FIGLI DEL SESSANTOTTO
Li guardavo, i miei. Ex sessantottini infilati nella pantofole di una ritrovata borghesia dopo la mai salpeggiata chiatta che doveva arrivare fino in India. Fino a Goa, a Katmandu, fino ai confini dell’occidente.
Dai volantini all’università mia madre era passata alla carta igienica con cui puliva il culetto di noi bambine. A mia sorella doveva pulire anche la bocca, perché si mangiava la cacca che Plosch, il nostro cane, disseminava per tutto il giardino.
Lo seguiva traballando sulle sue gambette, raccoglieva quelle briciole di Pollicino che segnavano il passaggio di Plosch infilandosele dritte in bocca.
I sogni di ribellione di mamma si schiantarono sul muro di quel giardino. O forse mia sorella si ingoiò anche quelli. E me ne fece assaggiare un pezzettino.
La vita di mamma assunse il perimetro stretto della casa in fondo al vialetto, quella in cui trascorse per anni le sere davanti alla televisione dopo averci concesso il Carosello, mentre papà al bar stanava gli avversari del poker. "Un poker di buono, tuo marito", le disse una volta una cugina.
Papà non era mai stato realmente un ribelle. Soltanto un dandy che bighellonava trasognato per la città, in attesa di evadere la minaccia di avvocatura prospettata dai suoi, pronto a tutto pur di non mettere la camicia di forza di un lavoro "borghese" malgrado la sua rivoluzione fu solo e sempre domestica, scandita dalle mutande buttate nella cesta dei panni sporchi dalla cameriera, raccolte da terra mentre gli portava il caffé.
Era lui, a sognare la chiatta in India. Invece di una chiatta in India, alla fine costruì un’azienda in Italia. Diventò il self made man di cui parlano sempre tutti i giornali. Dopo un periodo molle di sbando e di povertà, decise di voler dimostrare al mondo che poteva emergere, poteva diventare qualcuno.
Mamma a casa, lui al lavoro. Lei immacolata come una Madonna, tutta presa dalla sbronza dei figli per dimenticare un marito dongiovanni che passava dall’ufficio al letto. Un altro letto, non il loro, non quello matrimoniale dove avrebbero dovuto consumare carne e sudore.
Noi crescevamo al riparo dell’ombra dei soldi che papà andava facendo, mattone dopo mattone, milione dopo milione. Le fratture della nostra famiglia nevrotica venivano ingessate con le banconote.
Ci toccò la sorte di tanti figli dei figli del Sessantotto: la libertà venne barattata con la comodità. Il nucleo della famiglia fu scambiato con un’esplosione nucleare che ci divise per sempre dall’unità, scavando grotte e cunicoli nella nostra dimensione affettiva, quella che io e mia sorella avremmo trascinato disperatamente da adulte. Laggiù si aggirava "la strega", la donna ctonia dai capelli scarmigliati e il ventre gonfio, sporco di fango. Quella che nuda inseguiva le mie fughe notturne in cui i sogni aprivano le frontiere all’incubo.
Più tardi, guardando indietro, mi resi conto che nei desideri sfumati dei miei genitori si andava cancellando la promessa di felicità per il nostro futuro.
Il Sessantotto fu furore esitinto nell’attimo della revisione, fu gioventù incapace di portare avanti la radicalità di una posizione estrema, priva di compromessi, che bandiva la mediazione.
(Aurora Semente, Dove tace il tempo)
Certamente molti dei figli di coloro che fecero il Sessantotto si sono scontrati con una virata d’assetto che ha messo da parte i jeans sdruciti in cambio del pantalone di lino. Oggi molto di loro sono impiegati, la domenica portano la famiglia a pranzo fuori, vanno dal manicure.
L’età dei moti ribelli si scioglie come burro sul fuoco quando il tempo avanza portando con sé i detriti dei sogni ai quali si sovrappone la necessità di quiete, denaro, comodità.
Sono pochi quelli che sono stati capaci di mantenere viva la fiaccola di una rivoluzione distante da quella borghesia che poi è stata assunta come vestito (ritrovato o conquistato). Eppure il Sessantotto ha lasciato un segno nelle famiglie composte da questi ragazze e ragazze. Ha segnato l’incapacità di dare coerenza e struttura a una famiglia prima combattuta nella sua tradizione, poi incarnata senza trovare una forma migliore, una valida sostituzione.
