OMBRE CINESI
Nella sua marcia trionfale verso il capitalismo la Cina spezza un altro tabù, e copia dall’America la reality-tv studiata per educare imprenditori e manager alla dura legge della giungla-mercato: "Homo homini lupus".
La censura cinese, sempre rigida contro ogni dissenso politico, ha dato il via libera a uno show copiato da The Apprentice (l’apprendista): è il crudele concorso in diretta ideato e diretto negli Stati Uniti dal miliardario Donadl Trump, il più celebre e controverso palazzinaro di New York.
Si chiama Ying Zhai Zhonnguo, ovvero "Vincere in Cina", il principio è lo stesso del fortunato programma americano.
Una lunga serie di eliminatorie per selezionare i candidati che hanno più stoffa nel business, più vocazione per far soldi nell’economia reale, più talento nella concorrenza. Guai ai deboli, guai agli incerti, per vincere bisogna avere grinta, aggressività, determinazione, spirito d’iniziativa, voglia d’innovare, gusto per la competizione. E naturalmente avidità di guadagno.
(Federico Rampini, La Repubblica del 24 marzo 2007)
Insomma, con buona pace di Mao, ecco che i cinesi, tra inciampi e contraddizioni, proseguono la marcia verso il capitalismo. Addio libretti rossi, comunismi, omologazioni.
Se una cosa Mao era riuscito a fare, era stata quella di inculcare una testardaggine nel lavoro a oltranza, nella resistenza a quella fatica del lavoro che sgretola invece molti connazionali (specie nel pubblico impiego, diciamola tutta).
Così, mentre i cinesini nostrani scalzano man mano l’industria e l’artigianato italiano sopravvivendo in scantinati a schiera, multifamiglia, in cui giorno e notte si lavora e si produce (e la si mette nel deretano al marketing internazionale), quelli rimasti in patria si danno da fare per occidentalizzare il loro Oriente.
Vincere in Cina è prodotto dalla quarantenne Wang Lifen (una donna, toh), ex giornalista televisiva, è stato un successone.
Il format diventa perfino più cinico rispetto a quello americano: il vincitore non guadagna un’assunzione nel gotha dell’imprenditoria, ma riceve un milione di euro da investire nel suo business plan. Come a dire: introduciamo il radicalismo cinese e, se Occidente deve essere, Occidente sia, ma fino in fondo. Il rischio di impresa non chiede assunzioni, ma esposizioni. Ecco così che il neomanager cinese deve misurarsi da subito con la giungla dei mercati a mandorla. Troppo comoda, l’assunzione.
Il reality di Trump sbanca dunque in Cina, che si affretta a copiare il format televisivo (e come sempre, in questo, i cinesi sono maestri) importando, oltre agli input per i liberi mercati, le tecnologie, la Coca Cola, anche la feccia dei nostri sistemi.
Già il reality di per sé rappresenta un pezzo rigurgitante di televisione, come sappiamo bene con i nostri Grandi Fratelli, Le Fattorie, Le isole di Famosi, Gli Amici e i Circhi vari. E tuttavia la De Filippi e la Barbara D’Urso al confronto sembrano le cuginette di Biancaneve.
Sì, perché il cinico slogan di The Apprentice, felicemente traslocato in Cina, è: "Non si fanno prigionieri".
Eh no, calma. Un libero mercato fondato sulla competizione non comporta automaticamente la spietatezza verso i più deboli. La meritocrazia si basa anche su un’etica di comportamento in cui non necessariamente si schiaccia come una pulce il vicino.
Comunque, tornando in Cina, è buffo vedere questo paese così combattutto tra passato e presente, così condito da ansie occidentali e da resistenze "cromosomiche" che la trasformano in un crocevia fra omologazioni comuniste, tradizioni, corsa selvaggia verso il capitalismo.
La Cina è il paese delle biciclette e delle famiglie-città, è il paese delle fabbriche in cui si dorme e delle massime di Confucio. E’ il paese delle non libertà, quello degli esodi capillari in tutto il pianeta, quello delle mafie mondiali, delle moltitudini e dei partiti unici.
