MOMENTI D’ANIMA
Tiziano Terzani
Invece la prima notte in quel villaggio in India – cullato dal mormorio delle voci, gli occhi pieni di stelle – quando il padre di un altro uomo mi posò una ruvida e callosa mano da contadino su una spalla, compresi ciò che avevo fatto e ciò che ero diventato, fui consapevole della pena e dello spreco, lo stupido, imperdonabile spreco della mia vita. Mi si spezzò il cuore per la vergogna e il dolore. Seppi quanta sofferenza era in me e quanto poco amore. Alla fine seppi quanto ero solo.
Ma non potevo reagiore. La mia cultura mi aveva insegnato bene le cose sbagliate. Perciò rimasi immobile, senza la minima reazione. Ma l’anima non ha cultura, non ha nazione. L’anima non ha colore, accento, stile di vita. L’anima è per sempre. L’anima è una. E quando il cuore prova un momento di verità e dolore, l’anima non sa restare immobile.
Strinsi i denti sotto le stelle. Chiusi gli occhi. Mi abbandonai al sonno. Uno dei motivi per cui abbiamo un terrIbile bisogno d’amore, e lo cerchiamo disperatamente, è perché l’amore è l’unica cura per la solituduine, la vergogna e la sofferenza, Ma alcuni sentimenti si nascondono così profondamente nel cuore che solo la solitudine può aiutarti a ritrovarli. Alcune verità sono così dolorose che solo la vergogna può aiutarti a sopportarle. E alcune circostanze sono così tristi che solo la tua anima può riuscire a urlare di dolore.
(Gregory David Roberts, Shantaram)
Shantaram è la storia di un cambiamento, di un’urgenza dell’anima che dopo una vita di fuga trova senso e riconciliazione nell’umanità dolente, misteriosa e ricca di contraddizioni di un’India avara di regali a chi non sia disposto "a lasciarsi vincere" per penetrarne i segreti.
Non è l’India dei turisti, dunque.
Quegli stessi turisti criticati da Terzani, un altro grande viaggiatore nei mutamenti, uno spostatore di confini, sempre alla ricerca di quel luogo profondo in cui l’essere ritrova la sua identità: "Perchè in Asia, quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto, scattate da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che i nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza"?
A proposito di Terzani, trasformato suo malgrado in un’icona dalla quale sarebbe volentieri sceso, se la stessa riflessione sulle foto che corrompono "l’anima" delle chiese fosse stata fatta magari da un altro, la parte laica della società avrebbe gridato allo scandalo.
Non vado in chiesa, non sono cattolica (semmai mi affascina il protocristianesimo), però non riesco a non pensare che in quel caso si sarebbero infiammate le proteste di chi avrebbe reagito additando il malcapitato come un nocivo conservatore, un reazionario, un nemico del progresso.
Un piccolo, amletico pensierino in calce a un post "buono" ma non "buonista".
LETTERA A UN BAMBINO NATO
Sto male, sai?
Sto male da quando ho saputo.
Ti hanno ammazzato. E adesso stanno lì, a dire che si trattava di “aborto terapeutico”, a sdoganarsi l’anima e salvare il deretano.
Intanto un aborto non è mai “terapeutico”. Terapeutico per chi? Per cosa? Andiamo, ma fatemi il piacere. Al Careggi non hanno di meglio da dire?
Avevi venti settimane. Cinque mesi. C’erano già le manine, i piedini, la testa.
Ti dondolavi felice, cullato da quel mare di vita in cui galleggiava il tepore del ventre che ti custodiva.
E invece all’improvviso ti hanno strappato via, hanno aperto il tuo nido e come predatori si sono avventati su di te, povero uccellino innocente precipitato dall’albero della vita.
Ma tu non volevi morire. E per sei giorni sei stato in agonia, mentre la tua mamma, distrutta, scopriva che la malformazione che i medici ti avevano diagnosticato non esisteva.
Già. Eri sano. Eri un bambino sano. Ma due ecografie ti avevano condannato a morte. La tua mamma e il tuo papà si erano convinti che non avresti potuto vivere dopo le informazioni terribili che avevano ricevuto. Informazioni sbagliate.
