CHIARORE DI LUNA
La luna delle notti non è la Luna
che il primo Adamo vide. I lunghi secoli
dell’umano vegliare l’han colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.
(Jeorge Luis Borges)
I versi di Borges rendono omaggio alla luna, l’astro notturno che ha sempre fatto innamorare scrittori, poeti, pittori. E come potrebbe essere diversamente?
Eccola, ogni notte si innalza per l’appuntamento.
Se il pastore errante di Leopardi rivolge a lei le sue interrogazioni sul destino dell’uomo, Shakespeare ci avvisa del suo umore mutevole: "Oh, non giurar per la la luna, l’incostante luna, che si trasforma ogni mese nella sua sfera, per tema che anche l’amor tuo non si dimostri al par di lei mutevole", dice Giulietta al suo Romeo. Sì, le sue quattro fasi ci ricordano il nostro radicamento nel mondo delle mutazioni, nel divenire terreno che traccia il percorso dei nostri giorni.
La luna è rapimento, seduzione, e allo stesso tempo inganno, sentiero notturno in cui il viaggiatore incauto rischia di smarrire l’orientamento.
Poco importa. Orlando impazzito è salito fin lassù per ri-trovare sè stesso.
Chi studia i simboli delle antiche Scienze Sacre (fra cui l’astrologia e l’alchimia) sa bene che a questo astro corrispondono l’Acqua, il Femminile.
Il mondo delle emozioni, mondo lunare per eccellenza, non è mai facile da governare. Quanti inciampi, quante fratture lungo il cammino. Ogni volta che la luna, incerta, trema, sono temporali e alluvioni. Lì, nella notte della nostra passione, brancoliamo nel buio con le mani che cercano disperatamente un appiglio.
La "luna storta" ci rende irascibili. La "luna mensile", il ciclo di ventotto giorni che come marea di donna si gonfia e si ritira lasciando sulla spiaggia l’ovulo non fecondato, è un misterioso appuntamento con le radici dell’essere.
Ma guardando il cielo, di notte, lei è sempre lì, con il suo cerchio che scintilla di bianco, gareggiando con le stelle per il governo dell’amata oscurità che le accende.
Ci commuove, ci trattiene con il suo sussurro materno, indicibile, che parla una lingua remota, la lingua degli dèi e dei primi uomini che videro innalzarsi l’alba giunti alle soglie della notte che partorì il tempo.
Ogni uomo e ogni donna lo sa. Intimamente lo sa. Conosce la sua magia. Ne avverte l’incantesimo irrevocabile.
Una notte di tanti anni fa, tristissima, mi misi a piangere sotto un tappeto di stelle. Il motivo di quelle lacrime svanisce al ricordo abbagliante della consolazione improvvisa che ricevetti. Fu una carezza di luce che la luna depose sulla mia guancia. All’improvviso, il peso sul petto smise di premere e il cuore uscì dal recinto.
Sono momenti in cui l’anima trova le ali.
E la luna continua a guardarci, lassù. E noi continuiamo, come sempre, a cercare.
L’ULTIMO METRO’
L’ultimo metro, per Vanessa, si è concluso con un viaggio sottoterra. Lei non è Catherine Deneuve, non sta girando un film di Truffaut.
Vanessa non è tornata a casa, dopo quella corsa.
E i giornali sprecano fiumi di inchiostro, fra retorica e istigazione. Esasperazioni, strumentalizzazioni, speculazioni. Un’occasione ghiotta, da ghermire come falchi su una preda.
Ci sono, in fila indiana, gli spettri delle nostre paure: il terrore dell’altro, del diverso da noi che all’improvviso irrompe nella nostra vita, scardinandola; l’insofferenza crescente in cui ogni moto, ogni sussulto rischia oggi di divampare in una lite fatale; lo straniero fosco che minaccia le nostre quiete giornali civili, di bravi occidentali.