Un coacervo di paradossi che rendono eterogeno il paese che Mao aveva "pettinato" e messo in divisa ma che, sfuggito dalle sue grinfie, mantiene il peggio a onore della memoria.
Ora, prima di agitarsi per la seconda, attesa edizione di Vincere in Cina, sarebbe bene ricordare, davanti all’importazione dei modelli di business americano, che la Cina è anche il paese in cui un uomo si trova in carcere da due anni, consegnato da Yahoo alla polizia perché su Internet inneggiava alla democrazia e alla libertà (per scagionarsi Yahoo scarica la colpa sulla sede di Hong Kong, ma Hong Kong, appunto, è una zona franca dalle leggi cinesi, lì non si è tenuti ad avvisare la polizia, vigono leggi proprie).
In Cina Internet è ancora il demonio. In Cina la censura impedisce ogni forma di personale discriminazione.
In Cina le esecuzioni capitali hanno il primato mondiale, da otto a diecimila esecuzioni ogni anno (solo nel 1997 il furto fu depennato dai crimini punibili con la pena di morte)
In Cina si portano le scolaresche (medie e licei) ad assistere allo stadio alle fucilazioni di massa.
In Cina i cadaveri dei giustiziati sono prelevati direttamente con un furgoncino e venduti a pezzi al mercato degli organi.
Però ecco che la Cina spinge sul "libero" mercato con il suo format americano. Bravi. Ma non si può importare solo ciò che fa comodo.
Pare che uno degli eliminati abbia minacciatoil suicidio e che ora sia scomparso.
Ha ragione forse Zhao Yao, l’eliminato dalla finalissima, che lamenta l’assenza di realtà nel reality, denunciando le orchestrazioni e le manipolazioni.
"Forse è questo il vero insegnamento da trarre, la realtà non è mai quello che pare".
Esatto. Lo dice anche il Tao…
FRAMMENTI
Emile Cioran
Più ancora che lo stile, è il ritmo stesso della nostra vita che è fondato sull’onorabilità della rivolta.
Poiché siamo restii ad ammettere l’identità universale, poniamo l’individuazione, l’eterogeneità come fenomeno primordiale.
Ora, ribellarsi significa postulare questa eterogeneità. significa concepirla in un certo modo comed anteriore all’avvento degli esseri e degli oggetti. Se io oppongo l’Unità, sola veridica, alla molteplicità, inevitabilmente menzognera, se, in altri termini, assimilo l’altro a un fantasma, la mia rivolta si svuoterà di senso, la rivolta che per esistere deve partire dalla irriducibilità degli individui, dalla loro condizione di monadi, di essenze circoscritte.
Ogni atto istituisce e riabilita la pluralità, e conferendo realtà e autonomia alla persona riconosce implicitamente la degradazione, il frantumarsi dell’assoluto.
La filosofia moderna, instaurando la superstizione dell’Io, ne ha fatto la molla dei nostri drammi e il perno delle nostre inquietudini.
A nulla serve rimpiangere il riposo nell’indistinzione, il sogno neutro dell’esistenza senza qualità; ci siamo voluti soggetti, e ogni soggetto è rottura con la quiete dell’Unità.
(E.M.Cioran, La tentazione di esistere)
IL NOME DELLA ROSA
"Oh, sii qualche altro nome! – implora la Giulietta di Shakespeare rivolgendosi al suo Romeo – Che cosa c’è in un nome? Quel che noi chiamiamo col nome di rosa, anche se lo chiamassimo d’un altro nome, serberebbe sempre lo stesso dolce profumo".
Già. Le "cose" non cambiano cambiando i nomi. Perché allora oggi, affetti da quel buonismo che ci fa sembrare tanti Babbi Natali ambulanti (salvo poi veder emergere, implacabile, la nostra vera natura), diamo nomi diversi alle cose?
Gli omosessuali sono diventati "gay" (così lo spauracchio passa in un battibaleno)
Le donne delle pulizie sono diventate collaboratrici domestici.
I mondezzari sono adesso operatori ecologici.
