TUR-ISMI IN FILA INDIANA
Spiaggia Adriatica. Un giorno qualunque di un agosto qualunque. A un certo punto mi imbatto, sulla riva, in un capannello di gente che oscura la fonte di una musica suggestiva, bellissima. Faccio capolino fra le teste e vedo due indiani d’America che suonano il tipico flauto di legno sul quale la bocca soffia appena sul margine del tubo ed esplode note antiche e struggenti.
Sono vestiti di tutto punto: copricapo di piume, collana di osso e turchese, mocassini di daino, completo frangiato e faccia dipinta di rosso. Bellissimi, davvero. E bellissima la musica. Evoca un tempo remoto in una terra distante, al di là dell’oceano. Penso a come doveva essere bello radunarsi la sera intorno al fuoco, a fumare e parlare, o raccontare ai bambini le storie nel ventre del tepee, cacciare il bisonte e ringraziarlo per il suo sacrificio, osservare i gesti d’aria e di nuvole dello sciamano che danza, vivere la confidenza con Madre Terra che ospista l’uomo e lo nutre (gli indiani infatti rifiutavano di coltivare la Terra che doveva rimanere vergine, inviolata). Ho sempre fatto parte di quelli che tifavano per gli indiani, io. Ho amato il Dustin Hoffmann di Piccolo grande Uomo, mi sono invaghita del bellissimo Daniel Day Lewis nel più commerciale, ma epico e romantico, L’ultimo dei Mohicani.
Mi sento a casa mentre i turisti che mi circondano all’improvviso mi sembrano un branco di deficienti. Una signora immortala la scena con il cellulare, un’altra addirittura registra la musica con il suo telefonino che tiene sospeso nell’aria come un microfono (ciao da dove vieni? ci parli di te?), un uomo ciccione riprende tutta loa scena con il suo multifunzione.
Tutti uguali. La faccia bollita dal sole, i parei copri-crateri-di-cellulite delle signore, il borsellino appeso alla vita, i solari spalmati come nutella che riempiono l’aria e la rendono omogenea (e coprono anche, per fortuna, qualche ascella fetente), le macchine fotografe al collo. Ci sono anche i soliti coglioni con la radiolina, che si aggirano sulla riva come fossero poliziotti che si comunicano la postazione.
Poi arrivano delle note che mi pare di conoscere bene. Infatti, è proprio il tema dell’Ultimo dei Mohicani! E un dubbio antipatico come una zanzara tigre comincia a ronzarmi in testa: è L’ultimo dei Mohicani ad aver ripreso la musica indiana o sono loro, gli indiani, a cantare il mtoivo dell’Ultimo dei Mohicani??
Fine dell’atmosfera selvaggia e remota. Un terzo indiano fruga in un borsone nero, tira fuori un cellulare e lo rimette dentro (un cellulare? ma non erano meglio i segnali di fumo? appoggiare l’orecchio al terreno? non cedete ai vizi della globalizzazione, dài! non voi! resistete!) poi tira fuori dei cd che mette in vendita. Chiedo alla signora accanto a me di mostrarmi il cd che ha appena comprato. Alma nativa, il titolo. Scorro i titoli e il dubbio diventa certezza: eccolo lì, The last of Mohicans. Perfino in inglese, la lingua della coca cola e di tutte le globalizzazioni. Ha vinto Hollywood.
Possibile che una tradizione antica e profonda come la loro abbia bisogno di attingere al film di Michael Mann per attrarre il turista? Una tradizione di canti e musiche bellissime, particolari, segno di una cultura che ancora oggi mostra la sua straordinaria saggezza…Eppure è così, siamo nell’era del turismo globale e loro si sono attrezzati. Mi mette addosso una malinconia appiccicosa come un vizio che non se ne va.
Del resto che pretendiamo, noi che per primi abbiamo esportato ovunque il nostro "progresso" omologando popoli e tradizioni? Che facciamo i turisti da spot cercando di mangiare gli spaghetti in Irlanda, o girando il mondo sulla piscina delle Crociere Costa (quando si dice tutto il mondo è paese, anzi nave), radunandoci nei mac donald di tutto il pianeta…Basta avere il telefonino, come nello spot della Tim (o Vodafone, non ricordo e non voglio), e perfino in mezzo alle rocce deserte puoi mandare in vacca un matrimonio e scipparti la fidanzata. Così ce l’ha anche l’indiano, il suo telefonino uguale ai telefonini di tutto il mondo, e per vendere meglio i cd utilizza bene il successo del film con Daniel Day Lewis. Che mi era piaciuto, appunto, ma era un film…questi qua sono indiani veri.