Tanta carne al fuoco. Troppa. Il bruciato non tarda ad arrivare. E lo fa anche in modi meno strillati di quelli che hanno occupato la cronaca nazionale dal momento in cui Vanessa ha ricevuto il colpo mortale alle polemiche post-sepoltura.
Nelle pagine romane di Repubblica, Aurelio Picca firma oggi un articolo inoffensivo quanto inutile.
Il titolo:
Ma nei gironi del metrò il vigilante è un miraggio
“Per fare questo giro in metropolitana mi sono portato appresso R.P. che è un vecchio signore al quale qualche anno fa, sul trapasso della lira con l’euro, proprio sulla metro gli fecero fuori trecento euro e settecentomila lire che custodiva nella tasca dei pantaloni”.
Il giornalista, che a giudicare dall’attacco del pezzo sembra firmare un racconto dal fronte, distribuisce in mezza pagina la sua escursione nel tubo sotterraneo della capitale. Anagnina, Vittorio Emanuele, Piramide…
Una cronachetta inoffensiva quanto inutile.
Sì, perché non basta una gita di poche ore per infierire sull’assenza dei vigilanti intensificando la tinta già fosca delle nostre ombre. La metropolitana è un luogo che va sorvegliato, ma non è Tel Aviv.
Non li ha incontrati. Sarà stato sfigato.
Io vivo a Roma e prendo la metropolitana solo quando il mio scooter va in panne, quando piove o quando torno da un viaggio, scendo dal treno e mi imbuco nella stazione sotterranea. Eppure, malgrado le mie scarse avventure nel ventre della capitale, ho incrociato spesso i vigilanti. Spesso, dico.
Sulle scale, vicino agli ingressi, in prossimità dei treni in arrivo o in partenza.
Il giornalista Aurelio Picca nella sua perlustrazione guidata non ne ha intercettato nessuno.
Sarà per quella strana legge di Murphy?
Sarà perché quando cerchiamo ostinatamente qualcosa, per qualche ordine sottile dell’universo questa cosa scompare?
Fatto è che dei vigilanti non trova traccia.
“Allora decido di scendere dal vagone e controllare se almeno qui passeggia un vigilante: niente, non c’ è anima viva. Vedo solo una scala mobile che non finisce più. MI sembra un agguato.”. Aurelio, Aurelio non preoccuparti. Le ragazze con l’ombrellaccio sono state prese. E saranno giustamente punite.
“Il display avverte: attesa di 4 minuti. E’inevitabile pensare: in quattro minuti può succedere di tutto”. Via, non esageriamo. Sappiamo tutti che la vita, in città, è sempre una guerra. Ma non ci diamo la tua importanza, non ostentiamo un tono sussiegoso da reporter al fronte. Ci infiliamo l’elmetto ogni mattina, combattiamo, ci difendiamo, lo appoggiamo sul comodino, la sera, prima di distenderci esausti.
E, soprattutto, forse aspettiamo un attimo prima di sparare sentenze sulla situazione delle forze dell’ordine nella metropolitana.
Intendo dire che chi prende la metropolitana a Roma sa che comunque i vigilanti ci sono. Non saranno abbastanza, forse. Ma ci sono. Lui finalmente ne vede due. Stanno fermi vicino a un’uscita. Purtroppo non sono onnipotenti, i vigilanti. Le disgrazie accadono perché arrivati al punto in cui siamo ci vorrebbe un gorilla per ognuno di noi.
Infatti il problema sta nel progressivo imbarbarimento dei nostri costumi, nella violenza con cui aggrediamo, nella vigliaccheria con cui fuggiamo.
Tuttavia dispiace anche vedere la superficialità di alcuni giornalisti che sparano sentenze su situazioni che conosco superficialmente, trasformando un punto nero in un bubbone.
L’inchiesta è un’altra. Quella vera, almeno.
Invece, come spesso accade, ogni evento drammatico diventa il pretesto per scorribande a caccia della famosa “notizia” (in questo caso l’assenza di vigilanti).