Tutto a tutti è spesso diventata la ricetta da applicare coi figli. Purtroppo.
BOSCHI, NAVI
La paura è uno dei sintomi del nostro tempo. Tanto più essa suscita costernazione in quanto è succeduta a un’epoca di grande libertà individuale, in cui la stessa miseria, per esempio quella descritta da Dickens, era ormai quasi dimenticata.
In che modo è avvenuto questo passaggio? Se volessimo scegliere una data fatidica, nessuna sarebbe più appropriata del giorno in cui affondò il Titanic.
Qui luce e ombra entrano bruscamente in collisione: l’hybris del progresso si scontra con il panico, il massimo confort con la distruzione, l’automatismo con la catastrofe che prende l’aspetto di un incidente stradale.
È un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenre le agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione. Conquisterà ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.
Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: egli ricorda invece il passeggero di una veloce imbarcazione che potrebbe chiamarsi Titanic o anche Leviatano.
Fintanto che il tempo si mantiene sereno e piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà: manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità.
Ma non appena si profilano all’orizzonte iceberg e isole dalle bocche di fuoco, le cose cambiano radicalmente.
(…). Dove l’automatismo guadagna terreno e si avvicina alla perfezione, il panico si fa ancora più tangibile: in America, ad esempio, esso trova il terreno che gli è più propizio, e si diffonde lungo reti più veloci del fulmine. Già è un indice di angoscia il bisogno di sentire le notizie più volte al giorno; la fantasia si dilata e, girando sempre più vorticosamente su se stessa, finisce per paralizzarsi.
Tutte quelle antenne su città gigantesche fanno pensare a capelli che si rizzano sul capo, sembrano evocare contatti demoniaci.
Ernst Jünger, Trattato del ribelle, Adelphi
Alla metafora della nave Jünger contrappone quella del bosco, inteso come luogo immutato e immutabile, sovratemporale. Un luogo inviolabile, un recinto sacro in l’uomo ritrova la radice più profonda che si sottrae alle leggi del divenire. È l’incontro con l’essenza di cui si ciba il fenomeno individuale, temporale.
La nave è estensione orizzontale, il bosco profondità.
Difficile, oggi, resistere alle navi per trovare il bosco (che si trova ovunque, in realtà, perché si tratta di uno stato dell’essere).
Bisogna continuare a cercare, però.
AMORI IN DETTAGLIO
In fondo, se ripenso a tutti uomini che ho amato, c’è sempre stato un dettaglio che ha corrotto l’attimo in cui era ancora possibile fare quella virata che avrebbe diviso le nostre vite.
Con l’ultimo compagno, buffo, il dettaglio fatale mi fu rivelato da una frase, una semplice frase che si è incuneata nella memoria. Fu durante un momento difficile, uno di quei momenti in cui la mia luna muta forma e colore, barattando il suo pallore perlaceo, la sua forma rotonda, come il profilo di una collina, con una lancia appuntita, irrorata di sangue, con la quale invece di ferire gli altri ferisco me stessa.
Mentre mi dibattevo nel mio dramma interiore, lui mi disse, semplicemente: "Piantala di fare Eleonora Duse appesa alla tenda". Eleonora Duse appesa alla tenda? Eleonora Duse appesa alla tenda.
Quando qualcuno rovescia sulle nostre tragedie il sale dell’ironia, e ci fa apparire ridicoli, all’improvviso muta in noi lo sguardo sul mondo perché ci vediamo da fuori, non dall’interno. E lui aveva ragione, accidenti. Aggrovigliata nel mio malessere, nell’enfasi teatrale di quella condizione uggiosa, mi sentii in quell’attimo "tirata fuori", scaravantata all’esterno. Quella che guardavo, agganciata al suo dolore, somigliava tremendamente a Eleonora Duse aggrappata a una tenda.
Fu uno schiaffone. Ma mi fece bene.
Credo di essermi innamorata in quel momento.
Perché più che l’estasi della carne, la vertigine provocata dalla lama dell’intelligenza che ti solletica la gola, ti mette a nudo, scarnifica le tue fragilità, quella vertigine, dicevo, desta una corrispondenza elettiva che ti rimane addosso come un marchio di fuoco.
