio nonno passava notti intere a fare conti, a controllare il flusso di entrate, permanenze e uscite di quei volumi che racchiudevano la sua vita.
Una volta il commercio era forse più “rilassato” perché i costumi seguivano ritmi meno incalzanti, più liberi dal rapido ciclo di vita, per usare un termine caro al marketing, che scandisce l’alba e il tramonto di ogni cosa.
Oggi, come tanti replicanti, siamo costretti a vivere in un tempo programmato, organizzato da una scadenza in cui le cose nascono e scompaiono con la velocità di una mela che cade dall’albero. Se Newton scopriva la gravità, oggi noi sembriamo invece scoprirne – e pagarne- tutto il peso. Ogni giorno. Perché pesa, la leggerezza di una superficie che imbratta tutto, implacabile.
In questo pigia pigia che è il quotidiano, il tempo senza tempo del libro fatica a trovare i suoi spazi. E le librerie si sono adeguate, trovando nuove risorse, costruendo alleanze, piegandosi ai costumi che impongono alcune letture piuttosto banali.
Ma i classici – consoliamoci – non muoiono mai. E il mestiere del libraio può ancora essere qualcosa di diverso dalla pallida memoria di ciò che una volta rappresentava, può ancora pulsare di vita perché i libri sono perla dell’umanità. Per venti persone che compreranno L’amore e il potere ce ne sarà una che cercherà I Malavoglia. La qualità – anche se accerchiata – resiste. E se la maggioranza preferisce i comici e le starlette giornalistico-politiche della televisione, c’è sempre una minoranza silenziosa che allo spessore effimero della popolarità preferisce quello più autentico del pensiero.
Ecco che dunque le librerie – per quanto cambiate, moderne, percorse da commessi a volte ignoranti (“Eh? Chi? Nel computer non trovo Finzioni di Borgejoise, mi disse allarmato un tizio, una volta) – raccontano ancora del fascino antico di questo mestiere. Le librerie. Il porto dei libri, il luogo di attracco di queste navi che solcano i nostri mari interiori. Da lì salperanno per una fissa dimora, finiranno a casa di qualcuno che, con mani amorose, le conserverà. E continueranno a viaggiare negli oceani nascosti in quelle pagine di carta e inchiostro.
Mio nonno me lo immagino ancora lì, in piedi accanto ai suoi libri. Si gira, mi sorride. Prende un volume e lo rimette al suo posto.
AFFETTI QUOTIDIANI
Dirk Bogarde e Jane Birkin
Daddy Nostalgie descrive la ricerca di quei piccoli niente che ci legano alla vita.
(Bertrand Tavernier)
Per caso, spulciando fra i video, ho ritrovato Daddy Nostalgie, sublime film di Tavernier che offre spunti di riflessione sui grandi temi della vita: la memoria, gli affetti, la nostalgia, il conflitto, la malattia e la morte.
Un rapporto fra padre e figlia, in passato pieno di incomprensioni che scivolavano sulla superficie delle cose, viene ribaltato dalla malattia di lui. Nella casa di famiglia in Costa Azzurra, in un tempo senza tempo, come quello dei sogni, fra le rocce a picco sul mare e il vento del presente che soffia sulle onde, madre e figlia assistono l’uomo che lentamente si stacca dalla vita. Lui è un ex ufficiale di marina, rigoroso, severo. Sua figlia, ormai grande, scrive sceneggiature, ed è diventata madre. Quando era piccola, aveva cercato invano di intercettare l’amore del padre, che le era rimasto sempre estraneo, lontano, come circondato da una nebbia impermeabile ai sentimenti.
Ma adesso, adesso, in Costa Azzurra, il tempo si dilata fino a toccare il cielo. Ogni giorno viene scandito da piccole cose: una passeggiata, una chiacchiera in cucina, la spesa…
Dettagli minimalisti che riescono a sanare ogni frattura, ricomponendo – anzi, componendo per la prima volta – l’armonia fra padre e figlia.
I due imparano a conoscersi, a entrare l’uno nell’altra. Non occorrono grandi gesti, o grandi spiegazioni. L’intesa, a volte, nasce come un raggio di sole improvviso: ha solo bisogno di uno spazio minuscolo fra due nuvole cariche di pioggia.
Il film è poetico, delicato, struggente. Si regge sulla magia di un quotidiano costruito sui particolari.
Il rapporto tra Caroline (così si chiama lei) e suo padre si ricuce prima che lui se ne vada per sempre, mentre il mare e il vento testimoniano il respiro d’amore, prima timido, poi più sicuro, che collega due persone prima estranee l’una all’altra. Perché il sangue del proprio sangue non basta a sé stesso per farsi amore, legame, calore. Ha bisogno di cure, di esplorazioni, ha bisogno di essere conosciuto e rinnovato.
Magnifico, indimenticabile film.
Negli anni, ho spesso ripensato alla scena finale, quando Miche e Caroline, rimaste sole, si trovano in una stanza e Miche domanda a sua figlia perché ha spalancato quella finestra lasciando entrare il sole. "Per fare finta di stare bene finché non staremo bene davvero". Quel gesto e quelle parole, se meditate, si aprono sulla profondità dell’esistenza.
Già, perché le finzioni, a volte, ci aiutano ad andare avanti. Sapendo che anche la ferita più grande prima o poi sarà accarezzata dal sole.
Perché non c’è amore che non comporti dolore. Nè dolore che venga trasformato, prima o poi, dalla danza dei mutamenti.
TRAIETTORIE
Rotti
come frammenti
di una stella fuggitiva
viviamo.
I nostri pezzi restano
alla curva del sogno
(Maria Guerra)
Non lo so. Non lo so. Non so perché questo periodo dell’anno porta con sé un’arcana mescita di memoria e dolore.
Sempre l’uomo insegue una traiettoria. Ma è quella giusta? Sconfina nelle illusioni o si mantiene, eretta e salda, entro i confini di ciò che scegliamo, vogliamo davvero?
Mi sono affacciata più volte sulle scogliere della mia mente. Da lì ho osservato le maree dei miei desideri, il rifrangersi costante delle emozioni sulle rocce lambite dal sole, acqua che scorre acqua che corre acqua che muore acqua che nasce dolore che torna abisso infinito notturna predazione del sogno acqua salata di mare bagnata.
E così ho spesso vagabondato lungo le coste dell’anima, incapace di attraccare, forse per codardia, forse per un tremore improvviso. In quel luogo la traiettoia chiarifica il sentiero che dovremmo percorrere, è lì che la stella cadente si ferma, sospesa nello spazio e nel tempo, zampillante, ebbra d’amore.
Altrove, nei mari della mente attraversati dalla rotta costante di un’emozione, non saprò mai davvero.
E la memoria, sutura di ogni ferita e al tempo stesso lama tagliente, adesca le piccole barchette in viaggio, canta il canto della Sirena. Non c’è albero maestro cui legarsi, in questo caso. Né ormeggio cui anelare.
Dondolandosi sul vento di un ricordo, ecco che, sospirando, cerchiamo ancora i confini del sogno.
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