IL COMPLESSO DI MARILYN
La tragica storia di Marilyn mi ha sempre colpito per il contrasto che animava questa donna apparentemente così forte, brillante, ma in realtà fragile come un passero, affamata di un amore in qualche modo sempre negato. La sua storia traccia una linea di confine fra il mondo interiore, agitato dalle acque tempestose di un antico passato di violenze e abbandoni, e il successo pubblico della diva, della donna bellissima, sexy, desiderata da tutti.
La ferita del disamore non si è mai cucita, malgrado il successo, la bellezza, la gloria. Come spesso accade alle donne ferite, Marilyn ha nascosto la sua valigia piena di dolori e l’ha abbandonata in una soffitta, ha preso la chiave e l’ha buttata via. Ha nascosto la bambina fragile, brutta, tremante, l’ha vestita con abiti fruscianti da donna, l’ha truccata, rossetto per baciare il futuro e tanto rimmel da spazzare via i ricordi con un battito di ciglia .
Ma non è bastato. Il passato torna sempre.
La maschera dell’ochetta sexy, della vamp svampita ha fallito, come accade prima o poi con tutti i travestimenti.
Quando una donna si maschera, quando assume una caricatura del femminile può anche avere successo (lei ne avuto tantissimo, ancora oggi è un’icona appesa alla memoria di molti) ma sul suo tallone d’Achille prima o poi volerà la freccia che la distruggerà.
E questa freccia ha sempre e solo un nome, l’amore. Perché l’amore, come diceva Jung, ha una carica terribile in quanto ci rende nudi a noi stessi, liberando l’inconscio come nient’altro, al mondo, riesce a fare.
E infatti fu lì che le sue ferite sanguinarono ancora. Fu nel disperato amore che la legò a quel Kennedy che mai l’avrebbe sposata, e che la fece riparare verso il fratello, futile consolazione di un amore alla deriva appena fuori da un porto.
Forse Marilyn Monroe è morta per questo, come sembrano testimoniare anche le scoperte più recenti. O forse no. Di certo, il rapporto con Kennedy è stato il suo grande dolore.
Ogni volta che una bellissima donna si consegna al ruolo di amante penso a quello che io chiamo “il complesso di Marilyn”. E’ il destino delle donne a cui non manca nessun talento ma che sono costrette a giocare tutto sul filo dell’eros, della donna scintillante da visitare durante la sera, mordendola come si fa con un panino durante una gita.
Il contraltare ideale per la moglie precisa, austera, elegante, padrona di un focolare che governa in modo impeccabile (maestosamente incarnata, come figura archetipale, proprio dalla perfezione di Jackie Kennedy). Moglie che possiede il ventre (dà i figli al marito) e l’accoglienza devota, insieme a quell’insieme di buone maniere che rendono ogni marito felice. Solo che il marito, spesso, fugge via in cerca di una Marilyn.
Ma le donne che hanno il complesso di Marilyn in fondo non nutrono abbastanza fiducia in sé stesse per competere con l’imago mulier, e usano la sensualità per difendere la loro fragilità, nascondendo volentieri l’intelligenza ferita dietro risatine e ironia.
Quanto dolore, in realtà, in queste amanti eterne, per sempre costrette a svanire nella chimera del sogno. Mutilate della speranza di una vita alla luce del sole, vivono nelle ombre notturne, si muovono come pipistrelli nelle notti senza luna adorando le stelle che come coperte nascondno lo scandalo di un desiderio proibito.
Sono tante, queste donne. Sono sempre esistite.
Rappresentano l’incarnazione di Lilith, la Eva oscura, e di Medusa, di Ecate. Sono l’ombra indicibile di molte san(t)e famiglie, la memoria scomoda come un rimorso, l’eco lontana dei rumori di un mondo pubblicamente approvato. Alcune eroine della letteratura lo hanno sfidato finoa soccombere, come Emma Bovary, come Anna Karenina.
Splendide figure che mescolano amarezza e ammirazione.
Sposate, loro. Dunque moglie che decidono di tradire. Ma anche loro infelici, rese schiave da un matrimonio grigio in cui irrompe l’amore che, guarda caso, arriva a cavallo di un principe piuttosto meschino, incapace di generosità vera, di autentico dono. Anche lui un uomo mascherato, in fondo, che dietro l’esibizione del fascino nasconde i suoi limiti molto materici, pesanti, che gravano come pietre sull’amante conquistata.
