SILMARILLON E LA MALINCONIA
Finalmente on line il nuovo numero di Silmarillon.
Il tema del dossier è Malinconia e creatività.
Un grazie particolare al blogger Kusanagi che ha contribuito con un articolo sulle suggestioni malinconiche di Tim Burton.
Un altro ringraziamento profondo a Claudio Lanzi, presidente-editore di Simmetria, che come sempre ci guida nel mondo degli etimi in un viaggio alla radice delle parole. E che ci regala l’articolo filosofico sulla Melanconia I, la celebre incisione di Dürer.
E un ringraziamento anche a Daniela D’Angelo, giovane editor e redattrice di adozione romana che ha offerto una escursione sulle valenze creative della malinconia.
Silmarillon è un esperimento particolare perché non aderisce a una corrente ideologica nè si schiera aprioristicamente. Cerca di essere un’indagine libera, senza "padroni", nel mondo della società, della cultura, della letteratura. Di oggi come di ieri.
Non è facile, in un mondo sempre più schierato che rifiuta il confronto con l’ambiguità, le intersezioni, le zone grigie fra il bianco e il nero.
Noi proseguiamo, grazie anche all’aiuto di blogger e amici che ci regalano gratuitamente i loro articoli.
Infatti Silmarillon è scaricabile in PDF. Non costa nulla.
Proseguiamo nel nostro impegno invitando chiunque, anche i nostri amici del Mulino, a contribuire con articoli, recensioni, idee.
Il web non è solo giungla, calderone, magma informe.
É anche qualità, dono agli altri di ciò che si pensa o si sa.
Noi sappiamo fare riviste culturali. O, quantomeno, ci proviamo.
In questo spirito di offerta e di condivisione, speriamo che la nostra comunità cresca piano piano.
Un caro saluto a lettori e scrittori.
Francesca
MODERNE INQUISIZIONI
MODERNE INQUISIZIONI
Il processo del secolo.
Il popolo degli Stati Uniti d’America contro l’orsetto Winkie
Il giudice prese posto e guardò grave l’orsacchiotto.
- Signor Winkie, – disse austero, – è accusato dei seguenti crimini -. A capo di ogni imputazione batteva il martelletto.
Terrorismo.
Crack.
-Tradimento.
Crack.
-Cospirazione per rovesciare l’esercito degli Stati Uniti.
Crack.
-Aver fornito sostegno a un’organizzazione terroristica straniera.
Crack!
-Possesso di componenti da cui si può facilmente assemblare un ordigno distruttivo come una bomba.
Crack!
-Centoventiquattro accuse di tentato omicidio.
Crack!
Crack, crack, crack eccetera.
(Clifford Chase, Winkie)
Geniale, bizzarro, struggente, il romanzo di Chase, uscito nel mese di Novembre per i tipi di Einaudi Stile Libero, è un libro bellissimo.
Racconta la storia di Winkie, un orsetto che all’improvviso si anima, prende vita, per ritrovarsi in un mondo feroce, ottuso, reso stupido dalla paura.
Quei trenta centimetri di pelo vengono imprigionati, interrogati, trascinati in tribunale in una modernissima caccia alle streghe in cui la strega è lui, Winkie. Scambiato dapprima per una femmina (la signorina Winkie), ricucito dalle mani pazienti di una donna delle pulizie che nella sua permanenza in ospedale, dopo la cattura, si rivela l’unica ad aver capito che si tratta solo di un povero, innocente orsetto di pelouche. "Nei giorni seguenti Winkie cominciò a stare meglio. Non perdeva più imbottitura. Sedeva sul letto e guardava la televisione. Quando un dottore di gran fama notò la cucitura rosa, disse ai suoi tirocinanti: – Sembra che l’operazione sia andata bene.".
Insomma, la storia ironica ma allo stesso tempo drammatica di Winkie diverte, turba, commuove.
Come quando Winkie rivive i periodi in cui era un orsetto felice, amato e coccolato da Ruth e in seguito, con il passare degli anni, dai suoi stessi figli. Tuttavia la vita di un orsetto è molto triste: a un certo punto viene abbandonato perché si diventa grandi. O perchè i bambini sono anche volubili, sadici, a volte feroci.
Nel disperato bisogno d’amore di Winkie, che vuole solo essere preso in baccio e premuto stretto stretto contro il petto, è racchiusa la metafora del bisogno profondo di ognuno di noi.
Tutta la storia di Winkie è una metafora.
Questa vicenda fiabesca, inquietante, solleva volutamente un quesito sull’arroganza dell’uomo, sulla sua cecità davanti al "diverso" ritenuto una minaccia alla norma codificata., estesa a giudizio universale.
