IDOLI
"É tipico dell’insaziabilità, ma anche della veemenza degli anni giovanili, che un fenomeno, un’esperienza, un modello scacci da solo tutti gli altri.
Siamo allora ardenti e pronti a espanderci, afferriamo questo e quello, lo rendiamo il nostro idolo, ci assoggettiamo a esso, aderendovi con una passione che esclude tutti gli altri. E non appena uno ci delude lo facciamo precipitare dalla sua altezza e lo frantumiamo senza esitazioni; non vogliamo essere giusti: ha contato troppo per noi.
Tra i frantumi del vecchio idolo inseriamo l’idolo nuovo. Importa poco che esso si trovi a disagio. Siamo capricciosi e arbitrari con i nostri idoli; non badiamo alla loro sensibilità; esistono per essere innalzati e abbattuti e si susseguono in numero stupefacente, tanto diversi e opposti tra loro che rimmarremmo sorpresi se potessimo abbracciarli tutti con un solo sguardo"
(Elias Canetti, La coscienza delle parole)
Ha ragione, Canetti. All’interno di ogni uomo, gruppo, nazione, vive una sorta di "reliquiario", una galleria di personaggi amati, innalzati e successivamente abbattuti, come le statue dei dittatori. Ma non c’è senso di giustizia o attenzione verso l’esistenza di questi idoli in quanto rappresentano la coagulazione, la proiezione magnifica e scintillante dei nostri sogni, bi-sogni (e delle nostre paure).
Quanta fatica per non costruire icone! Ma non ci riusciamo. L’uomo ha bisogno di un dio vicino, più vicino di quello della sua religione, non importa quale essa sia. E guai se fosse un dio che tradisce: ecco allora che subito ne troviamo un altro, sempre pressati dal bisogno di quella perfezione che invece, per fortuna, sfugge ai confini della nostra esistenza piccina, fragile, limitatissima.
Il "tradimento" poi è tale solo in quanto siamo "noi" a viverlo così.
Canetti come sempre è un genio dello scavo esistenziale. Nella sua riflessione ognuno di noi può specchiare sé stesso e tutti gli idoli che mano a mano si è costruito.
Tutti gli idoli che si sono sfracellati gettandosi dalla roccia della nostra delusione nel momento in cui non ci hanno più rassicurato, né soddisfatto; tutti gli idoli in panchina pronti per una fulminea sostituzione; tutti quelli che a un certo punto hanno vacillato sul filo di rasoio delle nostre aspettative; i salvati e i sommersi; tutti gli idoli levigati con la cera, oliati e profumati, e tutti quelli dimenticati nella soffitta della memoria, nelle cantine delle perdute speranze.
Sempre pronti a trovarne uno, cento, diecimila. Non riusciamo a vivere senza perché saremmo costretti ad affrontare noi stessi.
Se tutti gli idoli si ribellassero, come fa Hal 9000 nel film di Kubrick, allora forse avremmo una speranza in più, anche se insieme a un oceano di solitudine.
Quando eravamo piccini erano la nostra bambolina preferita, appoggiata sul cuscino accanto a noi, o i pupazzetti disposti sui confini del letto come tanti villini a schiera, a farci compagnia.
Da adulti, ci corichiamo con l’immagine dei nostri.
Ma non abbiamo mollato, oggi come allora, il nostro romantico, caparbio, "scudo stellare"; la disperata proiezione salvifica capace di estinguere le nostre insicurezze.
Poco importa che abbia la faccia di Che Guevara o di Mao, di Madonna o di Jim Morrison, del guru o del fidanzato: si tratta sempre dell’icona irrinunciabile alla quale ci appendiamo come una scimmia sull’albero.
CULTURA DA BLOG
Divertente. Il mulino di Amleto è nato da poco e già alcuni blog, che hanno invece più di due anni e che appartengono al "serioso" mondo della letteratura e dell’editoria, per la prima volta si lanciano in cronachette divertenti. Forse perché si rendono conto di avere commenti così esigui da essere praticamente assenti. E sappiamo che ci conoscono e che a volte passano di qua per monitorare il nostro stato di salute.