Solo i lavavetri, poveracci, rimangono soltanto dei lavavetri…
Magari, però, troveremo un nome anche per loro. Che ne so, magari "pronto soccorso semaforico". Oppure "collaboratori per auto".
Non vi piace?
"Infermieri per quattro ruote", allora.
Comunque, "maeilio cambiave no"? Anche se non ci divertiamo a fare spot ammiccanti come la Hilton.
La sensazione è quella di uno sdoganamento linguistico che non corrisponde, però, a una modifica reale negli atteggiamenti. Non per tutti almeno.
Però ci fa sentire più buoni. Più tolleranti. Più civili.
Come no, basta girare un giorno in una metropoli per rendersene conto.
Collaboratrici domestiche sballottate di qua e di là in attesa di un permesso di soggiorno e un mercato meno nero. Tra l’altro bisogna vedere che razza di preferisce.
Meglio le filippine, che ci confortano perchè sono state le prime a sbarcare in Italia sostituendo i nostri camerieri e domestici che avevano voglia di fare altri lavori?
Oppure le brasiliane? Ma se mi capita un travestito??
Niente paura, le rumene sono bravissime, femmine al cento per cento. Peccato che potresti trovarti in casa il marito che ti svaligia l’appartamento.
Discorsi assurdi? Eppure, eppure alcuni li fanno.
Una mia parente che, guarda caso, abitava all’Olgiata (una delle zone più richhe e glamour della "Roma da bere"), un giorno d’estate davanti a una bibita annoiata almeno quanto lei mi raccontò dei suoi "collaboratori domestici". "Ma guarda che la prossima volta non prendo più la coppia, eh? Troppi problemi".
Manco si trattasse di due pappagallini. ..
Più che i nomi ( che alla fine, come dice Giulietta, non cambiano mai la sostanza delle cose,) bisognerebbe cambiare la sostanza di un atteggiamento.
Perché un operatore ecologico continuerà purtroppo a odorare di spazzatura, mentre lavora. Però magari se rispettiamo sul serio il suo operato, appunto, ecologico, possiamo smettere le nostre facce truci quando stiamo in fila dietro un camion addetto al recupero della spazzatura (e che invece a volte rischia un linciaggio in-civile).
Meglio ancora se la piantiamo di buttare i rifuti alla rinfusa o, colti da una sindrome napoletana. a lasciarli fuori dai cassonetti.
A volte c’è una casa intera, nei paraggi dei cassonetti. Sedie, phon, tavolacci e perfino i divani.
Occorrerebbe una ditta traslochi.
Ma ora che non sono più mondezzari, ora che sono operatori ecologici, noi siamo buoni sul serio. Noi sì che siamo una vera civiltà aperta e tollerante.
E chissenfrega della raccolta differenziata.
E poi non ci pensano più neanche i radical-chic, che una volta volevano sempre distinguersi…
Quanto ai gay, ora che non sono più finocchi e neanche froci grazie ai nostri esorcismi linguistici possiamo comunque permetterci di schifarci davanti alle manifestazioni dei Dico o di pensare alla Mucca Assassina come a un Sabbath moderno.
Insomma, non basta cambiare un nome per cambiare una realtà o un atteggiamento.
Con i nomi ci si fa poco. Contano i fatti, signori. I fatti.
E il vero "nome", quello autentico, quello che rimanda a un’essenza, è sempre un enigma da attraversare.
Il nome della rosa non modifica il fiore, hai ragione, Giulietta.
Non lo fa diventare un gelsomino né tantomeno un ciuffo d’ortica.
Ma si può perfino andare più in là, là dove i nomi perdono "il suono" e diventano così sottili da vibrare nella coscienza. Quei nomi che scendono dalla nave e si radunano nel bosco, per dirla con Jünger.
Il tuo Romeo, in quel caso, non sarebbe morto.
Ma siamo umani, noi. E abbiamo bisogno dei destini costruiti sui nomi.
Il bello è che non cambiano, quei destini, se li poggiamo solo sulla fragilità del loro nome.
Siamo noi, a dover cambiare.
A dover trovare il vero nome della rosa.