Sei stato per giorni appeso al filo di una vita che hai appena mozzicato, attaccandotici stretto stretto, con quei dentini che ancora non avevi, con quelle braccia ancora troppo fragili, interrotte nella loro crescita da una sentenza sbagliata.
Invece del seno di tua madre hai trovato tante mani estranee che ti hanno frugato, infilato nell’incubatrice, attaccato ai tubi. Se avessi potuto parlare, oh sì, se avessi potuto parlare avresti potuto dire a quegli stronzi cosa pensavi.
Cosa pensavi? Cosa sentivi? Ti immagino lì, nudo, condannato a morire. Come quelle aragoste che si muovono fra il ghiaccio delle vetrine-frigorifero, quelle che stanno all’ingresso dei ristoranti, esposte al viavai dei clienti. C’era tanto traffico, immagino, intorno a te.
Sperano di farcela, le aragoste, ma sono già morte, andate. E in qualche modo ho sempre pensato che loro lo sanno. Ho sempre pensato che esiste qualcosa, nelle creature viventi (e intendo ogni creatura, anche un animale), che sfugge ai nostri studi e alle nostre supposizioni. Sì, chiamala pure l’anima.
E la tua anima? Deve avere sofferto per la mancanza di quell’amore che tua mamma non ha potuto darti perché i medici le avevano detto che eri “da buttare”.
Sai, è strano, oggi parliamo di progresso, di civiltà. Lodiamo la nostra evoluzione che ha scongiurato la violenza dei tempi antichi, così grezzi, cruenti. Ci scandalizziamo perché a Sparta si buttavano giù i bambini da una rupe.
E adesso? Adesso possiamo intervenire prima, grazie alle nostre tecnologie. Se i bimbi sono difettosi lo sappiamo da subito. Non c’ è mica bisogno di buttarli giù da una rupe.
Possiamo farli ruzzolare giù dal ventre della madre prima ancora che nascano. Bella civiltà, bella sorte “magnifica e progressiva”.
Sai una cosa? Mi fa schifo. Tutto questo mi fa schifo. Mi annichilisce.
Chissà, forse sei stato fortunato…Perché questo mondo, così, non è bello per niente. Ma quando si ammazza un bambino dicendo che si tratta di “aborto terapeutico” mi viene voglia di urlare, di vomitare. Supero quel limite di tolleranza che mi porto dietro ogni giorno.
Forse sei stato fortunato. Non vedrai un mondo in cui i medici si sono sostituiti a Dio. Non vedrai la società dei perfetti che spinge le ragazze all’anoressia, che si accanisce "terapeuticamente" su vecchietti che devono per forza essere strappati alla morte (perché non si deve invecchiare e morire, nella nostra progredita, bella, amata, moderna civiltà). Non vedrai, beato te, le mamme e i papà scegliere i loro figli su un catalogo, non li vedrai decidere il colore dei capelli e degli occhi, l’altezza, il quoziente di intelligenza…
Sì, perché fra qualche anno ognuno potrà finalmente avere il suo “bambino perfetto”, confezionato su misura, come una camicia.
Be’, ti racconto una cosa.
Una mia amica, che ha un figlio con la sindrome di Down, una sera d’estate, con le lacrime agli occhi, mi ha detto che il suo bambino era un messaggero del Cielo, che le faceva vedere cose che altrimenti non avrebbe mai visto.
Ecco, mi viene da piangere. Di nuovo. Come ieri sera, quando ho saputo della tua morte, quando i medici invece di vergognarsi si sono giustificati.
Certo che gli hai fatto un bello scherzetto. Bravo. Sei diventato un aborto vivente. Se fossi morto, sarebbe stato tutto più semplice. Magari non si sarebbero neanche accorti che eri sanissimo, ti avrebbero estratto, infilato distrattamente in un barattolino pieno di liquido puzzolente che avrebbe coperto il tuo odore di cielo. E invece il tuo odore di cielo si è sentito per bene, si è diffuso nelle stanze degli ospedali, ha varcato la porta del Careggi e si è spinto più in là, e poi più in là ancora. È arrivato perfino a me.
Non morivi come previsto. E questo ha complicato le cose. E te ne stavi lì, abbastanza formato per respirare, lottare e soffrire. Ma non abbastanza per farcela.
