SANTORETTE DI MONTECRISTO
Santoro come Platinette? Forse, a guardare la tinta platinata con cui si ripresenta in Rai. E non solo per quello assomiglia alla Platinette nazionale. Almeno per quanto riguarda l’ultima puntata andata in onda. Tema della puntata: la mafia.
Il giornalista inviato da Anno Zero insiste nell’intervistare, all’interno di un’edicola, un signore in odore di collusioni mafiose.
Segue un parapiglia in cui il giornalista viene invitato più volte a uscire, prima con le buone, poi con una infastidita via di mezzo, poi in mezzo a urla e spintoni.
E lui no, ritorna dentro con la sua telecanera, marca, incalza.
Più che nel programma di Santoro sembra di stare a Striscia la notizia, con Fabio e Mingo che tartassano pubblici amministratori e sindaci indolenti. Oppure durante una puntata delle Jene, con le due carognette che pur di perseguitare il malcapitato si lanciano in voli da Superman.
O sembra, peggio ancora, di assistere ai sensazionalismi di Platinette, che appunto abbiamo citato, che non si arrende prima di aver strappato un pettegolezzo.
Ma la mafia, appunto, non è un pettegolezzo. É faccenda seria.
E allora perché scivolare in questo giornalismo da avanspettacolo che per far vedere "che c’è" sculetta come una prostituta a Tor di Quinto?
Non ne abbiamo bisogno, grazie. Brutto scivolone, Santoro. A volte la voglia eccessiva di rivalsa tira cattivi scherzi. E il giornalismo serio, d’inchiesta, finisce per diventare un bisogno asservito alla voglia di dimostrare, a tutti i costi, che siamo tornati.
Quando ti guardiamo, tutto sudato nello studio di Anno Zero, tornato dopo "l’esproprio borghese", pensiamo che le tue passate e sacrosante ragioni rischiano di diventare solo livore, voglia estrema di un riscatto che in realtà può venire solo dall’esercizio del buon giornalismo. Quello che una volta sapevi fare. Quello che, per quanto mai certamente simpatico, portavi avanti in modo brillante ai tempi di Samarcanda.
Poi sempre più insolente a causa del Potere, sempre più assoggettato all’Anello.
Sicuramente sei preferibile a quel secchioncello di Floris, con quell’aria da studente modello che non si scuce mai troppo, con quel sorrisino saputo di chi ha rubato la marmellata (quella di Santoro?) e se la gode.
Ma ora, caro Santoro, anzi Santorette, in omaggio al platino che sfoggi sulla cucuzza, rischi che la tua voglia di vendetta ti faccia inciampare nel terreno in cui di solito ti muovevi con agio indiscusso.
Non sei Edmond Dantes. Il conte di Montecristo lasciamolo alla letteratura.
La vendetta migliore in questo caso è la bravura. É il fare un giornalismo efficace. Come quello dei tuoi colleghi di Report, che preferiscono spulciare con ostinazione mille carte, studiare a menadito gli incroci e i risvolti di una faccenda, verificarne tutte le possibili connessioni, facendo onore al giornalismo d’inchiesta.
Sono molto più aggressivi loro di quel salamelecco del tuo giornalista che stressava il tizio che non voleva rispondere (manco si fosse trattato di un personaggio di spicco, poi). Sono molto più perniciosi. Più insidiosi.
Insomma, il livore non porta da nessuna parte. Consuma soltanto l’anima.
Anno Zero rischia di essere il tuo personalissimo 11 settembre se non molli i torti del passato per guardare il presente. Senza agitarti, facendo solo il tuo mestiere. Lo sai fare. Altrimenti qualcuno finirà per dire: Meglio Fabio e Mingo che Santorette di Montecristo…
E non è il caso davvero.
I REGNI DI ARTU’
Quando ero indolenzito, o addolorato, o in preda alla confusione, tornavo al magico libro.
I fanciulli sono violenti e crudeli, e buoni, e io ero tutte queste cose, e tutte queste cose si trovavano nel libro segreto. Se io non riuscivo a scegliere la strada al bivio fra l’amore e la lealtà, non ci riusciva nemmeno Lancillotto. Potevo capire la tenebra di Nordred, perché si trovava anche in me.