Ma quanto è difficile. Chissà se ci riusciremo mai.
DOMANDE, SOLO DOMANDE
Che differenza c’è tra un bambino (a cinque mesi per me i bambini sono bambini, non feti) sottoposto ad aborto terapeutico perché down, o perché seriamente malformato e dunque costretto a una vita di tubi, respiratori, limitazioni, e un uomo che chiede di morire perché stanco di vivere attaccato alle macchine?
Non sono contraria all’aborto, così come non sono contraria all’eutanasia.
Ma sono sempre incerta, perplessa.
Non ho risposte, né ricette. Ho sempre detestato le ricette, come le marche.
Però sono spietatamente, forsennatamente attaccata alla domanda.
Già, come il Neo di Matrix. Ciò che conta è la domanda.
Ma lo avevano detto molti millenni prima, che era questa la cosa che contava di più. Lo avevano detto gli antichi. Lo avevano perfino scritto all’ingresso del tempio di Apollo, a Delfi. Nosce te ipsum.
Sì, difficilissimo. E come mi conosco? Con la domanda. Anzi, con le domande.
Quelle con cui ci svegliamo al mattino. Quelle che versiamo insieme allo zucchero nel nostro caffè.
Quelle che ci rincorrono durante il giorno, che sgualciscono il momento soave di un intervallo, che graffiano il sorriso, che maturano negli spazi acerbi del nostro inquieto, caotico, irrevocabile divenire.
Domande che ci braccano fiaccando le certezze esposte fresche fresche, come panni stesi al sole, e che sparano il letame nel profumo di bucato.
Sono compagne quotidiane, che invecchiano come un buon vino insieme a noi, centrifugando i nostri pensieri in modo da stanare sempre ogni moto immobile, ogni laghetto mentale sul quale tentiamo di riposare invano certezze improvvisamente sonnambule.
Non hanno famiglia, le domande. Almeno quelle vere, quelle insidiose, nemiche delle superfici, amanti insaziabili dei sotterranei e dei labirinti nei quali rischiamo l’incontro con Ade.
Non hanno famiglia perché, se hanno coraggio, sono orfane di risposte assolute.
Sono queste le domande che ama la Sfinge, queste, quelle accolte da Apollo nel suo Tempio.
Conoscere sè stessi significa conoscere il mondo intero. Ecco perché non sappiamo mai nulla, nè di noi stessi nè di ciò che accade fuori.
Possiamo solo darci risposte. Risposte che nella loro onestà chiedono di poter essere modificate, rivisitate, osservate da infinite sfaccettature, come se fossimo davanti all’Aleph borgesiano.
Il tremore dell’uomo che cammina chiedendosi sempre se la sua risposta non sia un castello immaginario costruito per tacere l’angoscia di un dubbio, frutto di una Morgana ingannevole che addormenta la coscienza, la fa prigioniera, diventa un tarlo costante, ossessivo, che si mangia i giorni scavando quel tunnel in cui precipitano le risposte assolute.
Ogni uomo, in fondo, sa anche che le risposte più autentiche (ma sempre sottoposte al gioco che in futuro può cambiare il numero del dado lanciato) sono quelle in cui è sottoposto al crogiuolo dell’esperienza.
Da quell’attrito nasce la scintilla della nostra risposta reale, non presunta.
Sono contraria alla pena di morte? Benissimo, lo sono, credo che in un paese civile non si debba più usare la legge del taglione che ancora oggi ci insegue, a varie latitudini e longitudini.
Ma se ammazzano mio figlio, che faccio? Se lo violentanto, lo pestano, lo lasciano in agonia per giorni, e notti, e poi ancora giorni, sono davvero certa che la mia risposta sia ancora valida?
Sono certa di non squarciarmi dentro, divisa tra l’umana vendetta e la volontà di essere giusta?
Per una domanda, in realtà, esistono una, cento, mille risposte. Ma è quella affiorata nel momento in cui faccio esperienza diretta con una situazione che corrisponde davvero al mio essere. E non a ciò che penso di essere.