Meglio stare un po’ zitti, forse. E riempire la pagina con considerazioni più acute, interessanti. O se un’inchiesta deve essere, che sia. A puntate. Non a caso nel mucchio, così, ndo cojo cojo, alla carlona.
In più, non è stata fatta nessuna domanda ai pendolari. Almeno nell’articolo non lo racconta. Forse loro sono un tantinello più informati di chi ha fatto un solo “giro in giostra” e poi è sceso. Il giornalismo fa domande alla gente. Da sempre. O no?
UNA DIFFICILE ARTE
Sono venuta al mondo nuda, ma colpi di pennello mi coprono, il linguaggio mi eleva, la musica mi dà un ritmo. L’arte è il mio bastone e il mio sostegno, il mio rifugio e il mio scudo, e non solo il mio, perché l’arte non esclude nessuno. E coloro che sono stati privati dell’arte dalla tirannia o dalla povertà ricominciano a produrla. Se l’arte non esistesse, ci sarebbe sempre qualcuno che la creerebbe, nelle parole di una canzone, estraendola dalla polvere e dal fango, e anche se il manufatto potrebbe essere distrutto, l’energia che l’hao prodotto resiste a ogni distruzione. Se, nell’agiato Occidente, abbiamo scelto di considerare queste energie con scetticismo e disprezzo, allora tanto peggio per noi. L’arte non è un frammento di evoluzione di cui i cittadini nel Novecento possono fare a meno. In senso stretto, l’arte non appartiene al nostro modello evolutivo. Non ha una necessità biologica. Il tempo dedicato all’arte era tempo sottratto alla caccia, agli incontri, all’accoppiamento, all’esplorazione, alla costruzione, alla sopravvivenza, all’arricchimento. Se diciamo che l’arte, tutta l’arte, non ha più rilevanza per le nostre vite, allora potremmo perlomeno porci la domanda "Che cosa è successo alle nostre vite?". la domanda consueta "Che cosa è successo all’arte?" rappresenta una via di fuga troppo facile.
Io non sono fuggita. Seduta in una galleria di Amsterdam, sono scoppiata a piangere.
(Jeanette Winterson, L’arte dissente)
Che cosa è successo alle nostre vite?
La domanda bruciante che in L’arte dissenteJeanette Winterson fa a me, a voi, a noi tutti, in questo saggio che rappresenta una difesa appassionata dell’arte merita una riflessione.
Non avere più tempo, oggi, significa anche alimentare la frattura fra l’ignoranza e l’educazione dell’anima, educazione che ha bisogno di parole, di suoni, di immagini e di colori.
Perché l’arte ti inchioda ai suoi significati, ti impone domande dalle quali è difficile evadere.
Come quando leggiamo un libro oppure vediamo un film, e concludiamo sbrigativamente la faccenda dicendo "Mi piace".
Non basta. All’arte questa risposta non basta.
Perché mi piace? Cosa mi dice di me? O del suo autore? In quale luogo sottile e impalpabile io e lui ci intercettiamo? O magari ci allontaniamo per sempre?
Non si tratta di trovare didascalie, di fare "accademia".
Qui la forza vitale è estensione della capacità di volare in quegli spazi che sono stupore e vertigine. L’Io consueto si frammenta, smarrisce le sue coordinate, vive di affinità elettive.
Bisogna cercare. Sempre. L’arte è scavo, riflessione. Ci chiede di impegnare cuore e cervello.
Faticosa, insaziabile, selvaggia come un’amante lontana, l’arte richiede il coraggio di misurare il perimetro della nostra condizione così frastagliata, così ricca di pieni e di vuoti, di materia e di soffio spirituale.
Non avere tempo per l’arte significa vivere la maleducazione del nostro mondo moderno.
Eppure l’arte è così semplice, e per questo così difficile.
Non vuole essere oggetto di vani pettegolezzi o sfoggi di erudizione, come nel famoso salotto dei Verdurin di proustiana memoria.