Mi fanno tanta tenerezza, le Marilyn di questa terra. Quelle che non si sono sposate, come come Emma o Anna, e che dunque non hanno neanche potuto provare il brivido di una rivoluzione, di una scucitura alla regola coniugale che le rendeva infelici.
Ne ammiro il disperato coraggio del sogno, la resistenza infinita con cui attaccano i pezzi sparsi dei loro incontri d’amore cullandoli, cantandogli una ninna nanna ogni sera.
Spesso, però, queste donne meriterebbero una vita migliore. Ma non sanno confrontarsi con l’ombra per vincerla. La sfida è troppo penosa. Lei, la Madre-Moglie che domina il loro inconscio si vendicherebbe annullandole. O almeno, così credono. E allora si accontentano di riparare in un quartiere mentre la vita scorre intera nella città di un’esistenza.
Il complesso di Marilyn vive e cresce nelle ferite, matura nel buio, come un frutto inverso che si nutre di luna e di muschio.
Mi torna in mente un libro difficile e allo stesso affascinante, Perversioni femminili- la tentazione di Emma Bovary, in cui la Kaplan racconta lo strazio di queste donne che si travestono per apparire più forti ma che in realtà non sopportano lo sguardo tagliente della verità, quella nascosta all’interno del cuore, quella che le fa smarrire, amanti sempiterne, abbandonandole al loro destino che compie il segreto amore.
Con più coraggio, forse, molte Marylin avrebbero vissuto una via piena. Perché ciò che conta non è la gloria, ma solo l’amore dato e ricevuto. E la nostra capacità di sfidare le ombre per volare via libere in mare aperto.
L’AMOR CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE
Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’elli indige, (135)
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova; (138)
ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne. (141)
A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa, (144)
l’amor che move il sole e l’altre stelle.
(Dante, Divina Commedia, Paradiso XXXIII)
L’amor che move il sole e l’altre stelle. A volte penso che sia tutto così complicato e allo stesso tempo terribilmente semplice.
L’amor che move il sole e l’altre stelle. L’unico trucco per capire davvero il mondo.
Tutto è perché è amore. Esiste solo per quello.
E allora ogni vanità, ogni gloria, ogni ambizione e ogni rancore cadono come foglie d’autunno.
In fondo, quando saremo vecchi, che resterà? Forse i soldi che avremo messo da parte? O le case, le scarpe, i vestiti?
Le conquiste professionali su cui ci saremo arrampicati?
Non so. Mi sembra, a volte, che tutti noi ci perdiamo nella svagata effimeratezza di un’illusione.
Perché quando ci guarderemo indietro, resterà solo quello che avremo scambiato.
Perfino adesso, "nel mezzo del cammin della mia vita", se guardo il pezzo di strada percorso finora la memoria forma immagini precise, nitide, minimaliste. Quelle immagini non raccontano di mestieri brillanti e successi (anche se ci sono stati, eccome), nè evocano soddisfazioni di desideri. Nè si schierano dalla parte dei libri letti, per quanto le soddisfazioni intellettuali siano importanti. Perfino dei viaggi trattengono uno stupore veloce, che scompare con il guizzar della sera.
Le immagini che resistono sono invece piccole. Semplici. Lievi eppure incisive come una carezza.
Hanno il colore degli occhi del mio cane che correva al mare inseguendo un gabbiano. E il sorriso di un viso antico, amato, remoto e allo stesso tempo ancora vivo nella danza immobile del tempo che si arresta quando per un istante ne rallentiamo la ruota.
Sono una carezza, una mano, un abbraccio. Piccole meraviglie del quotidiano in cui come incenso al cielo vola un ricordo stabile, l’unico che valga la pena di ricordare.
In questi dettagli c’è sempre qualcuno. Un prossimo a volte lontano, altre volte…troppo prossimo. Ma è in quelle relazioni che ho scoperto, e dubitato, del senso della mia esistenza. Lì ho intercettato il passaggio verso un mistero per me troppo grande.
Il successo è cosa effimera. Ecco, infatti, è "successo", participio passato. Accaduto. Ieri.