Ecco, ecco perché non so che dire davanti agli aborti, terapeutici o meno. Non so che dire paragonandoli a un’altra interruzione di vita, invece negata.
Perché un’interruzione sì? Perché l’altra no, non è concessa?
E di ognuna di queste risposte diverse, cosa dire? Cosa pensare? Sono certa che il mio atteggiamento non sia disposto a cambiare radicalmente se solo venissi toccata, anche solo appena sfiorata, in prima persona?
Questa è solo una delle mille, cento domande che ci facciamo ogni giorno. Che si fanno, almeno, quelli di noi che provano a interrogarsi sul destino delle cose del mondo, o dei mondi. Che poi è anche il nostro stesso destino. Perché forse fra "dentro" e "fuori" non c’è distinzione, come qualcuno ha provato a insegnarci.
Ci stiamo infilati con tutte le scarpe, in queste domande. Ogni moto dell’anima, ogni fatto che come un’onda appare, spumeggia e muore, scivola via da ogni risacca e scorre insieme all’oceano per trovare il giusto varco del tempio di Apollo. Per lambire le zampe della Sfinge che coagula ogni domanda possibile in una sola domanda, per poi far scomparire anche quella.
Sfiorare il giardino di risposta per poi trovare l’antro di un nuovo quesito, un nuovo dubbio che mina la risposta trovata fa di noi, forse, uomini e donne che cercano davvero.
Non sono moltissimi, forse. Ma ci sono. Eccome se ci sono.
E quando si incontrano, si riconoscono. Per fortuna si riconoscono.
CUORE DI MUCCA
Diciamocelo subito. Davanti a una bistecca succulenta ti viene proprio l’acquolina in bocca. Specie se si tratta di una bella fiorentina, fatta alla brace, con i pezzetti di sale grosso che incrociano la lingua e salutano il gusto.
Chi scrive ne mangia, di carne. Ne mangia eccome.
Però capita anche che ti accorgi di considerare – per tuo comodo – solamente il pezzo di carne disteso sul piatto, chiamandolo bistecca, lombata, fettina, costata, ecc.
Già già. Però quella è, a tutti gli effetti, una mucca. Anzi, era.
Una mucca che fino a pochi giorni prima se ne stava in un allevamento, mangiava, dormiva.
O magari si tratta di un vitellino, o un maiale, un’anatra, un pollo.
La sostanza non cambia.
Alcuni di noi tendono a non considerare la provenienza del pezzo di carne che stanno mangiando, condito magari con salsine speciali, imbottito di verdurine e formaggi.
Perché a volte, se ci pensi, ti passa davvero la voglia.
Il piatto della tua tavola è solo la destinazione finale di un cadavere fatto a pezzi, in avanzato stato di decomposizione.
Composto infatti da putrescina, cadaverina e altre sostanze. Non solo da proteine, dunque, come ci piace pensare per "farci buon sangue".
Mangiare cadaveri. Mmm, non suona bene.
Mangiare un filetto al profumo di Grand Marnier adagiato su un letto di lattughino e funghi porcini, invece suona benissimo. Fa un figurone.
E, soprattutto, ci fa dimenticare che quella ciccia era appartenuta a un animale, che nella maggior parte dei casi è vissuto al chiuso, in un allevamento, perimetrato da pochi metri quadrati in cui muoversi, ingozzato di cibo e di ormoni, finché un giorno non è stato issato su un camion insieme ai suoi compagni, trasportato in un mattatoio e macellato.
Dicono che durante questa processione mortale gli animali si rendono conto di ciò che sta accadendo, perché il terrore si trasmette da corpo a corpo, trasformando la mandria da macellare in un’onda di terrore diffuso. Le prime file crollano, abbattute, mentre chi sta dietro comincia a urlare, a sbarrare gli occhi perché capisce, capisce che sta per essere ucciso.
Io la mangio, la carne. Lo ripeto. Perché? Perché sono egoista, vigliacca. Perché penso alla bistecca e non al suo proprietario. Perché altrimenti vivrei solo di pasta e pizza. Perché i legumi mi gonfiano e i dottori dicono che invece le proteine sono essenziali.