Beh, non è la prima volta che qualcuno che si aggira nei nostri paraggi ci copia il modo di fare e le idee, incassiamo anche questa!
La cosa che fa più piacere è che alla fine alcuni di questi personaggi seriosi, di quelli magari incravattati, con giacchettine doc e camicie sartoriali firmate, devono ammettere che la loro seriosità…annoia.
Anche nel mulino ci sono estratti letterari, e ce ne saranno ancora di più a settembre, quando sarà nuovamente possibile afferrare i libri dalla libreria e pubblicare alcuni brani, ma rimane sempre un senso di leggerezza, nella consapevolezza dell’importanza della lezione offerta da Italo Calvino.
Insomma, non si può fare cultura solo citando, e citando, e citando. Magari con quella spocchia che ha fatto smarrire per strada molti lettori. O senza fare commenti, senza appoggiarsi anche alla realtà quotidiana.
Peccato che alcuni individui che si aggirano nel settore editoriale e letterario se ne accorgano solo ora, dopo anni di indefessa seriosità citazionista…ma a noi fa piacere, per carità! Si vede che facciamo le cose per bene…
Del resto internet è uno strumento magnifico ma, allo stesso tempo, agevola i già imperanti scopiazzamenti, specie nei settori culturali in cui la comunicatività e le idee sono spesso assenti…
Noi proseguiamo la nostra piccola battaglia per dare leggerezza alla cultura, o meglio restituirgliela, anche attraverso il sorriso, il divertimento.
Naturalmente non pensate che non troverete anche i libri e i giornali, anzi! Solo, ci sono diversi modi per raccontarli…
LA SCRITTURA CRETINA
Come funghetti velenosi, negli ultimi dieci anni sono spuntati – pressoché ovunque in Italia – corsi e seminari sulla "scrittura creativa". In futuro si organizzerà forse una facoltà universitaria? Laureato in scrittura creativa…mmh, non suona poi male.
Che significa, però, questa benedetta scrittura "creativa"? Spiegatecelo, illuminate la nostra arretratezza culturale.
Secondo i nostro modesti neuroni, l’atto di scrivere, a voler essere proprio pignoli, è già di per sé creazione, qualunque cosa si scriva, è creazione in quanto si dà forma a qualcosa che prima era inesistente.
Allora, in questo senso, anche la casalinga che fa la lista della spesa scegliendo la pera al posto della mela, o accostando lo zucchero al pangrattato, è in un certo senso creativa. Non è come scrivere un romanzo, va bene, e un vigile che compila una multa non avrà la fantasia di un pubblicitario che inventa uno slogan…ma questo basta forse a giustificare l’espressione "scrittura creativa"?
Si intende, con creativa, la diversità tra l’elencazione e la narrazione, la finzione, fino a qui i nostri quattro neuroni sono arrivati, ma ancora non capiamo perché sia necessario affiggere quell’ozioso supplemento alla parola scrittura. Scrittura e basta.
Scrittura narrativa, semmai. In fondo, la scrittura utilizza la creatività diventando narrazione, alchemica combinazione di parole e concetti. Si possono insegnare forse le tecniche, ma le tecniche non sono "creative".
Sì, sappiamo che Raymond Carver ha scritto un saggio nel cui titolo appare proprio questa espressione, scrittura creativa. Ma dissentiamo lo stesso.
Anche perchè le lezioni di Carver non sono come …le lezioni terribili di molti apprendisti scrittori che "insegnano" a scrivere un romanzo spillando quattrini ai poveri aspiranti narratori. E invece si è molto speculato su questo, abusando il termine, utilizzandolo per pretendere di insegnare…la creatività (anche la scrittura non si insegna, a nostro avviso. Solo il genio di Carver poteva farlo, ma di Carver ne nascono pochi, davvero pochi).
La creatività in fondo si aggira nei sobborghi della fantasia, quella che ha fatto sì che Pessoa, ad esempio, insieme alla registrazione dei quaderni contabili della struttura presso cui lavorava abbia scritto pure libri magnifici come Il libro dell’inquietudine. La creatività, la fantasia non possono dare frutti senza la dimestichezza con il linguaggio, ovviamente.
