LE NOSTRE GROTTE
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Noi non sappiamo nemmeno dove sia ora ciò che è vivo, e che cosa sia, come si chiami. Lasciateci soli, senza libri, e ci confonderemo subito, ci smarriremo: non sapremo dove far capo, a cosa attenerci; che cosa amare e che cosa odiare, che cosa rispettare e che cosa disprezzare. Noi sentiamo perfino il peso di essere uomini: uomini con un autentico e nostro corpo e sangue; ce ne vergognamo, lo consideriamo un disonore e cerchiamo di essere non so che immaginari uomini universali. Siamo dei nati-morti, ed è già un pezzo che non nasciamo più neppure da padri vivi, e questo ci piace sempre di più. Ci prendiamo gusto. Presto escogiteremo il mezzo di nascere in qualche modo da un’idea. Ma basta, non voglio più scrivere "dal sottosuolo"…
(Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo)
Qualche giorno fa, con la persona che mi è più cara al mondo, sono stata a visitare le grotte di Collepardo.
Era la prima volta che entravo in una grotta. Sono rimasta stordita, affascinata. Le rocce annerite su cui gocciolava l’acqua, insistente, come una memoria scomoda, mi parlavano con un linguaggio muto fatto di echi sommersi, di sospiri trattenuti, di segreti di pietra e di fuoco.
L’antro buio, le stradine illuminate da piccole luci artificiali costeggiate dai pilastri rocciosi su cui sembravano issati occhi umani, la volta fuliggionosa il cui silenzio immemore era interrotto solo dalla presenza dei pipistrelli (udibili ma non visibili, unica forma di vita in quel luogo di ombra e di terra) formavano un paesaggio spettrale e allo stesso tenpo accogliente.
Qui, tanti anni fa, quando eravamo ancora vicini alle stelle da cui eravamo caduti, avevamo celebrato i riti ctoni della Grande Madre, la Terra possente che ci nutre e contiene.
Qui avevamo vissuto, lontani dalla ferita del sole.
Qui avevamo ascoltato il cuore della terra, il tamburo che batte al suono dell’acqua che cade sulla pietra trasformandola, corrodendola, donandole nuova forma.
Ebbene, quel cuore stava suonando per me. Potevo sentirne il battito quasi impercettibile, come un soffio di brezza.
Camminavo in quel sottosuolo ignoto che sembrava conoscere ogni mio pensiero remoto, ogni scatto dell’anima, ogni segreto.
Un paesaggio magico, notturno, evocatore dei crocicchi nei quali l’antico viandante incontrava Ecate.
Accarezzavo le rocce seguendone con il dito le forme singolari, figlie di un’umidità senza sole, quel sole assente che qui non penetra mai per ferire lo spazio con la sua luce.
Ho pensato a quanto somigliavano, quelle grotte, ai sotterranei del nostro inconscio, luogo di dimenticati sepolcri e di notturne terre inesplorate.
Come una grotta è impermeabile alla luce solare della quale neppure sospetta l’esistenza, così l’inconscio non conosce la superficie rettilinea e razionale del nostro pensiero.
Non a caso gli antichi affidavano al Sole le valenze del pensiero razionale, cosciente, riservando alla notte e alla Luna i misteri e i pericoli della magia, delle ombre remote in cui l’uomo si perde.
"Portare alla luce" significa infatti consegnare alla coscienza le nostre cantine uggiose, ingombre di irrazionali tremori, di fantasmi sepolti, di angosce che erano prima che la notte fosse, prima del tempo, di ogni nostro tempo.
Dove il sole non batte cresce il muschio delle nostre paure. Eppure allo stesso tempo è lì che si celano gli arcani dell’anima, è lì che può brillare il nostro sole di mezzanotte.
Il furore ctonio può essere anche violento, come Ade che rapisce Persefone trascinandola sotto la superficie terrestre (ma se non l’avesse rapita Demetra non l’avrebbe cercata, e non sarebbero nati i Misteri Eleusini). Senza la protezione del sole i fantasmi sgusciano via dalle rocce affollando le nostre stanze, riempendole con il magma incandescente del non conosciuto, orrore e terrore di ognuno, perfino di chi si professa libero, di chi anela al pionierismo dell’anima.