Vuole solo essere conosciuta. E amata. Oppure odiata.
Ma per conoscerla bisogna sedersi, aspettare, ascoltare le sensazioni senza tradurle subito in parole.
Piano piano, senza fretta.
L’arte è scintilla del genio, è ardore di fiamma che brucia e consuma.
Ma se quella fiamma non serve a incendiare nessuno, allora rischiamo di perderci nel buio della nostra ignoranza.
UNA STANZA TUTTA PER LEI
Voglio imparare il ricordo
senza il rammarico
ammainando i lutti
ad uno ad uno
senza fretta.
E per il varo di una nuova esistenza
cercherò fondi di serenità
proprio qui
in questa stanza che non mi hanno insegnato
Ma se mi arrendo
posso ancora esaudire quella carezza
in cui ripara ogni struggimento
Carezza ancora sconosciuta
non ritrovata.
Eppure è questo, adesso, l’istante preciso
per separare i limiti dalle possibilità
ciò che sembrava da ciò che accadeva
il torto dall’espiazione
il nido di passero dal covo della tigre
la sabbia incerta dalle geometrie del deserto
Adesso, l’occasione di evadere
senza chiudere gli occhi
il dolore che estingue l’attimo breve
di giorni allenati senza convinzione
Se ci riesco, ora, in questa rara
penombra di consapevolezza
potrò andare fra il grano e la neve
con i soliti vestiti addosso
Ma le mie mani
tutte le mie mani
non esiteranno più
davanti ai disegni
che questa stanza mi insegna.
(Aurora Semente – Dove tace il tempo)
Lo sapeva bene, Virgina Woolf. Conosceva l’importanza di una stanza tutta per sè.
Specialmente per una donna.
È in quella stanza che si scrive, si pensa, si dipinge, si piange. Ci si stiracchia ben bene nel mattino fresco, lavando l’anima e asciugandola al vento che soffia dalle finestre. Si beve una tazza di tè, poi si riprende a lavorare. Lavorare su cosa? Sul giardino interiore.
E il giardino di una donna è faccenda complessa. Per l’uomo si tratta di aiuole potate, esposte alla giusta inclinazione del sole. Ma per lei è diverso. I suoi giardini sono selvatici, sanno di muschio, di ombra che filtra la luce.
A prima vista sembrerebbe il contrario, eppure non è così. Malgrado secoli di culti solari – e di irregimentazione del "secondo sesso", come scriveva Simone De Beauvoir – il femminino vive nel sottobosco. Inquieto, struggente, ferito da una Luna palpitante che allo stesso tempo è viaggio e zavorra.
Scarmigliata, a piedi scalzi, la donna del sottosuolo nasconde i segreti delle pietre preziose.
Ma per trovarle deve avere una stanza tutta per sè. Dove creare ma anche liberare le ombre, sfogarle, domarle.
Le ferite devono essere suturate affinché la donna trovi la strada per collegare i suoi boschi con la superficie solare.
Ci vogliono una stanza, un divano, un tavolo.
E alcuni libri per incendiarsi davanti alle giuste parole.
E matite per colorare i fogli del nostro passato.
E musica per danzare.
E una torcia per far luce nell’ombra.
In quell’ombra, la penetrazione coraggiosa dei territori sconosciuti, remoti, smette di farla essere clandestina a sé stessa.
Finalmente si torna a casa. Il sentiero si illumina di piccole luci che brillano nella notte, costeggiano la strada sassosa che riconduce a casa.
Lì, in quella stanza, i misteri del cuore fioriscono.
Sbocciano come fiori candidi inanellati da fumi d’incenso.
Prima però ci sono stati un ritrovamento e una sepoltura.
Seppellire i morti, ammainare i lutti non è mai facile. Ma è da lì che si parte.
Non esiste l’altrove senza l’adesso, nè il rifugio senza la memoria.
Nella stanza ci si cala dal pozzo o si usa la scala per infilare un dito nel cielo.