La tua mamma sta malissimo, lo sai. Non so se la sua ferita si cucirà mai. Lo strappo è troppo forte. Si sente in colpa. Ma, vedi, lei ha scelto in base alle pressioni dei medici, pensando di evitarti una vita di sofferenza. Poteva anche decidere di portare avanti la gravidanza, salvandoti.
E questa scelta mancata sarà la croce che ogni giorno innalzerà sul suo Golgotha. E lì, con le mani e i piedi infilzati dai chiodi, il costato trafitto dalla lancia della memoria, cercherà di non pensare più per sopravvivere.
In fondo lei ha contribuito al tuo omicidio. Non ha fermato quei sacerdoti in camice bianco che decidevano della tua morte. Ma ti voleva bene, la tua mamma. E avrà bisogno di un pezzettino di cielo, da lassù, per trovare la forza di andare avanti. Ti ha visto passare dalla sua culla al tavolo dell’ospedale. Mezzo vivo. Mezzo morto. Una creatura mostruosa che ricordava a tutti che non si può decidere con tanta disinvoltura del destino degli innocenti.
Non ce l’ho con lei (si odia già tanto da sola, è stata complice del tuo omicidio) ma forse bisognava insistere di più, sentire altri pareri…Certo, è difficile esprimere giudizi: oggi siamo tutti convinti che i medici siano dei “sapienti” perché ci hanno convinto che sono loro a conoscere il mistero della vita e della morte.
Malgrado gli episodi orrendi che ogni giorno accadono negli ospedali, continuiamo a credere che abbiano in mano “la verità”. La nostra cultura moderna ci ha convinto di questo.
Così la tua mamma, forse, si è fidata troppo. Lo pagherà per tutta la vita. Sai che se penso a lei mi viene la pelle d’oca?
Ma non riesco a non pensare a te, prima di tutto.
Perché sei un bambino nato. Un bambino che ci ha fatto un grande regalo. Ci ha ricordato la nostra infinita miseria. Ci ha sbattuto in faccia la fallibilità. La presunzione.
Sai, piccolino, quaggiù le cose si mettono sempre peggio. Davvero, non lo dico per consolarti, ma ti è stato risparmiato un futuro che noi purtroppo vedremo. Il mondo va a rotoli e lasciamo fare. Si inseguono sogni stupidi, patinati, luccicanti come una Porsche appena comprata. Ma la sai una cosa? Avevi il diritto di vederlo, questo schifo di mondo.
Perché accanto c’è anche tanta bellezza.
Ci sono i prati e i tramonti e i mari. C’è il vento sui capelli. Il gattino che ti si accuccia accanto. Una carezza imprevista. La mamma che ti tira su la coperta la sera. La gioia di imparare e cascare, e cascare e imparare. La tazza di caffè con un’amica. Le lacrime per i perduti amori. E la ricerca di un senso. Vivere è difficile ma è tanto bello. E te lo hanno negato.
Per questo non volevi morire, vero? Perché anche se ci sono le guerre, la fame e le malattie non volevi rinunciare al colore dell’acqua d’estate, verso le otto, nel momento magico in cui la luna e il sole si salutano per fare il cambio di guardia davanti ai cancelli del cielo.
Quel cielo che ti trafigge perché all’improvviso è uguale al mare, è tessuto di un azzurro così trasparente che non puoi neanche più nominarlo perché è un non colore che trattiene tutte le tavolozze del mondo (deve essere così, il colore del Paradiso). Non lo vedrai, quel meraviglioso passaggio dal giorno alla sera.
Il tuo crepuscolo è stato diverso, pieno di angoscia e dolore. Però, te lo dico ancora una volta, il tuo scherzetto ci ha messo in ginocchio. Spero lo farà anche con quelle persone che pensano di stabilire i confini tra malattia e sanità, tra feto e bambino, tra vita e morte.
Il tuo destino di scricciolo condannato non passerà liscio nelle nostre coscienze.
Mi dispiace solo che a volte abbiamo bisogno di lezioni tremende per imparare.
La tua vita evanescente, sfumata, in realtà pesa come un macigno.