Ma la scrittura, l’arte di scrivere appartengono al talento. Che può essere affinato, allenato. Ma non può essere studiato, nè tantomeno appreso.
Non ci sono ricettari magici per diventare scrittori, ad eccezione del consiglio di frequentare buone letture.
Scrittori creativi. Mah…
Se volete scrivere, scrivete. Senza preoccuparvi di fuorvianti e arbitrari suffissi. Con un’avvertenza: evitate la scrittura cretina. Quella sì, esiste davvero.
POST DI FERRAGOSTO
Ero tentata di infilare il post senza scrivere nulla, e ci ho anche provato, ma è comparso un box che in pratica mi ha dato della cretina dicendo che il post era vuoto…
Uffa, non è libertà. Ho pensato di fregarlo inserendo dei puntini di sospensione, la mia silenziosa protesta verso i ferragosti del mondo, e stava funzionado, ma poi mi è venuta voglia di fare una piccola, nanoscopica riflessione:
ma perché a ferragosto dobbiamo mangiare i meloni in spiaggia premuti come sardine, tirarci i gavettoni sulla riva, tuffarci dal pedalò rischiando di fratturare il collo del nostro vicino? (versione da spiaggia)
ma perché a ferragosto dobbiamo andare all’arrembaggio di campagne e montagne, fare ore di coda per un pic nic sul praticello, intubarci nelle autostrade attaccati alle nostre macchine come fossero polmoni artificiali? perché per una gita fuori porta non basta uscire dal condominio ma bisogna invece recarsi nei luoghi "ufficiali" del ferragosto?(versione colline e dintorni)
Insomma, quanto lavoro per…non lavorare. Che traffico di cucine, prepara-pranzoni-o-panini, che organizzazione aziendale nel gestire le risorse umane nel loro giorno di liberazione, nel controllare e organizzare tutto quel traffico, quel can can che si spegne solo di sera, a luci finalmente spente, quando si torna dalla gitarella marina o campestre, e tutti stanchi, e felici, non si pensa che questo giorno è forse il più faticoso (insieme al 31 dicembre) di tutto l’anno…
Il Ferragosto anarchico è realtà di pochi. Appartiene, forse, a quelli che vogliono riposarsi davvero. Magari con un bel libro o una chiacchiera in libertà insieme a un amico, lontani dalle tarantelle umane, ai miscugli di carne e sudore, alla fatica di divertirsi a tutti i costi lavorando per non lavorare.
Buon Ferragosto, comunque…
MULINI SENZA -ISMI E -ISTI
A volte leggendo il mulino qualcuno sarà spiazzato perché troverà argomenti diversi fra loro, raccontati a volte in modo ironico, quasi sfacciato, altre volte terribilmente serio. Ma c’è un accorgimento per leggere Il mulino di Amleto, ed è quello della curiosità, e della misura analogica che coglie le affinità in esperienze diverse che hanno denominatori comuni (non sempre rintracciabili solo dalle categorie logico-razionali, per fortuna).
Il mulino di Amleto non appartiene a nessuna famiglia ideologica, purtroppo. In questo è molto "solo". Non è di destra, non è di sinistra, non è tradizionalista, non è modernista, non è ateo e non è religioso. Ma ha anche a che vedere con le faccende che riguardano tutte queste "famiglie". Solo che cerca di affrontarle da un punto di vista difficilissimo da praticare: l’intelligenza. Quella viva, duttile, non irregimentata in pre-giudizi che filtrano le cose del mondo. Inciampa spesso, intendiamoci. Ha tutte le sue fragilità.
Certo, fra queste famiglie ha le sue "simpatie". Ma è pronto anche a metterle in discussione. Perchè l’assoluto non è di questo mondo.
Le persone tassative, categoriche, tutte intelletto privo di cuore o sentimenti, non ameranno mai questo blog. E neppure quelle che tifano sempre e soltanto per qualcuno o qualcosa.
Perché si possono amare le tradizioni e allo stesso apprezzare alcuni segni moderni, si può leggere Platone insieme a Sibilla Aleramo, ascoltare i vespri in latino dei benedettini a Sant’Anselmo, sull’Aventino, e comprarsi un cd dei Pink Floyd o di Carmen Consoli, andarsene in cima a un monte soli soletti e godersi una cena fra amici in trattoria, proprio in centro.