Non c’è differenza in quanto non si sale senza prima essere scesi.
La discesa della donna avviene nella sua stanza (che può essere anche all’aperto, senza finestre né porte), così come la risalita con le mani piene di doni preziosi.
Questa donna che ha imparato a usare la stanza non potrà più rimanere preda di case altrui. Saprà sempre orientarsi, anche nello sconforto.
Se la tregua di un temporale traccia un arcobaleno nel cielo, allo stesso modo le mani di colei che ha scavato il giardino che sta nella stanza disegneranno bagliori di fuoco che accenderanno ogni stella.
E per ogni stella, sulla terra ci sarà una stanza. Una stanza tutta per lei.
TERRA MADRE
In questo periodo assolato, in cui la primavera sembra già torrida estate, difficile non fare il punto sulla situazione.
Abitiamo una Terra che sta morendo.
L’abbiamo violentata, sfruttata, devastata. Ne abbiamo scavato e percorso ogni solco, trasformando la sua carne, la sua umida terra, in catrame. Delle foreste abbiamo fatto carta per le nostre grafìe e legno per le nostre eco-abitazioni. I mari, i mari belli e avventurosi, ospitano oggi le scorie di fiumi sfiancati dalle immissioni di pesticidi e altre schifezze.
Quegli stessi mari in cui l’uomo si è più volte perduto, cantando lo sguardo annegato nella vastità dei suoi specchi d’acqua.
E in quegli stessi mari i ghiacciai, oggi, si stanno sciogliendo.
Orsi polari, foche e balene non avranno più i loro banchi ghiacciati. La superficie solida si scioglierà costringendoli a stare a galla o a contendersi a morsi le superfici superstiti. Su quelle zattere improvvisate vedranno la deriva delle loro abitazioni inghiottite dal mare.
Sulla terra le cose non saranno migliori.
Alluvioni si alterneranno alla siccità, i tornadi saranno sempre più potenti, il Sole malato incendierà la Terra con i suoi bagliori di fuoco, non più protetti dalla coperta di ozono.
Apocalisse?
Purtroppo no.
Realtà.
Perché il futuro è qui. E’ adesso.
Ma le notizie sull’agonia del nostro pianeta non bastano, con la loro evidenza, a far virare la coscienza dell’uomo.
L’ultima riunione scientifica mondiale, pochi mesi fa, ha sfornato dati allarmanti, per due giorni televisioni e giornali hanno diffuso le notizie sui disastri imminenti (non ultimo quello relativo all’oro blu, alla carenza di acqua la cui minaccia avanza irrimediabilmente).
Ma il giornale si butta via, la televisione si spegne, l’inerzia del quotidiano fatto di allegri consumi ci riporta al nostro beato menefreghismo.
In più, questi giorni ho visto persone aggirarsi contente e abbronzate. Tutte scosciate, con l’ombelichino di fuori, esibivano i loro infradito nuovi di zecca.
Ah, finalmente, non sopportavo il freddo (ma quale?)
Che bello, è già estate!
Magari domani vado al mare.
Ma che giornata stupenda!
Giornata stupenda?
Sarò una Cassandra fuori dal coro, ma ho paura.
Sono inquieta, come i miei gatti che di notte si lamentano senza trovare riposo, fiutando incerti questa strana atmosfera.
Sento che la Terra sta morendo.
Ne avverto gli spasmi, le ultime richieste febbrili.
Le margherite sbocciate a febbraio mi stringevano il cuore. Stavano lì, poveri fiorellini in cerca dell’abbraccio del sole, ignari della loro temeraria presenza, del loro fragile aprirsi a un inverno capace, con una gelata improvvisa, di spezzarne il profumo.
Soffro per ogni uccello che perde il senso della sua migrazione.
Per ogni rondine scomparsa.
Per ogni pianta ingannata dagli scherzi di una stagione impazzita.
Assisto alle mutazioni di un tempo senza più bussola e direzione.