Di quello che invece fu il mio magnifico amante in un periodo attraversato da uragani che si alternavano a siccità, ricordo il dettaglio che nella memoria segnò l’ora dell’attrazione irrevocabile.
Si affacciò, quel dettaglio, durante una cena al ristorante (ci conoscevamo da poco) in cui lui con un gesto insofferente si allentò la cravatta sul collo e se la tolse infilandosela rapidamente nel taschino della giacca.
Quel gesto aveva un qualcosa di animalesco, di sensuale. Era come la brezza atlantica, come una foresta amazzonica. Con quel movimento rapido era come se si fosse spogliato. Spogliato per me. Spogliato del protocollo, del ruolo, del limite con cui "le buone maniere" inamidano le nostre giornate.
Sentii qualcosa di selvaggio. E in quel momento lo desiderai.
Di un altro amore remoto, disperso nei frammenti del tempo in cui la memoria come un’onda si assottiglia fino a scomparire per poi tornare di nuovo, schiumante, portatrice di immagini effervescenti come la spuma che si infrange sulla riva, ricordo la voce profonda, assolutamente svincolata dall’identità anagrafica. Sembrava appartenere a un uomo mentre lui era appena poco più che un ragazzo. La sua voce sgaiattolava fuori dall’età per cantare il suo canto di sirena. Non feci come Ulisse, non mi legai al palo. E in quella voce mi persi.
Ma ci fu anche il grande amore impossibile, come in ogni vita che si rispetti. Il romanzo che si fa carne, si fa sangue.
All’inizio si trattava di simpatia, di confidenziale piacere nella conversazione. Ero protetta da una relazione importante, lui anche. Magari fu per questo che ci sporgemmo più in là, sicuri delle nostre certezze. A un certo punto, lo smottamento che provocò mesi duri, difficili, in cui il cuore soffriva per il rettilineo della ragione. Mi chiesi tante volte, nel corso di quei mesi, come eravamo finiti a nuotare l’uno negli occhi dell’altra senza senza scivolare mai fuori dalla nostra pelle, lacerando quei confini ormai così fragili.
Come cominciò? Sempre per un dettaglio che ancora adesso si profila nel nitore della memoria.
Eravamo a Napoli, di notte. Stavamo guardando il mare, affacciati su una terrazza circondata dal buio. Le luci della città, dietro di noi, sembravano stelle appoggiate sulle colline. Davanti, un’isola. "Sai cos’è quella? E’ Nisida". Non so, forse fu come girò lo sguardo verso di me. O forse fu il suo sorriso orgoglioso, un sorriso di vulcano e di mare, di acqua e di fuoco. Come la sua città. In quell’esatto momento il dettaglio planò su di noi disegnando il suo sigillo nel futuro della mia storia.
(Aurora Semente, Dove tace il tempo)
Le nostre passioni sono fatte di dettagli, di sfumature.
Non riguardano solo gli amori ma ogni cosa. Gesti minimi che trasformano in scintilla di passione il quotidiano. Prospettive, punti di fuga, angolazioni nel chiasso delle giornate.
LIBRI E POI?
Peccato che molti lettori siano persone terrorizzate dalla vita. Molti, non tutti.
Del resto, "leggere" è più facile che "vivere". Provare per credere.
Si parla spesso di religioni e politiche consolatorie, senza pensare che il libro è un magnifico, terribile, refugium peccatorum.
Può diventare, se usato male, uno scudo, una roccaforte, un alibi.
Non a caso molte persone "si scindono" nel rapporto tra vita e lettura-scrittura. Così come molti "intellettuali". Esercitano nobili virtù se isolati e immersi nelle loro carte, franano miseramente sui loro limiti se esposti al crogiuolo del mondo.
Citare le parole di altri, bellissime, commoventi, piene di significato, è interessante se poi però queste stesse parole non vengono trasformate in una litania, da recitare come un rosario.
In Will Hunting – Genio ribelle Robin Williams è uno psichiatra che cerca una breccia nelle sofisticate difese mentali di Matt Damon, ragazzino precoce, onnisciente, che risolve acrobatiche formule di matematica, consuma librerie, cita a memoria i filosofi di ogni tradizione ma non riesce a trovare il coraggio di un confronto reale con il mondo che lo circonda, non riesce a sconfinare in un contatto epidermico con la vita affinché la sua umanità trovi senso e compiutezza.
A un certo punto però Will Hunting va in crisi.