Le nostre grotte sono accoglienti, ma si tratta un’accoglienza diversa, riservata solo all’avventore che avanza con la lanterna del coraggio per illuminare la notte oscura dell’ignoranza.
Conoscere sé stessi vuol dire percorrere queste grotte, piene di incubi, scheletri, mostri.
Il tempo del sottosuolo non è quello della vita sulla superficie, scandita dalle lancette di un orologio che costringono l’uomo nell’illusione di un rettilineo procedere, di un prima e di un dopo.
Qui, nel sottosuolo, tutto è. Non sarà, nè mai fu. È. Adesso, ora, qui. Senza presente o passato.
La meridiana solare non segna nessun procedere nella terra delle ombre che avvolgono ogni cosa nell’immobilità di un tempo non tempo, mai scalfito da una successione.
Tempo di sospensione, di sogno, di incubo. Tempo di conoscenza senza coscienza.
Mentre camminavo in mezzo alle grotte pensavo a quel ventre pietroso, culla occulta di ogni nascere e di ogni morire, ragione dell’assenza del sole, matrice di nebbie che avvolgono l’umano destino e allo stesso tempo forbice che taglia il velo lanuginoso dietro il quale si nasconde ogni perché.
La Madre Terra è oscura, misteriosa. Danza una danza immobile.
La sua veste è di tenebre, di abisso ogni suo sguardo.
Eppure mi seduce come un’amante scomodo che aggroviglierà il nostro futuro e che tuttavia non riusciamo a schivare.
Come la Iside dei Tarocchi, lei tiene in mano le chiavi della mia conoscenza. Ma si soffoca, quaggiù, senza luce.
Niente rumori familiari. Nè alberi, nuvole e piante. Solo roccia, solo forme a volte diaboliche, solo gocce d’acqua che cadono schiantando al suolo ogni pensiero.
Ecco sì, respiro con lei. Quaggiù, in queste grotte, la terra mi racconta dei miei sottosuoli.
Quanti pipistrelli non ho ancora sentito volare quel volo strano fatto di cerchi, come un sasso lanciato nell’acqua; quanti volti di pietra non ho mai visitato (forse per timore di fare la fine della moglie di Lot, trasformata in una statua di sale); quanti scantinati ho lasciato pieni di memorie scomode.
Percorrere quella grotta è stato un po’ come trovarmi nella regione in cui il pensiero di ferma, in cui la notte delle emozioni cala il mantello sul governo dell’Io.
Sensazioni strane, fatte di stupore e sospetto.
Chissà, forse è per questo che a un certo punto qualcosa premeva sul petto, costringendomi a cercare immediatamente l’uscita, come fossi un pesce tirato fuori dall’acqua.
Ma quando ho raggiunto l’uscita, la luce del sole non mi ha promesso conforto. Ho invece avuto la sensazione di aver perso qualcosa. Vedevo di nuovo le nuvole, i colori, le forme. Sentivo gli uccellini gioire della giornata primaverile. Tutto era di nuovo nitore, perimetro, consistenza. Ma mancava qualcosa.
Mancava la magia della profondità. La notte del nostro soggiorno terreno, di cui la grotta è simbolo e segno, ci invita al mistero di un altrove remoto in cui si cerca l’origine.
Forse, laggiù nella grotta, ho avuto paura dei miei mostri, ho temuto le contraddizioni, gli smottamenti delle certezze.
Eppure in superficie il sole sembrava quasi rapire la forma di conoscenza maturata nell’ombra.
Capii, in quel momento, perché Ade aveva rapito Persefone. E perché Demetra aveva così celebrato, alla fine, i misteri a Eleusi.
Solo che non ero ancora pronta. Non ancora.
LA MAPPA DELLA LIBRERIA
L’altro giorno, a casa mia, un amico mi rimproverava la posizione sghemba dei libri ammucchiati su scaffali ormai invasi, troppo stretti, come un golfino infeltrito.