La vita è ricchezza, possibilità. Dividere il mondo in bianco e nero agevola i nostri sonni sereni ma impoverisce la comprensione delle cose che ci circondano.
Attraversarlo invece, cercando di annusare i profumi (e le puzze, ovviamente), e farlo senza appellarsi agli-ismi (fascismi, comunismi, tradizionalismi, modernismi, spiritualismi, globalismi, no-globalismi, occidentalismi, orientalismi e via…ism-ando) rende un po’ orfani, un po’ cani sciolti (senza il collare o ci perde o ci si trova oppure, se si è fortunati, le due cose diventano una) ma è una delle strade possibili. In fondo, oguno sceglie la sua.
Ogni volta che usiamo un particolare suffisso, -ismo, perdiamo qualcosa della completezza che ci circonda. Dagli -ismi derivano gli -isti (fascista, comunista, buddista, pacifista, ecc.) e tutti insieme ordinano il mondo per categorie di appartenenza. Tuttavia l’intelligenza, perdonateci l’accostamento, "soffia dove vuole" e non può essere imbrigliata se è frutto di curiosità autentica, se è figlia di quella complessità che fa capire, prima o poi, che viviamo tutti nel grande gioco delle proiezioni, e che ciascuno (gruppi, persone) trattiene un pezzettino del mosaico globale che consente alla vita di manifestarsi. Senza Mordred i cavalieri di Artù non possono mostrare le loro virtù, così come senza Giuda Cristo non può compiere la sua missione salvifica. C’è sempre un "nero" che fa da controparte al "bianco".
Quindi cercare di abbandonare gli -smi e e gli -isti (il che non equivale a riuscirci, intendiamoci bene) è stimolo e fonte di ispirazione per l’intelligenza di cui parlavamo. Non a caso l’intelligenza, nel mondo antico degli dèi greci e romani, aveva a che fare con Ermes-Mercurio. Inafferrabile, rapido, sempre in moto. Mercurio non può essere fermato né tantomeno costretto in una gabbia. Significherebbe ucciderne l’essenza, cosa peraltro impossibile.
Amare o discutere cose tanto diverse fra loro produce, dicevamo, danni alla quiete notturna e altri effetti collaterali, però ha anche un pregio: ne vale la pena. E ne vale la penna. I blog sono spesso usati soprattutto per sfoghi narcisistici (IO ho fatto colazione e ho pensato a come era bella la nuvola che mi passava sopra il cielo. Punto. Sono fico, eh?), personalissimi. In realtà invece può diventare un diario che usa piccole cronache, appunti quotidiani, riflessioni di altri, per interrogarsi su cose che abbiano un interesse trans-personale.
Ad esempio oggi l’era della globalizzazione o produce l’annullamento dell’identità locale (più facile) o la esaspera fino a provocare una chiusura in difesa (più difficile). Bene, bisogna avventurarsi e riflettere su entrambi gli atteggiamenti. Ci sono, di nuovo un esempio, cose "positive" in una comunicazione moderna più allargata (insomma, se io condanno e basta gli eccessi tecnologici poi non dovrei usare la mail, né tantomeno un blog) che però viaggiano insieme a quelle "negative", fanno parte del principio della doppia valenza che pervade ogni cosa. E sono anche un po’ come Mordred e Artù, hanno ognuno bisogno dell’altro. Il problema è che quando prendiamo posizioni troppo severe ci condanniamo un po’. E trasformiamo il mondo in un tribunale. Questo non signfica non prendere posizione, ma guardare – o cercare di farlo – i doppi, tripli risvolti da ambo le parti.
Le idiosincrasie e gli episodi raccontati in modo ironico servono a far pensare, noi per primi, a quello che diciamo, alle riflessioni da cui prendiamo spunto. Ma prendere posizione, per noi del Mulino, non vuol dire mettere la cera alle orecchie e il prosciutto sugli occhi.