Invece l’amore non è mai "successo" ma si accade, così, semplicemente. Ora, ieri, sempre. Perché, per quanti sforzi oggi facciamo per inseguire le chimere comode delle nostre illusioni di onnipotenza, di implacabile antropocentrismo, in fondo sappiamo che siamo misera cosa senza quell’amor che move il sole e l’altre stelle.
Ogni moto in cui si incarna la vita è atto d’amore, ed è quell’amore che renderà gravida oppure sterile la nostra vecchiaia.
Dovremmo ricordarcelo più spesso, in questo presente confuso quanto convulso, sempre all’inseguimento di un che senza perché.
Chiudere gli occhi un momento pensando "quando ho vissuto davvero?" mostra ciò che conta realmente. E ci si supisce, magari, del minimalismo dei momenti davvero importanti.
Per il resto del tempo, sfumiamo in questo grande universo ingoiati dalla presunzione della nostra importanza.
SPECCHIO SPECCHIO DELLE MIE BRAME
"Dal fondo remoto del corridoio, lo specchio ci spiava. Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Così Jorge Luis Borges.
"Non si dovrebbero lasciare specchi appesi nelle proprie stanze più di quanto si debbano lasciare in giro libretti di assegni aperti o lterre in cui si confessano orrendi delitti", aggiunge Virginia Woolf.
E Isaac B.Singer: "Quando un demone è stanco di rincorrere il tempo passato o di girare sulle pale di un mulino a vento, può prendere dimora in uno specchio e rimanervi appostato come un ragno, con la certezza che la mosca gli capiterà a tiro"
(Alfonso Lentini, Piccolo inventario degli specchi, Stampa Alternativa)
"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" domanda la strega di Biancaneve. Lei sa, sa bene che lo specchio ha un grande potere. E vive di vita propria, autonoma da chi vi si ammira.
Se è vero che lo specchio non è solo strumento luciferino (quello in cui Borges incrocia l’orrore della moltiplicazione), luogo in cui l’Io ammira sé stesso, come fa Narciso fino a smarrirsi quando si specchia nella superficie dell’acqua, è anche vero che da sempre evoca atmosfere umbratili, notturne, connesse con la magia.
Lo specchio è magia, porta di accesso verso altri mondi?
Pare che Cagliostro, discussa figura vissuta alla fine dell’ottocento, ne conoscesse bene i misteri. La superficie riflettente sarebbe in grado, per alcuni, di proiettare l’uomo fuori dalla materia, verso le dimensioni più rarefatte.
Chissà.
Le fiabe, comunque, ne hanno narrato il magico mondo, spesso infero, legato al Male, al mondo del sottosuolo.
Il suo fascino è certamente innegabile, così come la sua potenza evocativa. Ho visto persone coltissime, razionali, attraversate da un’ombra davanti allo specchio che si rompeva, evocando, come narra la tradizione, sette anni di miseria e sfortuna.
Specchi rotti, specchi interi, specchi magici.
L’uomo che si trova davanti all’immagine riflessa (in cui le direzioni si invertono, interessante) guarda davvero?
Tante volte ho pensato che senza gli specchi saremmo costretti a guardarci davvero nell’unico luogo capace di riflettere davvero il senso e il moto della nostra esistenza, quello, cioè, del nostro prossimo.
Ma quanto è difficile.
Eppure, una parte di noi conosce realmente l’evanescenza di quel doppio che ogni mattina ci saluta, magari un po’ stropicciato, appena mettiamo piede nel nostro bagno.
Ma preferiamo ignorarla, fissandoci sui dettagli che ci rassicurano, che raccontano "la materia" della nostra esistenza.
C’è chi ne fa un feticcio, o addirittura una morbosa estensione di sé. Forse ci rassicura, nascondendo le nostre "brutture" dietro l’aspetto brillante che ostentiamo pubblicamente.
Ci mette confini (non avere confini spaventa), adulando l’Io che vuole farla, sempre, da padrone.
E se invece fuggissimo, come fa l’ombra birichina di Peter Pan?