"Sono creature – mi ha detto – hanno bisogno di stare dritte".
Una frase bellissima. Vera, probabilmente. Solo che ognuno, i libri, li vive a modo suo.
Proprio perchè sono vivi, febbricitanti, i volumi della mia libreria condividono il disordine che anima la mia esistenza. Sono ammucchiati, sparpagliati, eppure non naufragano via in cerca di bussola. Semplicemente respirano il mio modo di essere, all’unisono con l’anarchico ordine (può sembrare assurdo, ma non lo è) in cui ogni cosa che si smarrisce viene trovata. Sì, insomma, come in un gigantesco frattale. Li ho amati, annusati (da quando ero piccola infilo le mie narici in ogni libro, con voluttà e persistenza), segnati; ne ho piegato le orecchie (ma ne ho assorbito la capacità di sentire), accarezzato il dorso come si fa con un amante dopo l’amore, disegnato il profilo nello scaffale. Alcuni hanno buoni vicini di casa, vanno d’accordo, altri si trovano un po’ spaesati, in compagnia di alcuni titoli con i quali non hanno nulla in comune (ma alla fine si rilassano e convivono, lo fanno meglio di quanto riusciamo a fare noi). Mi guardano dalla libreria, mi invitano a repentine riletture, a ricerche esasperate davanti a un romanzo scomparso, a piccole soste con gli occhi che innestano il carburante della memoria. Altri attendono di essere letti. Così, con pazienza. Sanno che prima o poi accadrà. E se non accade, va bene lo stesso. Sono meno ansiosi di noi, loro.
Ma non sono soldatini, i miei libri. Non sono intruppati in reparti. E neppure per autore. O per collana.
Stanno lì, randagi. Si spostano soffiati dal vento dei miei umori, che ora ne mette in evidenza alcuni, ora altri. Ma sono sempre accuditi. Perfino quando qualcuno di loro finisce con il dorso girato (ancora più prezioso il suo ritrovamento).
La mappa della mia libreria è casuale, come il tiro di un dado. Ma allo stesso tempo rivela tracce precise, ondulazioni tra passato e presente che scavano un’ansa nel tempo, cullandosi in uno spazio lontano. E’ stropicciata. Sì. Somiglia più a una strada sterrata che a una via di cemento. Ma il suo essere selvaggia, il suo rifiutare l’addomesticamento di spazi e percorsi, è anche lo spazio di libertà in cui la vita si abbandona a sé stessa.
Certo, a volte sono costretta a lunghe ricerche. Ma ne vale la pena. I libri privilegiati, invece, godono di uno spazio particolare, accanto al divano, impilati senza un perché ma con un quando. Quando li leggerà? Ora, presto, domani. Più tardi. Non importa. Importa cercare.
E capire che ogni libreria ha le sue mappe e i suoi tesori.
Bisogna rispettare chi fa dei libri una reliquia, accudendoli come anziani all’ospizio (in effetti alcuni di loro sono molto vecchi), ma allo stesso tempo capire che si possono anche vivere così come si fa, a volte, con la vita: spargendoli intorno e dentro di noi, strusciandoci fisicamente la nostra esperienza, che li strapazza insieme alle rughe che compiono i nostri giorni.
Si possono bere e mangiare, i libri. Hanno suoni, odori e sapori.
Dalla libreria assistono, immobili, al nostro affaccendarci di formiche intorno alla tavola apparecchiata dei nostri giorni.
Eppure si muovono, dentro e fuori, dentro e fuori, tic tac, come le lancette di un orologio. Ed è la memoria a conservare nella testa e nel cuore i doni più belli che ci hanno fatto.
Molti di noi sognano i titoli che rileggeranno in vecchiaia. Mi sono ripromessa di rileggere Proust, ad esempio. Tutto, di nuovo. E poi anche un po’ di Borges, di Calvino, di Woolf.
Quanti appuntamenti mancati, in alcuni libri che non ho avuto o voluto leggere. Ma sono come le occasioni perdute, come quei famosi treni che passano. E poi chissà, a volte la vita ti rimette davanti una situazione, il treno ripassa, forse si ferma. Anzi sono io ad abbassare il passaggio a livello fermandomi, con la valigia del tempo, davanti allo scaffale in cui quel famoso libro mai letto mi stava aspettando.