Però c’è un libro, che non ho avuto il coraggio di leggere, che consiglio ai più duri di stomaco (o ai vegetariani): Il maiale che cantava alla luna, in cui uno studio dimostra la vita emotiva degli animali da fattoria.
Non ho letto questo libro, ma ho ascoltato la storia di un mio cugino che ha un agriturismo nel Lazio.
Mi ha raccontato del giorno in cui il camion del mattatoio venne a prendere Bianchina, una delle mucche che allevavano. Stava nel prato, Bianchina, e quando ha visto il camion è impazzita dalla paura, ha iniziato a dare cornate su un albero, come se sapesse di non avere più scampo. Continuava a picchiare la testa sul tronco.
I suoi occhi si sono conficcati come due spilli in quelli di mio cugino. Le pupille sbarrate, muggiva disperata.
Ci sono voluti quattro uomini e un’ora di tempo per eseguire la deportazione. Quando se n’è andata, mio cugino è stato attraversato da un brivido.
Si consolava dicendosi che da loro le mucche vivono bene fino alla fine, pascolano sui prati (che non saranno la pampa argentina, ma sono pur sempre spazi aperti, invidiati dagli altri animali costretti a vivere al chiuso finché non li fanno fuori).
Aveva tenuto una foto di Bianchina, comunque. Me l’ha mostrata. Gli occhi di Bianchina mi fissavano dal cellulare, ho inclinato la testa, impacciata.
Sì, ci fa comodo non pensare che ciò che mangiamo era vivo, prima, e che magari addirittura aveva emozioni e sentimenti, come le ricerche recenti stanno arrivando a dimostrare.
E ci fa comodo ignorare la vita penosa di questi animali.
Lo faccio anche io. Perché se mi fermo a riflettere, se penso a Bianchina e a tutti gli altri animali, allora non tocco più un pezzo di carne. E finora non ho trovato alternative alimentari che vadano bene.
Però penso spesso agli indiani, a quando ringraziavano il bisonte ucciso. Consapevoli che stava avvenendo un sacrificio. Perché la vita è offerta, perché la vita chiede altra vita per so proseguire. Ma almeno rendevano grazie, loro.
Consideravano sacra quella uccisione, onoravano la bestia immolata.
E noi, che siamo così "civili" e "moderni"?
Noi, che facciamo?
FOGLIE DI PRIMAVERA
Si sta come d’autunno
sugli alberi
le foglie
Mi è capitato di commuovermi come una scema guardando una fiction.
Anche se questa fiction ha i difetti di tutte le fiction, in cui i buoni sono buonissimi e i cattivi cattivissimi. Non funziona così il mondo, va bene, lo so, lo so, per carità. Mancano le sfaccettature, nella fiction, che non ti permettono mai, se scavi davvero a fondo nell’esistenza, di vedere il nero da una parte e il bianco dall’altra, senza quei grigi e quei miscugli cromatici che fanno la vita "reale" e non immaginata.
Sì, lo so. Nassirya – per non dimenticare è un film per la tv che però, a differenza di Beautiful e dei nostri medici in famiglia e negli ospedali (sembriamo un paese di soli malati, a giudicare dai camici bianchi che razzolano nei nostri schermi), racconta una storia vera. E se poi, che diamine, ci inserisce i trucchi televisivi, fa niente. Davvero.
Un po’ di etica, di enfasi, di retorica si perdona facilmente. Come la marachella di un bimbo.
Certo, quegli italiani guidati da Raoul Bova (lui sì, con una faccia da bello che rende ancora più drammatica la sua morte, che ne siamo coscienti o meno) sono solo buoni, solo eroi, solo convinti di aiutare il popolo nella sua traversata in direzione della democrazia. E invece sai, e lo sai, che nella realtà, proprio perché erano uomini, anche i caduti di Nassirya avevano i loro difetti.
Lo sai che erano anche stronzi. Lo sai che non forse sempre avevano aiutato gli iracheni ma erano stati a volte anche bruschi (perché il caldo, la guerra, l’allarme continuo tende l’anima, la secca al sole, anche se solo per qualche istante). Lo sai che potevano avere i loro momenti grossolani, le loro vigliaccherie, le loro paure. E magari perfino i loro razzismi, perché no. Lo sai. Erano uomini.