Già, perchè è difficile non leggere nel romanzo anche una satira sulla in-giustizia americana, sui mezzi sommari, perfino stupidi, con cui si affronta la guerra al terrorismo.
I giudici, i poliziotti e i carcerieri di Winkie sembrano una massa di deficienti allarmati da un pupazzetto di pelouche alle prese con i suoi sentimenti e i suoi dilemmi morali.
Ma è un sorriso amaro, quello che sboccia dalla lettura di queste pagine. Perchè l’estremizzazione grottesca di questa storia straordinaria – che raggiunge le vette del fantastico ma le cui radici sono saldamente affondate sulla terra – è un invito cocente, senza vie di fuga, alla riflessione.
Il povero, commovente Winkie diventa il capro espiatorio delle paure di tutti.
Forse, se imparassimo a guardare meglio con gli occhi del cuore e non con quelli dei nostri fantasmi, scopriremmo tutti gli orsetti Winkie (nella nostra vita e più in generale nel mondo) che non siamo riusciti ad abbracciare.
O che, magari, abbiamo addirittura vestito con gli abiti minacciosi delle nostre paure.
Il romanzo di Chase è difficile da dimenticare.
In un natale spendi-spendi come al solito pieno di panettoni e lenticchie, la storia di Winkie può forse rendere questo evento meno superficiale.
CELENTANO DI SERA BEL TEMPO SI SPERA?
CELENTANO DI SERA BEL TEMPO SI SPERA?
Finalmente il sogno di Fazio si è avverato. Finalmente ieri sera Celentano ha animato il salotto di Che tempo che fa. Del resto, lo aveva atteso come il Messia, con tanto di countdown che, nelle ultime settimane, veniva recitato come una litania.
Ebbene, Lui è finalmente attivato. Tutti contenti, ci siamo spalmati sulla poltrona per seguire il duetto.
Del resto Celentano è un gigante. Un’icona, un mito.
Solo che la contentezza si è progressivamente smosciata, come un canotto bucato.
Lui, Celentano, è sempre affascinante. Quando canta, quando fa le facce sghembe, quando sta zitto e ti fissa da dietro gli occhiali da sole.
Farà un bordello stavolta? In fondo Rockpolitik ha diviso l’Italia con i suoi tormentoni lenti e rock, con il ritorno di Santoro, con le frecciate a Berlusconi.
E un’intervista dovrebbe essere comunque foriera di affondi e ironie.
E invece no. Forse ci sarebbe voluta la barbarica Daria Bignardi perché Fazio, se possibile, si è fatto più ripetitivo e ossequioso del solito.
E così i due fingono di improvvisare dei siparietti in realtà studiatissimi, artificiosi. Tra esitazioni, finti imbarazzi, pause meditate, il duetto non decolla mai. Non è pirotecnico ma denso di salamelecchi e ipocrisie.
Francamente se la menano troppo, i due, con la storia dell’essere scomodi, con l’ipotesi di una chiusura del programma dopo il fatidico invito di ieri sera.
Manco fosse venuto Bin Laden.
Perché semmai se c’è uno che rompe le palle ai poteri politici, e che adesso è davvero antitelevisivo, quello semmai è Beppe Grillo.
Tra l’altro le domandine di Fazio non sono per niente appuntite. Scolastiche, inamidate, sono politically correct.
Insomma lente. Per niente rock. Tutt’al più hanno il sapore del liscio.
Ovvia puntatina sulla manifestazione anti-governativa, che si risolve però in due battute "Per cosa hanno dimostrato?" fa Celentano. "Contro la finanziaria". "Allora hanno fatto bene".
Embè? Tutto qui? Acqua tiepida. Dove sono gli incendi annunciati?
Poi si parla di potere, di tv (con qualche battutina leggermente salace, tipo "Siamo a Raitre, non siamo alla Rai, ci vuole un po’ di elasticità), di comuni che insozzano l’umanità con gli inceneritori. Ma il tutto impeccabilmente demagogico.
Non c’è niente da fare. Quando Celentano smette i panni dell’uomo di spettacolo per fare il filosofo da molleggiato diventa sfigato.
Sì perché non gli si addice. E’ spocchioso, moralista. Più bacchettone di quella religione verso cui punta il dito parlando di satira.
Per fortuna quella peste bubbonica della Littizzetto attenua un po’ la imbarazzante marchetta di Fazio (pari solo a quella fatta a Padoa-Schioppa). Stuzzica il Molleggiato ("Come sei sexy. C’ho le ovaie che fanno la ola"), porta l’acqua, si mette nelle sue solite pose selvagge che stonano meravigliosamente con i deliziosi vestitini che indossa.