I LUOGHI DELLE PAROLE
Sono le parole le vere colpevoli. Sono fra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare. Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari. Ma le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno. Eppure il dizionario esiste; e lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico. Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. (…) La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto. Ma non possiamo farlo perché esse non viono nei dizionari, vivono nella mente. E come vivono nella mente? Nei modi più strani, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. E’ indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni. Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. (…) Per questo, imporre regole a tali impenitenti vagabonde è del tutto inutile. Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro. Al massimo possiamo dire di loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e che pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso. Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio. Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. (…) E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila. Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze. In breve, odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.
E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il bisogno di cambiare. Perché la verità che cercano di affermare ha tante facce. (…) E quando le parole vengono inchiodate a un unico significato, ripiegano le loro ali e muoiono. Senza dubbio a loro fa piacere che noi sentiamo e pensiamo prima di usarle; ma vogliono anche che noi ci concediamo una pausa, vogliono che diventiamo incoscienti, Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce.
(Virginia Woolf, Il mestiere delle parole – da Ore in Biblioteca e altri saggi)
Questo brano mi ha accompagnato per anni, e continua a farlo. Ci torno in modo misterioso, come quei richiami di cui non sai l’origine ma conosci la destinazione. Trovo che ci sia tanta "verità" in questa esposizione così palpitante, vigorosa, precisa. La Woolf riesce a penetrare nella sua grotta per avvicinarsi, trovarle, lasciarsi avvolgere. Ma ci vuole coraggio.
Il passaggio sulla grotta mi ha richiamato alla mente>>un post di poco tempo fa in cui raccontavo dell’avventura, appunto, in una grotta. Ecco, mi immagino le parole come tanti pipistrelli che abitano, a testa in giù (sì, perchè "quelle" parole di cui parla lei sono rovesciate rispetto alla norma che governa la superficie solare) i nostri sottosuoli. Possono essere trovate solo al buio, e solo se ci lasciamo prendere e non tentiamo di catturare. Sono queste le parole che fanno la differenza tra i capolavori dell’eternità e il ciarpame di una stagione.
Il genio che le anima esce fuori solo se sfreghiamo il nostro luogo interiore, facendoci così piccoli da scomparire, anche se solo per un istante. Loro, in quel momento, abbandonano la convessità oscura così cara e familiare uscendo fuori, sopra la carta, per sorvolare i nostri pensieri.
Il problema è che oggi l’uomo ha costruito un sacco di inutili scuole per insegnare il setaccio della parola (alludo alla pestilenziale profusione di corsi per imparare a scrivere romanzi e racconti) che, arenata sotto un sole cocente – il sole delle regolette e delle tecniche di pronto uso – preferisce morire e tacere piuttosto che servire padroni improbabili.
Le parole, in fondo, somigliano ai gatti. Non hanno padroni. Non tollerano regimi e costrizioni. Si può solo convivere, mai dominare. Siamo noi, gli ospiti di questo salotto interiore. Mai loro.
Chissà, forse è per questo che molti scrittori hanno sempre un gatto vicino (un po’ come i maghi e le streghe).
Purtroppo la scuola le uccide, le parole. Nel migliore dei casi, attenta alla loro salute.
La grammatica scolastica è infatti il sepolcro di ogni parola; ne succhia la linfa vitale, ne rinchiude il moto libero costringendole a un allevamento in batteria.
La scrittura vera, quella che diventa capolavoro, tensione narrativa, spirito stesso di ogni letteratura di ieri e di oggi, è sempre scaturita da un’insubordinazione.
Qualcuno, ieri come oggi, ha chiuso le regole nel loro recinto, poi è andato nella sua caverna e ha spento la torcia, liberando il volo umbratile, notturno, caotico e allo stesso tempo preciso di quelle creature.
Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce.
Da quel volo nasce lo stupore, la meraviglia dei matrimoni perfetti fra le parole.
Virgina Woolf ha celebrato questo matrimonio più e più volte nella sua vita.
La "pazza", come si faceva chiamare, penetrava là dove le nozze si compiono.
Le parole non vivono nei dizionari, vivono nella nostra mente.
Ecco perché sono più difficili da avvicinare. Bisogna accettarne l’ambiguità. E la mobilità.
I puristi vorrebbero fermare la lingua, ma è come voler arrestare quel mondo che il demiurgo un giorno ha fatto ruotare.