E in me c’era qualcosa di Galahad, ma forse non abbastanza. Esisteva in me, tuttavia, la sensazione del Graal, profondamente radicata, e forse esisterà per sempre"
(John Steinbeck, prefazione a Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri)
Non a caso Steinbeck è un eccellente scrittore. Non poteva trovare infatti modo migliore per spiegare la sua fascinazione – antica, radicata nelle terre remote dell’infanzia – per le versioni medievali della leggenda di Artù, che a un certo punto riscrisse usando un linguaggio contemporaneo.
Le suggestioni delle saghe arturiane, al di là di alcuni scempi commerciali (televisivi, editoriali), sembrano valicare la porta del Tempo.
Vero, ognuno di noi ha in sé pezzettini di Artù, di Morgana, di Viviana e di Mordred.
Siamo onesti, coraggiosi, luminosi, e allo stesso tempo manipolatori, vigliacchi, umbratili.
La lotta fra le nostre contraddizioni fa parte della vita. La vita stessa è conflitto.
Come in ogni mito e leggenda, il Bene e il Male che si combattono nelle vicende arturiane non sono altro che immagini esterne della nostra quotidiana battaglia interiore.
E se vorremmo tutti essere come Lancillotto, ci troviamo invece a fare i conti con Mordred. E quando proviamo a estrarre la spada dalla roccia questa non ne vuole sapere, e rimane ferma, incastrata, a ricordarci, con la sua fissità, le nostre fragili migrazioni.
Eppure continuare a cercare di sollevare Excalibur, idealmente, è impresa nobile.
Perché ognuno di noi, in fondo, aspira a usare quella spada per lanciarsi nelle avventure in cerca del Graal.
E gli echi di cavalieri, di dame e di maghi, di regni incantati governati dalla giustizia ancora oggi ci sussurrano le loro storie.
Spingendoci a cercare.
COME UNA NUVOLA SULLE ONDE
La vita, insomma, è molto solida o molto instabile?
Sono ossessionata da questa contraddizione. Dura da sempre, durerà sempre, affonda giù fino alle radici del mondo, quest’attimo in cui vivo. Ed è anche transitorio, fuggevole, diafano.
Passerò come una nuvola sulle onde.
(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice)
Se l’esistenza di Virginia è passata come una nuvola sulle onde, le sue parole si sono invece fissate sulla carta per sempre.
Sono lì, a nostra disposizione. Meravigliose parole che raccontano storie (nelle quali lei rifletteva parti di sè, che avevano il suo nome, le sue paure, i suoi desideri), si fanno inchiostro per dare corpo a riflessioni mai stupide, mai banali.
Donna intelligente, Virginia. Troppo. E fragile, fragilissima. Quando la depressione la aggrediva sbatteva le sue ali di dolore tutto intorno, come una farfalla davanti alla luce della lampada.
Ma è proprio dalla consapevolezza di questa meravigliosa, terrifica precarietà che spuntò il faro (già, il faro) luminoso che guidava la sua scrittura nei sentieri tortuosi dell’anima.
Un’anima complessa, la sua, appoggiata su una fragilità estrema in cui però lei osava guardare l’abisso profondo di sè.
Ci entrava dentro fino a soffocare, talvolta. La sensibilità si tendeva fino agli estremi dell’universo mentre la pelle respirava dolore.
Ma non fuggiva.
Si attardava in quell’abisso in cui incontrava i mostri ma attingeva anche ai tesori.
Laggiù, dentro di sé, la vita perdeva consistenza e diventava quell’alone luminoso di cui più volte parlò.
E tuttavia senza consistenza non c’è più Terra, solidità. Volare o precipitare dipendono solo dalla forza di sopportare la visione di sè.
Virginia volò. E poi precipitò. Affogò. Scelse di affogare. E magari passò sulle teste degli uomini che invano la cercavano, quel giorno, nel fiume. Invisibile, finalmente libera, passò come una nuvola sulle onde.
PAUSA DA GATTI
Anakin, foto di Alina Padawan
“La probabilità matematica che un gatto faccia esattamente quello che gli va di fare, è una delle certezze scientifiche esistenti”
(Lynn Osband)
“I cani possono avere un padrone. Noi gatti abbiamo dei consulenti. Questo è il presupposto essenziale per una buona relazione tra noi e gli uomini.”