Ciao, scricciolo. Abbi misericordia di noi.
Francesca
CAVALIERE, REGINA, RE
Pensavo sempre, in quei giorni, alla morte di Artù.
Perché Artù non era un re qualunque, era il Re. E io avevo avuto la fortuna di incontrarlo. Era saggio, era profondo. Era meravigliosamente idealista, sempre alla ricerca di un cuore grande che accogliesse i piccoli cuoricini sballottati da una vita così tragica e meravigliosa.
Eppure a un certo punto il mio cuore iniziò a palpitare per un giovane Lancillotto. Come accadde a lei, a Ginevra.
E come lei vissi la sospensione eterna dell’attimo funesto che coagula i nostri destini restituendoli nella scacchiera modificati per sempre.
In quella scacchiera c’erano un Re, una Regina, un Cavaliere.
Il Re non morì ma visse sulla pelle il mio tradimento. Il nostro tradimento. Fatto di respiri furtivi appesi al desiderio, di soste prolungate sotto la porta di casa, come due adolescenti imbarazzati, colpevoli.
Non c’è tradimento più ardente dell’amore consumato nell’immaginazione, nelle notti febbrili in cui l’anima si confonde, si lacera, senza mai toccare con la sua carne la realtà anelata, senza mai conoscere con l’esperienza.
Solo qualche bacio in un oceano di attese.
Eppure il mio Artù accettò, e capì. Mi aspettò finché le turbolenze non depositarono nuove gocce di rugiada fresca nel prato dissetato della mia mente.
Lancillotto bruciava di vita, di rivoluzioni e di battaglie. Era vulcano, sì. Ma nel mio Artù ardeva la brace, quella stessa brace che un giorno futuro, a fuoco consumato, non avrei forse trovato più nel mio giovane cavaliere.
Quando Lancillotto partì (e non se ne andò in groppa a un cavallo bianco ma su una nave diretta a Sud) non ero ancora sicura di aver aiutato la mano del destino a compiere la mossa giusta. Temevo di rimpiangere il mio perduto amore.
Poi è passato, trascorso come tutte le cose che somigliano sempre alle onde. Affiorano, luccicano ai raggi del sole e poi scompaiono lasciando solo una scia lieve le cui bolle scompaiono in un soffio di secondi.
Ma di quel perduto amore, oggi, conservo ancora un profumo di rosa selvaggia.
Però Artù è ancora accanto a me. E continua a odorare di ambra e di stelle.
(Aurora Semente – Dove tace il tempo)
Ma perché "un amore solo non basta a scaldare il cuore", come scrive Amado in Dona Flor e i suoi due mariti?
Una donna e i suoi amori possibili. Un uomo davanti all’incanto di un bivio (come Ercole nei Tarocchi).
Ginevra ama il suo Re ma allo stesso tempo è travolta dal giovane amante con il quale rischierà addirittura l’intero regno di Camelot.
Due amori diversi ma allo stesso tempo sinceri, reali. L’uno frutto dei sensi, l’altro senso profondo dovuto alla lealtà, al rispetto, all’etica che meraviglia le cose che sfiora.
Ginevra alla fine resterà sola, vivrà in un convento. Non è stata capace di assopire il suo desiderio perché la sua "singolar tenzone", in cui è impegnata contro sé stessa, non può resistere davanti al cavallo della passione. E così l’amore tracima, mentre la fiamma del tradimento appicca l’incendio.
Cavaliere, Regina e Re.
Chissà, forse è vero, forse un solo amore non basta a scaldare il cuore…
SIAMO RAGAZZI DI OGGI
American History X – Edward Norton
“Siamo ragazzi di oggi”, cantava il rinunciabile Eros Ramazzotti una manciata di anni fa, in tempi ancora poco sospetti, a dire il vero, rispetto ai disastri degli ultimi anni.
Se i ragazzi del Sessantotto volevano scardinare un sistema obsoleto, parruccone, quelli del Duemilasette se la pigliano invece con chiunque metta in dubbio la supremazia di un anarchico fare e disfare.
Sabato 3 marzo: un preside viene picchiato dai parenti di un ragazzo perché deve consengnare una brutta pagella, dopo aver ricevuto – per tutta la settimana – minacce dai genitori per la sua decisione di vietare ai ragazzi l’uso del cellulare in aula (e solo in aula).