Sarebbe triste, se non fosse impossibile. Mi fa pensare, questa immagine, a quelle farfalle meravigliose trafitte da uno spillo e infilate in rassegna in una scatola, a far mostra di sé e della bellezza che fu loro e solo loro, miseramente paralizzata (l’imbalsamazione è paralisi, in fondo) dall’uomo che di tutto si appropria tranne dell’anima, sua e della vita che lo circonda:
odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura
Chi scrive cnosce benissimo il tormento della ricerca infruttuosa, lo sconforto dei momenti "da dizionario", quelli in cui la pietra della ragione copre l’ingresso nella caverna.
In questi momenti si possono certamente scrivere cose belle, intelligenti perfino, e interessanti. Ma saranno come quelle farfalle morte.
Di ben altro tenore è il momento in cui la caverna lascia volare via i suoi tesori. Se ne riconosce il sapore, il suono, il colore. Sono momenti magari semplici, come quando Borges scrive: "Camminavo a Buenos Aires in una vacanza serenissima della mente" o certamente più intensi, evocativi, come quando il colonnello Buendìa "ricorda quel pomeriggio remoto in cui suo padre lo aveva portato a conoscere il ghiaccio".
Ma sono fatti della stessa natura. Provengono dalla stessa scintilla.
Il cacciatore di parole non deve cacciare nulla. Deve solo tacere e ascoltare.
ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso
L’ispirazione dalla quale provengono nasce dal caso, dall’incontro fortuito. È fiamma improvvisa che guizza e scompare, lasciando una traccia bella.
Meno si cercano, le parole, più occasioni abbiamo di lasciarci avvicinare.
Solo così saremo in grado di svegliare il cuore e la mente dal suo consueto torpore.
Dietro le parole, poi, inizia un’altra grande avventura.
Ma è già tanto annusarne il profumo fino ai confini del visibile mondo.
IL REGALO DELL’ANGELO
Mi è sempre piaciuto, fin da bambina, immaginare l’angelo custode.
Ricordo come se fosse adesso, in questo istante preciso, la ricerca spasmodica che facevo. Volevo trovarlo, volevo trovare il mio angelo custode.
Lo cercavo ovunque. Avrò avuto sei anni, in quel tempo bizzarro che scorre fermo, scosso da entusiasmi e tremori.
Il mio chiodo fisso era lui: l’angelo.
La mamma diceva che era il mio custode, che stava sempre con me. Perché non riuscivo a vederlo?
Così, per fregarlo, mentre camminavo all’improvviso giravo di scatto la testa. Prima e destra, poi a sinistra. Niente. Lui non c’era. Era più veloce di me, il birichino. E riusciva sempre a nascondersi.
L’ho cercato invano, l’ho cercato per anni.
Quando sono cresciuta, la mamma mi ha detto che non era poi così sicura dell’esistenza dell’angelo.
Forse era per questo che nella mia famiglia nessuno andava alla messa, la domenica mattina. Perché gli angeli non esistevano.
Sempre in quel periodo scoprii che tutti i regali che radunavo e impacchettavo di giorno, sistemandoli sul davanzale del terrazzino prima di coricarmi, non se li prendeva Dio ma la mamma. Li rimetteva a posto dicendomi che lui li aveva apprezzati, che erano piaciuti. E io ero tutta contenta.
Cosa regalavo? Scatole, bambole, nastri…
Ma non era lui a prenderli, era la mamma.
Così, a un certo punto, ero orfana di un angelo e di un dio.
Poi mi sono allontanata dalla chiesa, crescendo ancora, e dopo qualche strimpellata di chitarra con i boy scout ho deciso che ero troppo peccatrice per proseguire, che Maddalena mi stava più simpatica di Maria e che i ragazzi mi piacevano troppo per evitare incontri ravvicinati. In più la Storia dei libri di scuola additava la chiesa mostrandomi tutti i suoi errori. Fuggi a gambe levate.
Ma dell’angelo birichino ho sempre conservato il nitore di una memoria stabile, sempre presente.
Finchè un giorno, tanti anni dopo, in un momento fragile, uno di quei momenti che sotterrano l’anima e piegano il cuore, all’improvviso ho sentito una carezza invisibile sfiorare la pelle. Sarà stata suggestione, sicuramente, ma ho sentito il mio angelo.