Ma molti ancora vorranno essere letti.
So che forse non ne avrò il tempo, e tuttavia la consapevolezza non corrode il gioiello del sogno.
Ognuno di noi conosce i segreti della sua libreria. Sa quali libri sono stati importanti, come i grandi amori, quelli rari, quelli che il cuore conserva con un sussurro; e sa quali invece sono stati solo comparse, intersezioni veloci, fugaci, che hanno lasciato un pallido segno.
Ci sono i libri mai finiti (perché non si deve finire un libro, il rapporto è libero, è anche uno scavo interrotto), quelli invece su cui gli occhi si sono attardati più volte, quasi sbiadendo – come per magia di costanza – i colori della copertina.
Le posizioni che assumono nella nostra biblioteca sono percorsi, direzioni dell’anima, indicatori del rapporto con il loro lettore.
I miei, lo ripeto, vivono una vita scarmigliata. Un po’ come me. Ma sanno di essere lì, alla rinfusa, pronti però a ogni nuova avventura, a ogni spostamento dettato dal caso o dall’intenzione.
Ogni lettore possiede la mappa della sua libreria. É una faccenda personale.
L’importante sono i tesori ai quali la mappa conduce. E quei tesori non stanno comunque nei libri, ma nel respiro allargato della nostra coscienza.
BLOOMSBURY ADDIO
La vita è un nastro rosa lanciato su un abisso
(Virginia Woolf, Diari)
Nel giorno delle manifestazioni per la famiglia, nel giorno degli orgogli laici, preferisco restarmene a casa a rileggere qualche pagina incendiata da un coraggio vero.
Sì. Perchè è facile manifestare e contromanifestare sventolando come santini al vento i propri colori di appartenenza,
Più difficile restare a casa a meditare su quanto accade: al di là delle smanie presenzialiste chi ha ragione davvero? Tutti. Nessuno.
In fondo, da ogni idea bisogna risalire alla realtà che si fa voce nel quotidiano, in ogni singolo evento sganciato dal pre-giudizio.
E tuttavia oggi la massa mi suggerisce un’assenza.
Dove sono, oggi, i fermenti vitali di Bloomsbury? Nel nostro tempo presente tutti manifestano come pecore dietro un pastore. Poco importa che questo pastore vesta la tunica bianca del padre o si annodi la cravatta politica.
L’importante è "esserci".
E il pensiero? Quello individuale, quello che si fa poi coro in una sperimentazione reale, al di là dei confini usuali?
Già, il pensiero. Quello che dissente. Che crea. Che osa.
Come sono tisici i nostri intellettuali di oggi rispetto ai bagliori fiamminghi del gruppo di Bloomsbury.
Tutti lì, i nostri, ognuno a tifare per la sua brava corrente ideologica, seduto sul divanetto di Mentana oppure di Vespa, la bocca piena di ciance masticate in continuazione (come fanno le pecore, appunto), la testa invasa da pensieri sommari.
Oggi non manca nessuno. Ci sono la gente comune, le autorità, i gruppi, i distintivi.
E mentre ripenso a Virginia Woolf, al suo gruppo che di ogni cosa faceva domanda che richiede scavo, rileggo questa frase bellissima e allo stesso tempo spigolosa come uno schiaffo.
La vita è un nastro rosa teso su un abisso.
Eccolo, il benvenuto silenzio mobile, in cui la mente guizza sulla sua transitorietà in cerca di immutabile sponda, e fa da contraltare a questa giornata paralizzata da troppe parole.
Siamo così fragili, tutti. Siamo nastri gettati su questa esistenza, che procedono guidati dai movimenti dell’aria, basculando pensieri, agitando desideri e proiezioni destinate comunque a sfracellarsi su un suolo che non si raggiunge mai ma che alita, minaccioso, soffiando sul vento delle nostre paure.