Dell’incontro rimane solo la monumentale bravura del "Cele", come lo chiama lei, il suo indiscusso talento ( non un "cretino di talento", come lo ha definito Bocca, ma un "talento rincretinito" perché molla questa abbondanza di doni per ostinarsi a fare il guru televisivo), la sua straordinaria capacità nel creare atmosfere magiche.
Rimane una domanda: tutto qui?
Eppure si poteva fare di meglio. Perché…come fa quella canzone?
E intanto il tempo se ne va…
ALTITUDINI
Liberaci, caro Spirito, dallo strepitare dei nostri telefoni e dai bisbigli delle nostre segretarie cospiranti contro l’Uomo (…), Liberaci da tutto il guazzabuglio di billets-doux, bottiglie di birra vuote, liste di lavanderia, direttive, pagherò e giocattoli rotti, dal caos terribile che questa vita particolarizzata, in cui così vanamente abbiamo tentato di fare ordine, si ostina torvamente a lasciarsi dietro; traducici, Angelo luminoso, da questo inferno di materia inerte e sofferente, che si va facendo via via più senile in un tempo per sempre immaturo, a quel regno beato, tanto più alto dei dodici venti impertinenti e delle quattro stagioni malfide, a quel Cielo del Caso Veramente Generale dove, non più torturata da tre dimensioni e immune dalla vertigine temporale, la Vita si tramuta in Luce, assorbita per sempre nello stabilmente fermo, completamente autosufficiente, assolutamente ragionevole Uno.
(W. H. Auden, da The Sea and the Mirror)
Le parole di W. H. Auden, intenso, struggente poeta inglese che riuscì sempre a trovare le suggestioni giuste per raccontare le altezze e gli abissi dell’uomo, ci rammentano la fragilità del nostro vivere, appeso al filo del tempo e dello spazio.
Ci tornano in mente gli angeli di Wenders, seduti sui cornicioni di una Berlino caotica, dolente, mentre ascoltano i pensieri sparsi di una umanità affogata nelle ansie del quotidiano. Voci che formano una litania invisibile eppure concreta, che recita una preghiera fatta di carne e di sangue, di ossa e di sudore.
Chissà se davvero gli angeli ascoltano i nostri formidabili pensieri. Sparpagliati ovunque. E sempre presenti, quando guidiamo e quando salutiamo, quando beviamo un caffè e quando accendiamo il computer.
Se uno degli angeli che vegliano il cielo sopra Berlino rinuncia alle ali e per Amore si tuffa sulla terra, mollando l’eternità, forse significa che questa vita, con il suo disordine e la sua disperazione, non è poi così male. Perché i suoni, gli odori, i colori rappresentano un’esperienza incredibile. Un "miracolo" inverso, visto dagli occhi di un angelo.
Per un angelo la terra è porosità, forma, materia. Il suo peso – così diverso dalle trame sottili a cui è abituato – diventa possibilità straordinaria per fare esperienza, quell’esperienza fatta di attrito, scintilla, manifestazione.
Chissà se davvero gli angeli invidiano la nostra vita. Di certo, nel suo destino terreno l’uomo vive un’occasione incredibile.
E tuttavia la difficoltà di questa occasione rende terribilmente sincere le parole che Auden rivolge all’Angelo luminoso.
La sua nostalgia per il silenzio al di là di ogni suono, per la cessazione della "tortura delle tre dimensioni", in fondo è anche la nostra.
Anche noi, in momenti particolari, abbiamo chiesto a un angelo di declinarci in un’altra dimensione.
Di strapparci alla malinconia di una casa distante nello spazio e nel tempo.
Eppure, eppure è bello essere qui. Malgrado i dolori, le angosce, i tormenti. Gli angeli ci aspetteranno.
Non hanno fretta come noi.
I VOLTI DI OSCAR
Nei giorni in cui il cinema propone Marie Antoinette, di Sofia Coppola, la memoria torna a Lay Oscar, Versailles no bara (La rosa di Versailles) il manga realizzato da Ryoko Ikeda.
La trasposizione animata, realizzata nel 1979, approda in Italia con il titolo Lady Oscar. Ed è subito successo.
Perché, in realtà, la storia di Lady Oscar "parla" attraverso codici universali. É una vicenda epica che riassume in sé molte altre facce, molte altre figure.
Nella letteratura ne incrociamo diverse.
Come quella di Joe, la scapestrata "piccola donna" di Louise May Alcott. Joe che vive da maschio, che osa sfidare il suo tempo e lascia la sua famiglia, se ne va a New York per misurarsi con la scrittura.