Anche se la finestra era chiusa quel piccolo soffio di vento che premeva piano piano sulla carne si è fatto corpo, presenza, sostegno.
Dire di più non so. Ma in quel momento ho pensato a quante volte, tanti anni prima, avevo provato a fargli tana in tutti i modi. E adesso eccolo lì, non cercato, non richiesto, a bussare sulla mia spalla all’improvviso.
Non lo attendevo, avevo smesso di attenderlo. E lui è invece arrivato.
Birichino. Come sempre.
IL BUON LETTORE
Una sera, in un remoto college di provincia, dov’ero capitato in occasione di un giro di conferenze che si era prolungato oltre il previsto, proposi un piccolo quiz; su dieci definizioni del lettore, invitai gli studenti a scegliere quattro risposte che, messe assieme, indicassero i requisiti del buon lettore. Ho smarrito quell’elenco, ma, per quanto ricordo, le definizioni erano più o meno queste. Un buon lettore dovrebbe:
1.appartenere a un club del libro
2. identificarsi con l’eroe o l’eroina
3.concentrarsi sull’aspetto socio-economico
4. preferire una storia con azioni e dialoghi a una che non ne ha
5. aver visto il film tratto dal libro
6. essere un autore in erba
7. avere immaginazione
8. avere memoria
9. avere un dizionario
10. avere un certo senso artistico
Gli studenti si mostrarono in massima parte favorevoli all’identificazione emotiva, all’azione e all’aspetto socioeconomico o storico. Ma, naturalmente, come voi avete intuito, il buon lettore è chi ha immaginazione, memoria, un dizionario e un certo senso artistico, quel senso che mi propongo di sviluppare in me e negli altri ogni volta che mi si presenta l’occasione.
(Vladimir Nabokov, Lezioni di Letteratura)
E noi, che lettori siamo?
Per quindici anni ho fatto della lettura (e della scrittura) il mio mestiere. Prima una rivista culturale, poi un’agenzia letteraria e una nuova rivista di informazione editoriale, ora una rivista online e uno studio di editoria e comunicazione…
E sempre, in questi anni, ho letto. Consulenze editoriali, editing di romanzi, recensioni…
Mi interrogo da quindici anni sul famoso "buon lettore". Su come dovrebbe essere. E ha ragione lui, ha ragione Nabokov, il buon lettore deve avere immaginazione e disciplina. Usando le parole di Borges, un altro gigante della letteratura, direi che deve essere "algebra e fuoco". Sì, algebra e fuoco. Possedere, cioè, il rigore senza però smarrire il sentimento, la pelle d’anima che sconfina nel mondo, che palpita dondolandosi sulle parole.
Le letture cerebrali, quelle che innamorano solo la mente, non approdano a nulla. Se ne stanno lì, con le loro belle paroline pettinate (odio le parole pettinate), tutte in fila, organizzate come soldatini.
La mente deve essere corrosa, deve incrociare, sulla sua rotta, un grimaldello che ne scardini la fortezza, arroccata intorno alla logica, per introdurre un brivido, quel famoso "brivido alla spina dorsale" di cui parla lo stesso Nabokov.
Senza quel brivido non c’è nessuna buona lettura. Nessun lettore.
Questo non significa votarsi esclusivamente alla pancia, al mondo emozionale. Occorre trovare il cuore, luogo di sintesi e transito del nostro nord e del nostro sud. Occorre farlo anche nella lettura.
La lettura professionale è difficile, impegnativa. Devo scansare i mie gusti, mollare gli ormeggi della mia estetica per navigare acque sconosciute, ignote, tese verso orizzonti che non mi corrispondono. Ma devo farlo, non posso confinarmi nell’orticello privato delle mie inclinazioni.
Cercare di essere oggettivi. Si può essere mai realmente oggettivi, anche davanti a un libro? Ci sarà sempre uno scampolo di proiezione, un residuo persistente che dice di me, che mette me nel giudizio sul testo.
Eppure devo tentare di essere imparziale, come farebbe un giudice. Ma chi sono io per giudicare un libro? Il peso della lettura professionale, dopo anni, vorrebbe liberarsi dei trucchi del mestiere per respirare di nuovo l’ossigeno della libertà. Libertà di scegliere secondo i miei gusti, le mie convenienti o sconvenienti passioni, poco importa.