Miserabili, piccoli uomini, stiamo appesi alle nostre idee facendo della massa la resistenza da opporre a questo abisso.
Ma tanti piccoli fiocchi rosa scivolano comunque verso il loro destino. Che sia individuale o collettivo, il fiocco trema e oscilla davanti alla finitezza della sua condizione.
Uniti nei cortei, i piccoli fiocchi si illudono di essere "grandi", facendosi forza l’un l’altro.
Bene. Così sia. Ma quanta forza, invece, nel coraggio di accettare l’abisso di questa esistenza. Che contiene tutti quanti. Ogni corteo, ogni papa, ogni laico. Ogni idea e ogni giudizio.
Se penso al nastro rosa di Virginia, tutto il resto mi sembra così transitorio e ridicolo. E allo stesso tempo importante in quanto guado da attraversare.
E mentre avanza verso l’abisso, l’uomo può solo cercare sé stesso.
La forza di quelli di Bloomsbury stava in una ricerca di superamento del fiocco che però sbarrava l’accesso alle strutture mentali pantofolaie, cercando inconsapevolemente nel fuoco sacro della creazione un altro fuoco che solo l’anima, libera, può toccare senza bruciarsi.
E anche loro si sgretolarono sulla pelle di passero delle loro esistenze. Toccò a tutti. perlomeno, però, cercarono una voce fuori da coro.
Oggi, a Roma, ci sono invece troppi cori. E nessun solista.
QUEL CHE RESTA DEL GIORN-ALE
Il mondo sta cambiando molto in fretta, Chi è grande non sconfiggerà più chi è piccolo, ma chi è veloce batterà quelli che sono lenti
Rupert Murdoch
Dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà. Il mondo sta cambiando, e il giornalismo tradizionale è in crisi. Non basta fare i gadget (l’edicola è ormai un bazar dove trovi di tutto, dallo scialle al rossetto, dal libro al dvd): i quotidiani sono attaccati al respiratore e se si stacca quel respiratore (i gadget, appunto) si collassa imemdiatamente. Decresce la pubblicità sulla carta stampata a favore della migrazione su internet, diminuisce il numero dei redattori (tagli drastici in Europa e in America, negli ultimi anni), aumenta la free press.
Vittorio Sabadin ha scritto un libro prezioso, L’ultima copia del New York Times, in cui racconta i cambiamenti drastici che la stampa sta attraversando. E racconta le crisi, le resistenze.
Ma non si può fermare il cambiamento. Dunque è meglio adeguarsi.
Ho vissuto per quindici anni in mezzo alle riviste cartacee. Le ho costruite, insieme ad altri, numero su numero, timone su timone, pezzo su pezzo. Fino a pochissimi anni fa non riuscivo neanche a concepire l’idea che questo mezzo non fosse l’unica soluzione possibile per il giornalismo scritto. E invece oggi dirigo una rivista online, mi diverto a progettare inserti multimediali e soprattutto cerco di integrare gli aspetti tradizionali con quelli più moderni, attuali.
Ho dovuto vincere le mie resistenze. Ma l’ho fatto. E ho capito che la carta stampata non sarà il futuro del giornalismo. Non sarà l’unico futuro, almeno.
Certo, è bellissimo trovare conforto nella solidità della carta, nel suo odore, in quelle distese di parole che si possono toccare, sniffare, accartocciare. Eppure è anche necessario capire che il web potrà affiancargli un giornalismo efficace, magari diverso, sì, ma efficace.
Specie se i quotidiani tradizionali continueranno a chiudere gli occhi, a voler proseguire una linea di fatto già sconfitta.
Aprire il Corriere della Sera in metropolitana è come stendere un lenzuolo matrimoniale sul letto di una formica.
Gli articoli culturali di Repubblica a volte fanno svenire anche il più erudito dei lettori.
E poi la lontananza dalla gente. Tanta. Troppa. Mentre il giornalismo dovrebbe per sua natura essere vicino alle storie fatte di carne, di sangue, di sudore.
Invece continua a ossequiare i padroni, cioè i gruppi politici ed economici che influenzano le linee editoriali con le loro brave pressioni.