E ci va quando è costretto a interrogarsi su sé stesso. Lo psichiatra colpisce la sua corazza mettendolo davanti all’evidenza del confortante “dialogo con i morti” che non possono interagire.
Chi sono i morti? Sono gli autori classici che Will ama leggere e menzionare, e che diventano un sudario che occulta la vulnerabilità a cui si esporrebbe attraverso un legame concreto con gli altri. In altre parole, a cui si esporrebbe se vivesse la vita.
Dovremmo riflettere un poco su questo aspetto.
Essere vulnerabili non è una macchia, un’onta. Tutt’altro. Però non basta rifugiarsi nei libri. Loro, "i morti" illustri, vivono in noi a patto che riusciamo a trovare risorse anche nelle relazioni "coi vivi", per quanto infimi e miseri possano essere.
Per salire bisogna prima scendere. Ma non piace a nessuno.
Vivere significa sporcarsi le mani rotolando in questa discesa terribile.
Ma alla fine, sporchi di fango e sudore, è forse possibile guardare in su.
Farlo davvero.
POLITICHE 2
Siamo figli dell’epoca,
l’epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle ha una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell’altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.
(Szymborska, Gente sul ponte)
Non c’è niente da fare. Non si può sfuggire al fatto che ogni cosa sia anche politica. Si può non votare, evitare di scegliere un partito, schivare giornali e trasmissioni televisive, rintanarsi nella grotta della Sibilla, ma la politica è sempre lì.
In ogni gesto, ogni pensiero, ogni parola. Illudersi di esserne immuni significa cadere in un tranello magnifico.
D’accordo, non ci piace, questa politica. Non assomiglia neanche un po’ agli ideali luminosi della Repubblica sognata da Platone e da altri filosofi che nelle epoche hanno provato a tracciare una strada, un’etica, un percorso in cui gli esseri umani potessero, accidenti, diventare meno lupi e più uomini.
Diciamo, anzi, che forse mai come in questo vagito del nuovo millennio, e nell’estrema unzione di quello appena defunto, la politica ha scoraggiato chi crede nella possibilità di un mondo governato dalla giustizia e dalla libertà, al di là della cortina prodotta da una democrazia molte volte illusoria (ma questa è un’altra storia, complicata, ci torneremo un’altra volta).
Però non possiamo fuggire, ficcare la testa sotto il cemento delle nostre metropoli per non vedere che là fuori, e intorno a noi, muore il sogno, la possibilità di un futuro per i nostri figli, l’adesione a una realtà finalmente emancipata da quel maledetto anello di potere che corrompe ogni pezzettino d’oro sparso qua e là.
Anche non votare è un gesto politico. Come politico è ignorare ogni fatto politico.
Pia illusione, quella di non volersi "sporcare le mani" con gli intrighi di Palazzacci, i naufragi nei Translatlatici, i triangoli tra politica, economia e informazione.
Molti si rivolgono all’arte, ai libri, alle meditazioni, coltivando nobili virtù mentre però altrove, nel mondo, prosegue l’olocausto dell’etica, avanzano gli stermini del diritto (e del dovere, ricordiamocelo bene) e della solidarietà fra esseri umani.
Non partecipare è una resistenza assai blanda. Sembra un po’ quella degli ignavi di Dante.
E tuttavia va bene anche questa, a patto che si dica la verità. E cioè che ce ne stiamo lavando le mani. Certo, "turarsi il naso" per tuffarsi nelle puzze della politica non è uno sport lusinghiero. Ma è necessario. Perché di fatto ogni atto è comunque, ripeto, un gesto politico.
Non si scappa dal mondo. Solo gli eremiti reali, non quelli immaginari, in fuga da sé e dalle proprie nevrosi, sono forse capaci di una "politica" superiore, quella di un regno celeste.
Ma per gli altri (Chiesa inclusa) la vita è politica. Dunque occorre schierarsi. "Estensione del dominio e della lotta" oppure tentativo di virare prima che il Titanic raggiunga l’ iceberg?
Nel "meno peggio" dobbiamo trovare la forza di fare una resistenza. Così come ogni giorno, la nostra polica personalissima, quella che si sovrappone e si mescola alle macro-politiche dei nostri sistemi, influenza e condiziona chi ci sta accanto.