Come la figura di Orlando, la donna che migra nei sessi e nei secoli, ispirata a Virginia Woolf da Vita Sackville West, la sua amante. Orlando la cui ambiguità sessuale in fondo suggerisce la nostalgia dell’androgine che recupera entrambi i poli, quello maschile e femminile.
Impossibile, poi, non pensare a Giovanna D’Arco, la pulzella d’Orleans che guidò un esercito contro il nemico.
Ma, tornando indietro nel tempo, affiorano echi antichissimi, suggestioni mitologiche. Come quelle delle amazzoni, le figlie di Ares-Marte, le donne guerriero che popolavano le pendici del Caucaso. E quelle di Artemide-Diana, la dea della caccia. Fiera, combattiva, implacabile.
Lady Oscar vive in ogni figura femminile che affronta il suo destino.
Oscar nasce femmina ma "diventa" uomo, vivendo il conflitto e la contraddizione di un’ambivalenza che, in fondo, è la stessa su cui si regge il mondo (per quanto l’uomo tenti ostinatamente, disperatamente, di mantenerlo nel confortante orticello manicheo che non risveglia disagi).
Il suo dramma interiore la pone davanti a scelte difficili, come l’accettazione dell’amore clandestino della sua regina e del conte di Fersen, l’uomo di cui è invaghita ma che la considera solo un "caro amico".
E tuttavia Oscar è anche uomo. Lo è nella misura in cui lascia vivere il cavaliere che è in lei. Ha il coraggio e la forza, l’aderenza a un ideale, quello della fedeltà giurata alla sua regina (anche a costo del sacrificio del suo amore) che però non esita ra ovesciare quando, nel suo percorso, inciampa nelle ingiustizie sociali inflitte ai più poveri, a un mondo extra-personale con il quale a un certo punto fa i conti.
Allora i confini crescono e invadono i territori delle convinzioni, ribaltando i concetti di lealtà, servizio, obbedienza.
Senza entrare in oziosi dibattiti politici sulla monarchia di Luigi XV, la conversione di Oscar, la sua scelta di guidare il popolo verso la presa della Bastiglia, mostra la possibilità di un cambiamento davanti a un’idea in cui non ci si ri-flette più.
Certo, è un’eroina romantica, Oscar. Come Joe. E come Giovanna D’Arco. Poco importa che appartengano alla finzione o alla realtà. C’è sempre un po’ di realtà, nella finzione. E viceversa.
E non c’è nulla di male nel romanticismo che si distanzia dalla disperata esaltazione di una certa corrente (piuttosto decadente, a dire il vero). É il romanticismo delle passioni, sì. Delle anime "bollenti", non certo tiepide.
Eppure la passione misura con spietatezza i nostri attaccamenti. É la prova del ferro e del fuoco.
Lo sa bene Anna Karenina, ad esempio. Che porrà fine al suo attaccamento spezzando la sua vita su una rotaia.
Tuttavia, meglio vivere "surriscaldandosi", correndo il rischio di sbagliare, di incagliarsi, di avvitarsi, piuttosto che mantenersi nell’ombra accogliente che ripara dal vento.
Lady Oscar riassume in sè molti archetipi.
Un’eroina antica e moderna, diremmo. Purtroppo, però, come ogni eroina che si rispetti, si consuma troppo presto nell’alba del giorno.
E brucia via.
ISPIRAZIONI
Molto tempo dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa di sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.
(Garcia Màrquez, Cent’anni di solitudine)
L’incipit di Cent’anni di solitudine è forse uno dei più belli di tutta la storia della letteratura.
Un attacco fortissimo, che pone il lettore – immediatamente – davanti al dramma di un uomo che sta per morire. E cosa fa quest’uomo? Si ricorda di un espisodio lontano nel tempo. Si ricorda dello stupore provocato dall’incontro con il ghiaccio.
C’è una bellissima poesia di un altro gigante della letteratura, Borges, che si apre sui pensieri di un uomo nell’ultimo istante di vita.
Se l’incipit è così forte, per tutto il resto di un testo (poesia o prosa che sia) bisogna poi riuscire a non deludere il lettore. A mantenere lo stesso tipo di pathos, la stessa forza della prima riga. Non si può scendere dalla vertigine di un livello così altro, dirompente. E per far questo occorre uno straordinario talento. Come quello che animava la loro penna.
E se torniamo per un attimo a quegli ultimi pensieri sulla soglia della morte, con la porta aperta sul vuoto, sul buio che inghiottirà ogni memoria, ci rendiamo conto che forse, per alcuni di noi, potrebbe fiorire – come il loto in uno stagno notturno – una memoria antica, mai sopita, trattenuta in qualche anfratto dove i ricordi giocano a rimpiattino.
Ognuno di noi possiede il ricordo del momento in cui scoprì il suo ghiaccio.
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