E ancora, nella stessa giornata, una ragazzina è pestata a calci e pugni dalle sue compagne di scuola per motivi banali (alla faccia delle gaie “fanciulle in fiore” di proustiana memoria).
Questo il felice bollettino di ieri, tanto per dirne una. Ma ogni giorno segnala ormai un episodio di ordinaria violenza.
Sono cronache dal fronte, diari quotidiani di una guerriglia scolastica che assume dimensioni mostruose in un “tutti contro tutti” selvaggio, spietato, documentato su YouTube attraverso riprese terrificanti.
La scuola è diventata un Fight Club in cui l’esercizio dei muscoli sostituisce quello del cervello. E, peggio ancora, non viene riconosciuta alcuna gerarchia in un sistema che ha più a che fare con una giungla che con le aule scolastiche. Rovesciare la “dittatura” di presidi e insegnanti (quelli del Sessantotto) è solo servita, temiamo, a stabilire una nuova dittatura, quella dei ragazzi. Del resto, basta “tutto cambiare per nulla cambiare”, come dice il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
E così eccoli qua, i nuovi “poteri” della nostra istruzione. Sono loro, i pischelli tutti ciccia e brufoli che adesso girano armati di cellulari, diventati arma di offesa destinata a tutti, insegnanti e compagni.
Le riprese sparano nei videofonini – indifferentemente – compagni handicappati messi all’angolo e malmenati, professoresse spiate nel tanga che sguscia fuori dal pantalone, risse in classe e violenze carnali.
Tramontato lo spauracchio di adulti cattivi come i personaggi di David Copperfield, il “fai da te” della nostra d-istruzione scolastica ha creato un nuovo genere di mostri, quello degli “adulti-bambini” cresciuti a pane e zaccherate di sangue.
I figli del Sessantotto sono stati viziati dai genitori che dopo il furore della loro guerra hanno infilato i sogni nelle pantofole e i soldi nelle tasche della loro prole. I figli e i nipoti di quei figli, oggi, sono ancora più viziati, vigliacchetti, superficiali.
Non stiamo mettendo alla gogna una intera generazione. Non vogliamo generalizzare perché, perdio, ci sono ancora anche i ragazzini che attaccano i lucchetti a Ponte Milvio invece che agitare le catene allo stadio. Ragazzini imbevuti di un senso del rispetto piuttosto retrò praticato però a dispetto della maggioranza, ragazzini che cercano di studiare riconoscendo nell’insegnante non un “pari” ma un “diverso” dotato di una funzione e una gerarchia istruttiva, in quel momento, con buona pace del fallimento di quei “padri amici” che, dopo una vita di pacche sulla spalla, all’improvviso scoprono che il figlio ha stuprato la vicina o ha frantumato di manganellate un ispettore allo stadio.
Ma il segno dei tempi moderni non è questo, purtroppo.
In American History X, film bellissimo, straziante, un giovane neonazista americano (interpretato dal bravo Edward Norton) dopo aver scontato la galera per l’omicidio di un nero, tornando a casa, cambiato, scopre che il fratellino minore lo sta lentamente imitando innestandosi suo malgrado nella spirale di violenza che lo porterà a finire i suoi giorni brevissimi in una pozza di sangue, ammazzato da un compagno di scuola.
Troppo tardi. La speranza si è spenta nei giovani occhi che si sono chiusi per sempre.
Un film, questo, che fa male allo stomaco. Perché è vero, perché è una storia americana X, una storia qualunque, di ordinaria follia. Che può capitare a tutti in un mondo rovesciato dalla violenza dei giovani.
Non siamo a Los Angeles, qui. Non abbiamo le bande che si fronteggiano in mezzo alle strade. Ma abbiamo anche noi i nostri inferni, questo è certo.
Le marachelle di Tom Saywer, affascinanti, legittime, sono oggi ridotte a un acquerello romantico, uno svago futile, pieno di innocente candore, che poco rispecchia i ragazzini di oggi, veri delinquenti organizzati.