Ma non basta, questa nostra politica, se la disinneschiamo da una partecipazione più ampia e, soprattutto, se crediamo così di evitare quella cosa schifosa (sì, in gran parte lo è ) che è la politica dei governi, delle istituzioni, dei popoli.
Qualcuno mi parlava, recentemente, del fatto che ci sono solo due modi di affrontare il potere: usarlo oppure esserne usati.
Così questa persona ha scelto di diminuire i "gradini" di potere che possono influenzarla, condizionarla, appropriandosene e cercando di usarli per ottenere più libertà.
Perfetto. Non fa una piega.
Purtroppo la vita è lotta, è scelta continua, schieramento. Anche nello scegliere, ogni giorno, fra Bene e Male, l’uomo è costretto a non abbandonare mai la sua arena.
Dunque ripararsi un un aureo castello al di fuori delle cose del mondo (che sono cose politiche, sempre nell’accezione offerta anche da quel genio scintillante della Szymborska), ignorando i fatti "là fuori" e i gruppi che prendono posizioni, serve piuttosto ad ammantarsi di stelle che però somigliano, guarda un po’, alle patacche che si appendono sulle divise di poliziotti e marinai.
Insomma, per quanto difficile, il balugìnio di questo mondo richiede presenza, coraggio. Consapevolezza dell’importanza di essere ma anche di essere, allo stesso modo, inseriti in una Terra vibrante in cui ogni nostra scelta, perfino la più stupida, insignificante, ha un colore politico.
Possiamo fingere che non sia così. Ma appesantiremmo di più il già spesso velo di Maya. Che a volte sembra davvero una coltre.
ORACOLI DI SIBILLA
E incomincia a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia abuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve ssere una donna, una persona umana.
E come può diventare una donna, se i parenti la danno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi diveri sociali, affinché continui a baloccarsi come nell’infanzia?
(Sibilla Aleramo, Una donna)
Se pensate alle esternazioni di Veronica Lario in Berlusconi lasciate perdere. Si tratta di ben altro contesto. Con questo non vogliamo sindacare sulla scelta di fare di un rapporto di coppia un tour mediatico (pur attrezzati delle proprie sacrosante ragioni), di pubblicare una lettera privata su un quotidiano, di rendere "istituzionale" una crisi matrimoniale. Se ne stanno impicciando giornali e televisioni, che ci sono buttati come scrofe sul fango.
Qui vogliamo invece rendere omaggio a Sibilla Aleramo. Folle, selvaggia, inquieta.
La sua scrittura tesa, sempre sul bilico della vertigine, dell’affanno, salvo poi ricompattarsi, accesa da una fiamma di speranza, restituisce alle parole quella vibrazione profonda dell’essere in cui si specchia l’anima di una donna che ha fatto della sua vita una battaglia costante.
Ma Sibilla non è solo la scrittrice lucida, spietata, è anche un’ esploratrice della condizione femminile che sente di dover riscattare dai soprusi di troppi silenzi nei secoli. Da queste considerazioni agli eccessi del femminismo contemporaneo c’è una distanza simile a quella che occorre per attraversare a piedi il deserto del Gobi.
Fu sempre una combattente, Sibilla. Verissimo. E soprattutto non distolse lo sguardo dalla penosa condizione di un femminile consegnato a matrimoni polverosi, sbiaditi, proprio come quello di sua madre, che fu motore e carburante per la sua personalissima rivoluzione esistenziale.
A lei chi scrive ha dedicato un articolo sul primo numero di Silmarillon.
Non è un caso scegliere di battezzare una rivista parlando di una donna che ha vissuto numerosi scompigli senza mai abbassare il capo. Una donna che ha rovistato nella sua società, che ha pagato il prezzo dei suoi amori, di tutti, compreso quello per la scrittura.
Sibilla è moderna. Straordinariamente moderna.
Una donna, il suo esordio narrativo, è del 1906. Eppure, leggendolo, si ha la sensazione che la Aleramo ci parli "oggi", che il suo tempo (quello personale, non quello della Storia) coincida, come in uno degli incanti proustiani, con il tempo attuale.
Sì, è come una madeleine, leggere Sibilla.
Se ne esce arricchiti.
Con qualche malinconia in più, ma anche con la misura imponderabile della profondità di chi non si tira indietro davanti alla vista – spesso implacabile – delle sue contraddizioni.
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