Forse è per questo che mi sto ritirando dalle consulenze editoriali, che sto concentrando la mia attenzione solo sul giornalismo, mia antica passione, origine e ritorno di ogni perlustrazione.
Forse voglio tornare – e in modo definitivo – a essere una lettrice qualunque. Una lettrice che non è pagata per leggere, che non deve trovare refusi, lavorare sul testo o scrivere una quarta di copertina. Nè deve elaborare una scheda di valutazione infrangendo il sogno di un aspirante scrittore.
Insomma, voglio tornare a leggere accartocciata sul mio divano, con la pioggia che cade dalla finestra, tic tic tic, il gatto accoccolato nell’incavo delle ginocchia, il plaid giallo che gira intorno come una nuova soffice.
Voglio leggere così, in modo sparpagliato, senza obblighi e senza orari. Senza che nessuno mi chieda cosa ho letto, o pretenda un resoconto professionale.
Libri di nuovo clandestini, confidenti privati, depositi di sospiri remoti, battiti d’ala di sincronie improvvise nelle quali un altro mondo entra e confonde il perimetro della realtà.
Leggerli sgranocchiando un dolcetto, ciondolando sul tempo che se ne va senza urgenze.
Sarà stata una buona lettrice, nella mia professione? E sono una buona lettrice nei momenti privati, quelli in cui un romanzo mi spoglia finalmente degli abiti professionali lasciandomi lì, nuda, a rabbrividire in mezzo alla danza delle parole? Sì, ecco, di nuovo, finalmente. Quell’antico e ritrovato piacere segreto che ogni lettore sa, e che non vuole condividere con nessuno.
Accade quando qualche parola trema nel giardino del nostro cuore, abbassandone le difese.
Succede a tutti i buoni lettori. La lettura "di testa" non serve, come inutili sono le ruminazioni di concetti e pensieri. Neanche ci aiuta l’identificazione con il protagonista, che si rivela sempre fallace non appena, una volta cresciuti, i nostri passi non coincidono più con i suoi (ecco che allora nella rilettura avvertiamo un senso di straniamento, una sensazione di imbarazzata cordialità, come con qualcuno che abbiamo un tempo conosciuto ma di cui non rammentiamo neppure il nome).
Ci aiutano invece quegli attimi in cui veniamo scagliati, attraverso le nostre letture, nella vertigine extratemporale in cui galleggiano confini più grandi del nostro, e del mondo che ci contiene, ecco che allora sentiamo quel famoso brivido di cui parla Nabokov.
Essere buoni lettori è un’impresa. Possiamo diventare eruditi, collezionare a memoria, con pappagallesco sapere, i titoli di ogni saggio e romanzo, con tanto di sinossi allegata, oppure annegare nelle emozioni evasive di avventure che pizzicano i sentimenti, attardandosi sul romanticismo con il quale tentiamo di scalare il muro delle nostre giornate.
Ma in questo modo non saremo mai buoni lettori. Nè in privato né nella nostra professione.
Richiedono due atteggiamenti diversi, i libri letti a casa e quelli letti in redazione. Ma hanno anche tanti punti in comune. Si incrociano più volte nei territori della sensibilità, stringendosi attorno al lettore che insegue il filo di ogni parola, tessendone il canovaccio dal quale ci guarda, invisibile, il volto eterno di ogni scrittore.
Ecco, sì. Tutti i lettori del mondo si somigliano in queste segrete armonie. Per ognuno diverse e uguali.
Non so se sono una buona lettrice, ma ci provo e ci ho sempre provato.
Ho scoperto che "il mestiere" deve comunque ogni volta tornare a lezione, frequentando le classi della maestra umiltà.
Nessun lettore, altrimenti. Ma solo suggestioni in odore di presunzione.
Se ricordassimo, ogni volta, che leggere non ci rende automaticamente migliori, aprendo invece solo una porta, una possibilità verso uno scatto della coscienza, sapremmo essere sicuramente, al di là di ogni divertito decalogo, buoni lettori.
Io, da parte mia, continuo a provarci. Goffamente, a volte. Ma insisto.
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