Ed ecco che nasce il citizen journalism, ecco che i blogger americani battono i giornalisti nel dare la notizia in tempo reale o nello scovare dettagli sconosciuti (spesso scomodi).
Ci eravamo innamorati, tutti, di tutti gli uomini del Presidente. Ma dobbiamo anche vedere cosa succede davvero, oggi. Dobbiamo vedere la debolezza delle redazioni, i bavagli e le parole schierate.
Forse internet non è il nemico ma è invece carburante per un risveglio, una reazione.
Di certo, così non si va avanti. Un po’ di pepe nel deretano certamente non guasta.
Non bastano, però, le letteronze di Maria Latella che risponde ai lettori nella sua mezza paginetta, quando poi le cronache locali romane sono infestate da settagli su Provincie, regioni, imprenditorie e costruzioni. E la gente? Che succede davvero in città, oltre alle solite, drammatiche notizie di cronaca nera?
Come respira la città? (O come soffoca, dati i livelli di inquinamento). Che si dice? Come si conciliano tutti i colori del mondo in una metropoli che continua a essere così provinciale?
Quanti articoli si potrebbero fare. Ma non vanno bene. Non fanno gli interessi dei politici e degli imprenditori. Quelli della gente, oggi, sono minoritari.
Il giornale è un luogo di potere i cui spazi sono contesi come jene con una carcassa.
Dio mio, e se la carcassa fosse proprio quella del giornalismo?
O meglio, di un certo tipo di giornalismo?
Perché comunque la voglia di raccontare, l’urgenza della notizia, la voglia di dire e di scrivere cosa succede non moriranno. Ma cambieranno forma, probabilmente. Questo sì. E per fortuna
IL DONO DELLE LACRIME
Mi ritrovai così, nella stanza, a inseguire la corsa folle di quel ricordo che si perdeva nelle giornate imprecise della mia infanzia. Stavo lì, rannicchiata sulla bambina che un tempo ero stata. Ma le mie mani non sfioravano le sue piccole mani. Rischiavo solo di schiacciarla sotto il mio peso mentre la stanza diventava una traiettoria che terminava sulla soglia di un dolore mai dimenticato. Ma qual era quel dolore? Non lo ricordavo eppure ne sentivo l’odore. Dolce. Un ricordo di talco e di avena, di pelle di bimbo profumata dagli angeli. «Che strano – pensai – come può una sofferenza trattenere un sapore dolce?». Eppure era proprio così. E all’improvviso capii. Capii che le sofferenze di un bimbo conservano sempre l’odore del cielo dal quale proviene. E’ questa la profanazione più grande, questa sofferenza che entrando nel tempio immacolato dell’infanzia la stupra, la rivolta, ne fa incubo e nebbia ma non riesce ad allontanare il ricordo del cielo. Si vive così sull’orlo di due mondi, cuciti intorno a parole che ancora non sappiamo dire, con la testolina all’insù a cercare quelle galassie in cui galleggiavamo. Anch’io avevo vissuto la mia infanzia così. I giorni prematuri di quel dolore non avevano neanche un anno di vita. Mia madre, il porto di ogni sicurezza, la radice delle necessità, si curvava posando le mani su quel ventre improvvisamente rigonfio di nuova vita mentre io mi disidratavo, assetata di lei, di quella fonte che all’improvviso versava l’acqua della preziosa attenzione sul nuovo seme depositato nel suo vaso di carne e di terra umida.
Sentii di nuovo quel dolore acuto, seppellito da anni di sgargianti impalcature mentali, di corazze intellettive a proteggere quell’antico dolore.
E invece era lì, intatto. Fragile come un uccellino caduto dal nido. In tutti quegli anni non ero mai riuscita a scaldarlo fra le mie mani, a rimetterlo nel nido dal quale era stato gettato. Madre albero di vita e di morte. I giorni dell’assenza erano i giorni dell’attesa di un nuovo figlio imprevisto, erano i giorni delle angosce per un marito latitante che si consumava fra il bar e le donne. E io stavo lì, piccolo uccellino tremante, caduta per sempre da nido.