E ci si chiede se l’assenza di gerarchia e disciplina sia stata la soluzione migliore. Tra l’olio di ricino e il menefreghismo sui banchi passa anche la via di mezzo, quella di un’autorità (oggi mancante) capace di coniugare rispetto e rigore, gentilezza e fermezza.
Il vivere civile non può tollerare un vandalismo imbecille. Deve essere soccorso da tutti, non solo dagli addetti ai lavori, attraverso una seria interrogazione sui destini futuri di nuove generazioni svezzate dal “tutto è permesso”. Perché saranno quelle creature, domani, a guidare un paese, a deciderne le sorti interne e mondiali.
Non possiamo fare come Rossella O’Hara. Non possiamo dire “domani è un altro giorno”. Domani è adesso. E coi nostri ragazzi stiamo messi male. Male davvero.
APPARIZIONI TELEVISIVE
La fame di televisione funesta il mondo contemporaneo.
Tutti che si agitano, sgomitano, di dimenano pur di una comparsata in tv.
In fondo, il ragazzotto sfigato con l’aria da segaiolo cronico, quello che fino a poco tempo fa compariva puntualmente dietro ogni intervistato nei servizi televisivi(fosse Rai o Canale 5 poco importava…"ndo cojo cojo", si dice nell’aulica Roma) facendo penare cameramen e giornalisti (a proposito, ma dove è finito?) rappresentava l’ansia da comparsa, il tarlo del video, lo sfogo purulento dello "sto-in- tv ergo sum".
Basta guardare le facce impostate della gente ogni volta che in strada passa una troupe…
"Guarda, c’è la televisione".
Nella cultura dell’apparire, l’esposizione mediatica diventa una febbre senza vaccino. Peccato. Già, peccato. Perché vedi la gente che si rimbambisce, che va a fare figure devastanti pur di vivere il brivido di una ripresa (come i poveri coglioni che, rifiutati dal Grande Fratello, vengono riciclati in tv nell’apposita trasmissione che mostra la feccia di tutti i provini).
E non ne possiamo più, noi, di pupe e secchioni, di dilettanti allo sbaraglio, di case e casini…
Prego, sorridi, sei in Televisione.
Minchia, ma allora "sono famoso".
E che farai, quando l’obiettivo si sarà spostato?
Mi sposto anche io e lo seguo, altrimenti scompaio.
E che sarà mai un’apparizione in tv?
Manco si trattasse della Madonna…
A proposito, ma lei avrà scelto per caso, nel farsi vedere "in pubblico", il suo profilo migliore?
NOVELLA DEGLI SCACCHI
Le ho già accennato che a mio avviso è già di per sé un nonsenso voler giocare a scacchi contro se stesso; ma perfino quest’assurdità avrebbe pur sempre una minima possibilità con una vera scacchiera davanti agli occhi, perché la scacchiera con la sua concretezza permette in fondo una certa distanza, un’estrinsecazione materiale. Davanti a una vera scacchiera con veri pezzi si possono intercalare pause di riflessione, si può sedere in modo puramente fisico ora da una parte, ora dall’altra del tavolo e in tal modo considerare la situazione ora dal punto di vista del nero, ora da quello del bianco.
Ma essendo costretto, com’ero io, a proiettare queste battaglie contro me stesso o, se vuole, con me stesso in uno spazio immaginario, dovevo per forza ritenere chiaramente nella mia coscienza la situazione esistente di volta in volta sulle sessantaquattro case, e calcolare inoltre non solo la situazione del momento, ma anche le possibili mosse ulteriori dei due partners, e quindi – so come suona assurdo tutto ciò – immaginarmi sempre quattro o cinque mosse in anticipo per ognuno dei due miei Io, il bianco e il nero, moltiplicate per due, per tre, no, per sei, per otto, per dodici.
Dovevo – mi perdoni se le chiedo di soffermarsi su questa follia – giocando nello spazio astratto della fantasia, calcolare in anticipo come giocatore bianco quattro o cinque mosse e altrettante come giocatore nero, per combinare in anticipo tuttel e situazioni che potevano svilupparsi, in certo modo con due cervelli, col cervello bianco e col cervello nero (…). Ma dal momento in cui iniziai a giocare contro me stesso, cominciai senza volerlo a provocarmi. Ognuno dei miei due Io, l’Io nero e l’Io bianco, dovevano gareggiare fra loro e ognuno per proprio conto caddero in preda a un’ambizione, un’impazienza di vincere, di avere la meglio; come Io nero tremavo a ogni mossa, nell’incertezza di ciò che avrebbe fatto l’Io bianco. Ognuno dei miei due Io trionfava se l’altro commetteva un errore, e al tempo stesso si amareggiava per la propria incapacità.