(Celia Haddon)
Insomma, dopo aver visto gli entusiasmi della community gattofila, la padrona del blog non è riuscita a trattenersi. Per una volta, al posto di cultura, letteratura e società, si parla di…Gatti. Piccolo intervallo "musicale"…
LA FAMIGLIA ALLAGATA
La famiglia allagata. Non è un refuso. È la condizione attuale della modernissima famiglia allargata. Siamo arrivati a toccare i minimi storici della decenza. Ci siamo arrivati davvero. Ci siamo arrivati dopo le rivendicazioni delle coppie gay (liberissime di amarsi, per carità, è un diritto che spetta loro; ma un figlio è un altro paio di maniche…il mammo o la babba in tandem possono causare smottamenti in un bambino - e non c’è bisogno di scomodare Lapalisse Crepet per capirlo – dopo le nonne ultrasessantenni che partoriscono il figlio degli antenati, dopo i figli surgelati in cubetti, dopo le banche del seme autenticato, dopo le famiglie degli ex che più ex non si può (affittiamo un caravan?), il peggio era ancora in agguato. Ma ci siamo impegnati e ce l’abbiamo fatta, a superare quella linea, già fragilissima. Ce l’abbiamo fatta.
Lo scopri sfogliando un giornale in cui ti imbatti nell’articolo che parla di Jennie Withers, splendida quarantunenne inglese che decide pubblicamente di cercare un socio in affari. Fin qui, nulla di strano. Ma indovina, indovina qual è l’affare in questione? Un prodotto all’ultima moda, un bene di consumo di prima necessità. Un bambino.
Contentissima della sua geniale trovata, sull’Observer Magazine lei cerca il socio-papà per fare l’affare del secolo. Lancia l’offerta. Prego, avanti il migliore.
In fondo Jennie sa cucinare, ha finito l’analisi senza strozzare sua madre, ha chiuso con le storielle veloci veloci e con quelle, lunghe lunghe, agonizzanti.
Insomma, ora si vuole bene, si è “ricostruita”, ha un lavoro, le stanno simpatici i bambini e ha deciso che deve essere mamma. Perché no?
“Mi piacerebbe essere incinta di qui a un anno. Amo tenere i bambini fra le braccia, annusarli (beh, auguriamoci che non sia una feticista alla Suskind). Domenica mattina ero al bar con un’amica e ci siamo dette: “Non può essere così difficile, no?”.
No che non è difficile, cara la mia Jennie. Ma non ti accontenti, vuoi addirittura il socio: “Credo che un figlio debba essere una joint venture, quindi non voglio ricorrere a un donatore”. Parole tue.
Beh, il marketing aziendale in famiglia finora si era fermato ai conti della spesa, non avevamo mai pensato…alla fornitura, alla produzione “in casa”, con il controllo della materia prima affidato a una società, non a una ditta individuale (come quella delle single si stanno battendo per le adozioni).
Non interessa, a Jenny, che sia gay oppure etero, libero o in coppia (della serie ndo cojo cojo…). L’importante è che dia un supporto finanziario “e abiti nei paraggi”.
Possiamo anche stare tranquilli perché si farà supportare dallo psicoterapeuta in questa avventura da Telefono Azzurro.
Ma siamo matti?? Piantiamola con la certificazione sociale dell’egoismo. I bambini sono doveri, non sono diritti. La famiglia nucleare – oggi praticamente smantellata – non era una bomba a orologeria ma un luogo, pieno di difetti e contraddizioni, che cementava i legami, dava valori, forniva una bussola.
E va bene, va bene modificare i costumi (o meglio, i consumi) ma c’è un limite. C’è un limite a tutto.
Spero che la tua società non finisca quotata in borsa, cara Jennie. Anzi, spero che il notaio il giorno della stipulazione scappi sul Kilimangiaro con la sua amante. Che il tuo socio trovi una società più salutare. Che il tuo psicologo vada in terapia. Spero, cara Jennie, che tu ti renda conto di aver ricostruito te stessa senza aver prima smantellato bene le vecchie fondamenta. Quelle su cui poggia il tuo robusto egoismo.
PAROLA DI ALDA
I nostri grandi amori. Oggi non ne esistono più, si è persa la favola. Telefonini, computer, sms. Mi trovi uno che scriva ancora lettere alla fidanzata, se ne è capace. Gli italiani sono sempre più cretini, malati di padreternismo, egoisti e primitivi. Mi era rimasto Berlusconi, l’unico che mi facesse ridere in un paese che non ride più.
Con la sua caduta è morto l’ultimo pagliaccio d’Italia, aveva una stupidità che incanta.
(Alda Merini, intervista, La Repubblica del 27 agosto 2006)
Pagina 75 di 83