Non basta un protocollo a Kyoto.
Non bastano le buone intenzioni.
La boa è stata doppiata, il punto di non ritorno raggiunto.
Possiamo solo attenuare i danni, se ne siamo ancora capaci.
Il futuro è già qui. Adesso.
Sta nelle nostre mani.
Gli indiani d’America non aravano la terra che doveva rimanere vergine, inviolata.
Solo noi ne abbiamo fatto un luogo di abusi.
C’è un libro uscito una decina d’anni fa, Ishmael, di Daniel Quinn, che nella sua struttura fiabesca racconta di un gorilla-guru che istruisce un allievo sul destino di un’umanità destinata a precipitare. Perché Caino non smette di uccidere Abele, perché l’uomo pensa che la Terra sia stata creata da lui. Il libro ha ispirato Instinct, film bellissimo, dolente, in cui si narra dei “lascia” – le antiche civiltà agricole e dei “prendi” – gli uomini moderni che tutto saccheggiano, procedendo come cavallette.
Ecco, il “prendi” che è i noi non ha ancora imparato a mollare. Mollare la presa su una terra agonizzante, assetata, derubata dei suoi frutti.
È nostra madre, la Terra. Lo è non solo simbolicamente.
Se non iniziamo ora, non sarà più possibile cucire le sue ferite.
Dobbiamo imparare a difenderla.
Meglio pensarci sopra, piuttosto che correre spensierati verso una precoce giornata di mare.
QUALCUNO VOLO’ SUL NIDO DI ALDA (original)
Sono una donna anziana, di 76 anni, malconcia, che ha subìto diversi interventi di cui l’ultimo all’anca e quindi faccio fatica a muovermi. Mi piacerebbe uscire, scendere le scale (non ho l’ascensore) e fare una passeggiata per le vie della città, bere un caffé al bar, sorretta dal mio bastone. Ma ho paura. Paura del mondo attorno perché è così spaventosamente cambiato. Io sono stata in manicomio per tanti anni, ma dopo la legge basaglia (legge 180 che ha fatto chiudere i manicomi) i matti sono in giro e hanno ragione di essere matti: c’è troppo odio in questa società. Un odio che ha devastato l’Italia e che rende le persone ignoranti, aride e cattive. Non c’è più amore per nessuno. E per assurdo affermo che mi sentivo più sicura in manicomio, anche se so che con questa mia affermazione urterò la sensibilità di molti: io vorrei che riaprissero i manicomi. Dico di più, vorrei ritornarci.Tra le mie quattro mura non mi sento sicura, ho dei vicini terribili, persone inqualificabili. Mi disturbano con il silenzio, se facessero rumore mi farebbe piacere, vorrei sentire le grida dei loro bambini, invece niente, silenzio tombale che mi porta a domandare "sarà in casa?".Poi improvvisamente questo silenzio viene rotto da un rumore violento che ti fa sobbalzare perché non te l’aspettavi e se sei fragile di cuore può anche farti male. È una tortura morale. Madre Teresa di Calcutta diceva che c’è qualcosa di più grave dell’omicidio colposo: l’indifferenza, che può arrivare a uccidere un uomo. Ecco, i miei vicini mi trattano con indifferenza.Non parlano, non si rivelano, fanno comunella tra loro, continuano a vedermi come la donna che è stata in manicomio, una sorta di stigam impresso addosso, che mina la mia identità pesonale, per loro io sono ancora matta,
E anche mia figlia lo è, per il solo fatto di essere nata da me. Ma i veri disturbati di mente sono loro. La gente odia la malattia mentale perché ha paura di essre uguale al malato di mente, molti non lo sanno che sono già uguali ai pazzi. E così li emarginano credendosi sani. I miei vicini di casa ricostruiscono la mia pazzia. Sparlano alle mie spalle perché la mia casa è disordinata, per loro vivo nella sporcizia, loro invece hanno case asettiche, perfette e impersonali ma non si rednono conto che vivono nella sporcizia morale. Il fatto che non mi rivolgano la parola è drammatico.