(Stefan Zweig, Novella degli scacchi)
Novella degli scacchi è un libro che turba. Stefan Zweig scrisse questa novella pochi mesi prima di suicidarsi, nel 1941.
Gli scacchi furono la metafora sulla quale appoggiò il suo senso di sfacelo, di abbandono, di progressivo imbarbarimento di un’Europa assediata dalle ombre naziste.
Il dottor B. si ritrova in prigione e dal cappotto di uno degli uomini della Gestapo, suoi carcerieri, sfila un manuale di scacchi.
Impara così a giocare contro sé stesso, scivolando in una progressiva follia.
Poi, a bordo di una nave, anni dopo, si imbatte in Czentovic, campione rozzo ma "tecnicista", accumulo di nozioni che determinano strategie vincenti.
Nella drammatica partita giocata dal dottor B. contro Czentovic si addensa la tragedia dell’uomo del Novecento, alle prese con il declino di una mente speculare (che scava la superficie fino al rischio di scindersi) a favore dell’alba di un uomo meccanico, privo di anima eppure vincente. Dunque un mondo non più spirituale ma votato al denaro, lo stesso denaro che Czentovic si fa dare per giocare ogni partita.
Un uomo senza qualità, Czentovic. Come quello di Musil.
Certo, Zweig fa parte di quella classe intellettuale colta, raffinata, spiritualmente legata alla vita e alla patria, che deve fare i conti con l’avanzare di un’epoca fosca in cui subìsce l’arrembaggio di un’umanità spicciola, sempre alla riconcorsa dei soldi.
Attualissimo. Terribilmente attuale.
Ma non c’è solo questo, nel libro.
L’uomo che gioca a scacchi contro sé stesso è in fondo la storia di tutti noi, costretti a trascinarci dietro l’Io bianco e l’Io nero finché vivremo. Per qualcuno questa partita sviluppa tinte meno dolorose, conducendo a risvolti meno radicali. Altri invece toccano l’estremo della ragione. Alcuni lo superano, sconfinando nelle terre del Tartaro, là dove l’ombra si inghiotte la luce, là dove bisogna camminare spediti, una volta scesi, senza voltarsi indietro, come fa la povera Lotte.
Alcuni di noi patteggiano con l’avversario allo scopo di far vincere il "bianco" o il "nero", trovando compromessi adeguati per condurre una vita sana, al riparo dai movimenti tellurici grazie alla proiezione esterna – e rassicurante – di quello che Zweig chiama l’altro Io. L’Io nero proietta fuori quello bianco (e allora tutto il mondo si fa santo, beato, attraversato da un candore indenne dalla macchia) oppure, al contrario – e più spesso e volentieri – l’Io bianco mette alla porta l’Io nero gettandolo nel mondo esterno (sul quale ricade l’ombra esiliata).
Giocare a scacchi contro noi stessi, con la consapevolezza di farlo, ci spinge sull’orlo della visione di un processo vitale in cui ci costringiamo al conflitto come necessità stessa dell’esistenza. A volte si tocca un’inconciliabilità tra gli opposti che urta l’essere alle radici. Lo fa avventurare nello spazio folle in cui la ragione si arrende. Quello spazio pervaso da un dolore cosmico in cui la sensibilità si fa campo minato, tragica sospensione della speranza.
Zweig si uccise, alla fine. Forse non riuscì a sopportare oltre la tensione della sua partita.
Ma ebbe il coraggio di giocarla senza chiudere gli occhi. Almeno finché gli fu possibile farlo.
P.S. Approfittiamo di questo spazio per segnalare il nuovo numero della rivista online Silmarillon (www.silmarillon.it). Un grazie anche ai blogger che hanno contribuito con i loro articoli e recensioni.
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