Quel dolore antico tornava squarciando l’illusione del tempo, gettandomi trent’anni indietro. La tenda si era ormai sollevata, le lacrime premevano sulla superficie. Mi sorprese la diversità di quel pianto che sembrava arrivare dal primo giorno del tempo, del mio tempo, per radicarsi nelle viscere, nel cuore, nella testa. Nella pelle, sotto la pelle. Oltre la pelle. Piangevo tutto il mio dolore di bambina muta finalmente libera di gridare. Piangevo così forte che temevo mi si spezzassero le ossa, frantumando l’unico appiglio stabile con la materia nel bel mezzo di quella tempesta senza tempo, fatta di una storia emotiva, di una storia che fu prima ancora che le parole fossero.
(Aurora Semente – Dove tace il tempo)
Ci sono diversi tipi di pianto. C’è il pianto isterico, nevrotico, fatto di tumulti e scossoni. C’è il pianto stizzito, legato a un problema che si fa nodo da sciogliere, da lavare via con le lacrime. C’è il pianto in punta di ciglia, che accompagna emozioni che non abbiamo il coraggio di trascinare fuori. E poi c’è il pianto terribile che tutti dobbiamo sperimentare, quello del lutto. E c’è il pianto amoroso dell’amante tradito, pianto febbricitante, arso, privo di attesa e di speranza.
Ci sono tante lacrime, e tanti pianti. Ma c’è un pianto particolare, antico, che irrompe improvviso e spezza i confini, lapidando ogni resistenza possibile. In quel pianto – che accade raramente e che per questo diventa momento prezioso, reliquia di un contatto particolare da conservare con amore nella memoria – il nostro Sè preme sui confini dell’Io appiccando l’incendio delle lacrime. Incendio doloso. Incendio doloroso. Incendio necessario.
Queste lacrime sono più copiose delle altre perchè hanno bussato a lungo sulla prota della coscienza. Nascono dalla profondità del ventre e a lei ritornano, come fa l’acqua tra la terra e il cielo. Ma in mezzo si innalza l’arcobaleno di una speranza. Perché non c’è conoscenza senza dolore. Mai.
I GIORNI DEL FERRO
Il padre non sarà simile ai figli, nè a lui i figli; nè l’ospite all’ospite nè il compagno al compagno nè il fratello sarà caro così come prima lo era. Non verranno onorati i genitori appena invecchiati che saranno, al contrario, rimproverati con dure parole.
Sciagurati! chè degli dèi non hanno timore. Questa stirpe non vorrà ricambiare gli alimenti ai vecchi genitori; il diritto per loro sarà nella forza ed essi si distruggeranno a vicenda le città. Non onoreranno più il giusto, l’uomo leale e neppure il buono, ma daranno maggior onore all’apportatore di male e al violento; la giustizia risiederà nella forza delle mani; non vi sarà più pudore: il malvagio, con perfidi detti, danneggerà l’uomo migliore e v’aggiungerà il giuramento.
(Esiodo, Le opere e i giorni)
Be’, la descrizione di Esiodo è straordinariamente moderna. L’età del ferro, che continua anche ai giorni nostri (quella che gli indiani chiamano kaliyuga) corrisponde esattamente a queste parole. Inquietante, no? All’età dell’oro, governata da Saturno, sarebbe infatti succeduta l’età del ferro, che sarebbe durata molto tempo infliggendo molti dolori alla stirpe dei figli di Zeus. Un’era di conflitti, guerre, malvagità. Quando ho letto Esiodo, sono rimasta ammutolita mentre sul bianco e nero delle parole stampate si innalzavano, e vivevano di vita propria, le immagini colorate dei nostri tempi moderni. A quel tempo, nella civilissima Grecia, radice della nostra civiltà, era impensabile l’ipotesi di non rispettare gli anziani, e tantomeno i genitori. Un brivido, quel giorno, davanti a questa lettura, mi ha percorso la schiena.
Profetico Esiodo, che scriveva dell’era che avrebbe recato con sè molte sciagure.
A volte rileggere gli antichi fa bene. Perché si comprende meglio il presente.