(Alda Merini, testimonianza pubblicata su D – la Repubblica delle Donne)
Già. Alda Merini non è una donna comoda.
E non vuole esserlo. Tutt’altro.
Ma un’anima sensibile come la sua, tutta pelle, esposta alle variazioni climatiche di un temperamento mutevole, incline alla malinconia e allo stesso tempo dotato di ali, le grandi ali dei folli (folli di saggezza, mi verrebbe da dire), deve fare i conti con la tristezza quotidiana di quel mondo patologico che noi chiamiamo normale. Normale perché dormiamo. Normale perché ci rifiutiamo di vedere le nostre miserie, le nostre patologie, le nostre nevrosi ormai elette a modello sociale.
Sul piano psichico, la differenza tra il "sano" e il "malato", diceva Freud, è solo una differenza quantitativa, non qualitativa. Quantitava. Quindi il confine che separa (apparentemente) i due mondi risiede solo in un accumulo di peso, in un aumento della pressione. Interessante. Molto interessante. Siamo tutti potenzialmente folli. Non si tratta di un gene particolare (perlomeno finora neanche gli scienziati DNAdipendenti hanno isolato e indicato il cromosoma responsabile della follia).
Non si tratta di una virata improvvisa verso territori a noi sconosciuti, in cui si aggirano allucinazioni e fantasmi.
Noi, quei territori, li abbiamo già dentro.
Esistono diversi gradi di follia. Ancora una volta, si tratta di gradi. Di un aumento della temperatura che fa bollire la coscienza, la trasforma in magma esplosivo, lava che cola travolgendo le barriere mentali.
Ma i matti, spesso, sono saggi. Terribilmente saggi.
Vedono cose che noi non vediamo. Sì. E tuttavia queste visioni non hanno solo a che fare con le deformazioni psichiche, le proiezioni, gli stati paranoici o allucinatori.
A volte i matti vedono, semplicemente. Non guardano. Come diceva anche il Piccolo Principe di Saint Exupery, tra il guardare e il vedere esiste una differenza.
C’è un libro bellissimo, Le libere donne di Magliano, in cui Mario Tobino ci regala un affresco umanissimo, perfino" sensato" (sì, c’è un "senso", una direzione, anche nei matti, il loro caos a volte nasconde archietture precise, come accade con i frattali) del manicomio in cui lavora.
La sua domanda è sempre attuale:
"La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive? I pazzi hanno le loro leggi come ogni altro essere umano e se qualcuno non li capisce non deve sentirsi superiore".
Si sentono invece molto superiori, i vicini di Alda.
Lei, la vecchia poetessa pazza, fa paura.
E io mi domando se questo timore non scaturisca proprio dalla voglia di evitare il confronto con uno specchio evidente (in cui l’immagine si inverte, come in tutti gli specchi) che ci rimanda ll nostro reale disordine nascosto dietro le "pulizie" che ostentiamo. Dietro quella normalità in cui infiliamo i nostri disagi, le follie che tratteniamo nel pugno della mano, preferendo chiudere gli occhi e dormire.
Forse le donne di Magliano sono davvero libere.
E noi, noi prigionieri delle nostre paure, degli attaccamenti, dell’ incapacità di vedere la follia di una società che si ammala di indifferenza. Una società in cui il cuore si chiude, la mente si ottunde, la ragione sancisce il predominio relegando i fantasmi inconsci in soffitta, insieme al baule con i libri di Freud, insieme alle ombre che potrebbero urtare il magnifico profilo sociale e civile in cui ci illudiamo di vivere mentre forse stiamo invece morendo.
Se solo avessimo più coraggio. Se solo decidessimo di guardare in faccia i nostri matti.
Saremmo allora liberi. Come le donne di Magliano. Come Alda.
Certo, un po’ picchiatelli. Ma liberi.
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