Ma se la fiction ingentilisce le figure, se la morte trasfigura i difetti avvicinandoci al volto di Dio, è anche vero che quegli uomini, sì quegli uomini, erano innanzitutto tante storie, tanti racconti.
Racconti interrotti quel 12 novembre 2003.
E ti viene da pensare a quei coglioni che urlano "Dieci, cento, mille Nassirya" in un arcobaleno di idiozia al quale non manca davvero nessun colore.
Ecco, il film mostra innanzitutto le storie. Le mostra con le iperboli della finzione, lo ripeto, ma parte dalla realtà. E chissenefrega se le esigenze di copione chiedono qualche eroismo in più, e qualche ombra in meno.
Fatto sta che ogni soldato morto è un uomo. Un uomo che a casa ha una moglie che ha paura di una telefonata notturna, un figlio che agli amichetti dice "papà lontano, papà partito". Un uomo che ha un padre, una madre. E cugini. E amici.
Ogni foglia caduta in primavera (perché quando muori senza invecchiare non sei una foglia che cade in autunno, così come dovrebbe essere) rende il bosco della vita meno verde. Gli ruba il colore della speranza. Violenta la radice dell’albero.
Un soldato è un fatto politico, per la maggior parte delle persone. Invece no. E’ un uomo. Un uomo. Solo un uomo.
I suoi confini non si esauriscono nella divisa, le sue mani non toccano solo la polvere dei giorni di guerra, non compiono l’arco meraviglioso di una carezza soltanto per finire sul dorso di un fucile.
Ma il soldato diventa oggetto di schieramenti, di manifestazioni, di schieramenti politici. Esaltato o denigrato, eroe o assassino, finisce sempre per rimanere incastrato nella bandiera della sua patria. Per quanto onorevole, e bello, e dignitoso possa essere, dobbiamo ricordarci che è molto di più. La sua vita è molto di più.
A volte mi viene voglia di ricordare non i soldati caduti, ma i civili spezzati. Quei civili aggrappati alla divisa, ormai vuota, del loro caro riconsegnato in una scatola di alluminio (non tiene caldo, la bandiera che ci appoggiano sopra, e non cuce i giorni strappati). E mi viene voglia di ricordare ogni civile che vive dentro e dietro il soldato, e che la sera, al buio, si interroga sull’onore e il servizio, si chiede se valgano il sorriso di un figlio. E poi magari ricomincia, la mattina. Ma ogni notte, ne sono certa, torna a essere un uomo. Che ha bisogno delle braccia della sua donna avvitate intorno al torace, del respiro tranquillo del bimbo, profondo, fiducioso e sereno come solo quello dei bambini nel sonno sa essere, di quella rompiscatole della madre che la mattina chiama sul cellulare e domanda: "Allora, quando venite a pranzo da noi? Hai preso la sciarpa? Guarda che oggi fa freddo".
Dieci, cento, mille Nassirya?
Imbecilli.
C’è un momento molto bello, nel film, che restituisce un bagliore di umanità anche alla figura dei kamikaze. Gente che si fa saltare per aria in cambio di un sedile in prima fila e una manciata di vergini nel paradiso di Allah. Nell’immaginario occidentale il kamikaze è sempre e solo sicuro di sé, felice di rinunciare alla vita.
Be’, l’immagine dell’uomo che trema davanti alla sua scelta, esitando, vibrando di fragilità nella sua carne mentre subisce l’abluzione dei Puri prima del sacrificio, e che mentre guida il camion pieno di tritolo verso la base italiana ha gli occhi attraversati dall’imbarazzo della paura, ci ricorda che magari non è mai facile scegliere di morire. Neanche per Dio.
Io non vorrei che cadesse nessuna foglia, a primavera. In nessun luogo del mondo. Nè fra i soldati nè fra i civili.
Invece continuano a cadere, quelle foglie. Non riescono a vedere l’autunno.
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