Non si tratta insomma di "buonismo" (che schifo, per carità) né di "ecumenismo" concilia-tutto accetta-tutto (molto New Age, mamma mia…), ma solo di renderci conto, al di là delle nostre simpatie e antipatie a volte tranchants, della quisquilia del nostro essere in relazione a una vastità che possiamo appena cercare di comprendere.
E di divertirci nell’attraversare luoghi diversi in cerca di sintonie o antipatie non guidate da un’appartenenza assoluta.
Ma torniamo al Mulino di Amleto. Se qualcuno dovesse essere spiazzato dai guizzi diversi tra loro, in campi diversi, scritti con linguaggi differenti, può domandarsi se per caso in sé stesso non viva, rannicchiata da qualche parte, una analoga complessità.
In fondo tutti a volte siamo divertenti e altre filosofi, a volte profondi e altre invece attaccati tenacemente alla superficie per fare un po’ di surf dopo le nostre immersioni, a volte ci sentiamo viaggiatori e altre pantofolai. A volte siamo forti, altre basta un soffio di brezza ad affondare la barca nel mare in cui navighiamo. A volte ci sentiamo vicinissimi a un’idea, altre volte ne vediamo i limiti. Insomma, per fortuna siamo esseri umani animati dalla possibilità di indagare il mondo e di misurare, di volta in volta, le nostre idee senza avere una confezione già preparata. Per fortuna o per sfortuna, certo. Ma per alcuni di noi è così.
L’avviso ai naviganti riguarda lo stile del Mulino di Amleto che nel suo "non stile", nella sua voluta "non identificazione" con un -ismo o un -ista è in realtà caratterizzato da una scelta precisa: la navigazione perenne in mezzo alle isole che circondano il mondo, salpando qua è là in cerca di riflessioni pronte però a "redimersi" davanti a un’idea o a una proposta diversa. Perché possiamo sempre cambiare idea, fino alla fine. Che bello, forse è la nostra vera libertà.
p.s. nota di bordo:
Il mulino di Amleto non ha niente a che fare con Il mulino Bianco. Ma di questo parleremo nel prossimo post
CRAVATTE E PRIGIONI
Non sapevo che la cravatta in origine era usata dai mongoli per trasportare i prigionieri agganciati ai cavalli.
Ma, a rifletterci bene, la cosa non mi soprende. Anzi, trovo il fatto entusiasmante. Ne abbiamo fatto il simbolo del lavoro, della City londinese, di Wall Stree, del Giappone modello di professionalità e avanguardia. E invece…ha origine da uno strumento per imprigionare!
E infatti siamo tutti prigionieri, oggi, del modello del lavoratore indefesso, con la giacchetta doppio petto o quella "amazzonica", a un petto solo, e la camicia sartoriale firmata (quando c’è scritto il cognome, poi, è meglio spararsi). E infine c’è lei, la cravatta, a fare da ciliegina sulla torta…vestita.
In effetti giriamo con un cappio al collo, pagando magari una somma cospicua per averlo pure firmato. Di seta, colorata, a fiori, tinta unita…la cravatta abbellisce la nostra prigione quotidiana, trasformando il cappio al collo in un segno di eleganza e riconoscimento.
Il famoso nodo, poi, una vera "tortura". Bisognerebbe chiamare un marinaio. Almeno per quelle come me quando, ragazzina, a Cambridge circolavo con una cravatta rosa fucsia di pelle (le macchie della gioventù).
Ogni giorno il prigioniero del sistema professionale prima di chiudersi nelle celle- ufficio si lega da solo, e di cavalli, invece di uno, ne usa più di cento (infatti ci va con l’automobile, di solito), consegnadosi spontaneamente.
Il fatto è che più i capi sono capi, più sfoggiano belle cravatte. Beh, per fare di un antico strumento di costrizione un segno distintivo, uno status symbol del dirigente modello, di fantasia ce ne vuole. Poi dicono che i moderni hanno smarrito l’immaginazione…
p.s. a proposito, a Londra e in Giappone da quest’anno almeno d’estate molte aziende hanno consentito il vestito casual. Si sono accorte che le persone si sentono più a loro agio e serene. Già, chissà perchè…
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