A dire il vero, il presente non può essere compreso in modo compiuto se non si guarda indietro, se non si cercano le origini dei nostri pensieri, le albe della nostra storia.
Oggi, purtroppo, narcotizzati dal progresso a tutti costi, sedotti dalle lusinghe di un tempo capace di procrastinare la vecchiaia e la morte, incantati dalle Sirene del benessere materiale, tendiamo ad archiviare quel mondo antico così remoto, faticoso, pieno – pensiamo – di superstizioni e barbarie.
Lo rinchiudiamo nelle nostre polverose cantine, immemori dei suoi tesori.
Non c’è nulla, oggi, che non sia già stato detto. O scritto.
Comprenderemo appieno la modernità solo se avremo il coraggio di guardare indietro (e cos’è "indietro", poi? e se fosse solo un inganno di un tempo birichino, che finge di procedere in linea retta mentre in realtà forma tanti cerchi concentrici?).
Un’anima sensibile non può non stupirsi davanti al pensiero moderno dei greci.
Ci fa capire quanto, in realtà, siamo…antichi. Ma non lo sappiamo. Non vogliamo saperlo. Non più.
Esiodo è uno dei "padri" a cui devo molto. Mi ha raccontato di queste età, con i loro simboli e miti.
E se guardo oggi, se guardo intorno a me, vedo con nitore i giorni del ferro che ha raccontato.
Li vedo in ogni guerra santa. E in ogni guerra meno santa.
Li vedo in ogni Tommaso ucciso. In ogni Vanessa che si accascia in metropolitana.
In ogni incesto che si consuma nelle pareti di casa. In ogni anziano abbandonato a sé stesso.
In ogni figlio che ammazza il padre per una manciata di soldi. In ogni uomo che massacra il vicino di casa perché la sua televisione fa troppo rumore.
In ogni politico che costruisce il suo feudo. In ogni concorso truccato per far vincere i figli dei professori universitari.
In ogni litigio di condominio.
Li vedo in tutte le indifferenze con cui ogni giorno accogliamo la disperazione degli altri.
Negli sguardi traboccanti odio e timore verso gli sconosciuti. Nel disprezzo per gli stranieri.
Nel menefreghismo che circonda ogni atto del vivere sociale.
Nei malati maltrattati in un letto d’ospedale. Nelle infermiere che lasciano marcire le piaghe da decubito di vecchie troppo faticose da alzare.
In chi muore per una pinza dimenticata nell’intestino durante un’operazione.
Li vedo negli aborti facili. Nei bambini venduti, usati e gettati.
Nelle migliaia di poveri ammassati in ogni angolo del mondo.
Li vedo nell’uomo che gareggia a chi mangia di più mentre qualche ragazzino rovista la spazzatura in cerco di avanzi.
Nella carità che non c’è. E in ogni egoismo che prospera invece in abbondanza.
In ogni sopruso quotidiano. In ogni morto ammazzato senza ragione. Perché se per morire non c’è mai una ragione, andarsene "per caso", per una pallottola destinata a un camorrista, trova ancora meno ragioni.
In ogni mafia, in ogni camorra. In ogni terrorismo, di qualunque bandiera e colore.
Nella Terra morente. Nelle nubi di gas che oscurano il sole. Nelle stelle che non si vedono più.
Nei ghiacci che si sciolgono. Nella mano dell’uomo che non è più ospite ma padrone.
Nella pena di morte. Nella lapidazione di una donna che ha peccato, perché ha amato.
Li vedo, questi giorni del ferro. Li vivo. Li soffro, come tutti. Sono giorni così tisici, così malati. Privi di umanità.
Scomparsa l’etica, tramontato il valore, a noi che resta?
Resta il sogno del ritorno di quell’oro antico in cui il cuore batteva all’unisono l’universo.
Chissà che, facendo veramente silenzio, non si riesca ancora ad ascoltare quel perduto battito.
Un sogno, quello dell’oro. Ma serve a rendere il ferro più sopportabile.
In fondo, senza speranza non ha neanche radice la vita.
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