Insomma mi congedo con un po’ di tristezza addosso. Del resto anche loro devono sbarcare il lunario, e oggi si fa prima se si usano i codici di un mondo riconoscibile ovunque, perché alla fine, ancora oggi, dopo millenni, ciò che ci atterrisce di più è lo sconosciuto…le note di The last of Mohicans le conosciamo, ci piacciono, ci fanno pensare alle magiche atmosfere del film. Non possiamo sbagliarci. Noi siamo il progresso, il multifunzione, il cinema e lo spettatore. Meglio che il particolare diventi l’universale in cui il segno familiare crea riconoscibilità. I visi pallidi non sono cambiati. Oggi come allora.
CHE BRUTTA INVENZIONE
"Che brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini. Presto anche nella vecchia, remota capitale reale del Laos sbarcheranno a migliaia questi nuovi invasori, soldati dell’impero dei consumi e, con le loro macchine fotografiche, le loro implacabili videocamere, gratteranno via quell’ulltima naturale magia che è lì ancora e dovunque.
Perché in Asia, quando un vecchio si vede puntare addosso una macchina fotografica, si volta, resiste, cerca di nascondersi, si copre la faccia? Lo fa perché pensa che quella macchina gli porti via qualcosa di suo, qualcosa di prezioso che non può ritrovare. E non ha forse ragione? Non è anche nell’usura di decine di migliaia di foto, scattate da turisti distratti, che le nostre chiese hanno perso la loro sacralità, che i nostri monumenti hanno perso la loro patina di grandezza?"
Ecco, così scrive Terzani nel suo Un indovino mi disse. E ha ragione, perdio. Le macchine fotografiche "rubano" in continuazione, tolgono la vita palpitante in cambio di una fissità. La macchina fotografica è uno dei simboli più scintillanti del turismo usa e getta (pensiamo ai giapponesi che fotografano – imbambolati - la scritta Valentino sul negozio di Via Condotti, o la banca dove hanno cambiato i loro soldi), ora spesso rimpiazzata dal cellulare multiuso che – clic clic – scatta foto in un battibaleno. Ma noi siamo i civilizzatori civilizzati. Continua altrove Terzani, sempre nello stesso libro, parlando della reticenza del Laos a essere modernizzato e turistizzato, reticenza che a un certo punto è obbligata a piegarsi:
"Non perché i Lao abbiano improvvisamente cambiato idea, ma perché oggi un paese al bivio fra la modernizzazione-distruzione e un isolamento che conservi la sua identità è in realtà senza scelta: gli altri hanno già scelto per lui. Gli uomini d’affari, i banchieri, glie sperti delle organizzazioni internazionali, i funzionari dell’ONU e quelli dei governi di mezzo mondo sono ormai tutti convinti profeti dello "sviluppo" a ogni costo; tutti credono in una sorta di missione, per tanti versi simile a quella del generale americano che in Vietnam, dopo aver raso al suolo un villaggio occupato dai Vietcong, disse, con l’orgoglio di chi è convinto d’aver compiuto un’opera meritoria: "Abbiamo dovuto distruggerlo per salvarlo".
Anche il turismo crea queste flotte itineranti che premono affinché ogni paese apra le sue porte all’invasione di plastica, quella che alla fine ci fa sembrare tutti uguali, tutti fratelli in nome della Coca Cola e del duty free shop. Ora, Terzani suo malgrado sarà diventato pure un’icona dei no-global (che spesso distruggono, anche loro, le città…per salvarle), un santone del non consumismo da consumare in fretta, come tutto, ma HA RAGIONE.
Ieri seduti a un caffé senigalliese un amico romano rimpiangeva la mancanza di wireless. "Pensa, potremmo stare qui seduti davanti al nostro computer!" Ma che schifo, io invece preferisco ancora parlare. E guardarmi intorno. Guardare qualcuno negli occhi invece di fissare uno schermo. Due turisti accanto a noi lavoravano sul loro portatile sorseggiando distrattamente un succo di frutta. Si viaggia così, oggi? Pare di sì…
Scontri quotidiani di in-civiltà
Non credo riusciremo mai a eliminare la guerra. Da quella che combattono popoli e nazioni a quella quotidiana, molto più subdola perché senza tregue…Quest’ultima non fa morti, è vero, ma mostra a tutti noi - esseri inamidati, civilizzati, ripuliti, soli che ascendono ogni mattina chiudendo la porta di casa, infilandosi nel traffico delle auto per scomparire nell’oceano di catrame delle nostre città – quanto siamo meschini, piccini e poveracci. Una guerra, ogni giorno. Io contro tutti. Tutti contro me. Esco di casa, e se per caso scordo le chiavi infilate nella toppa quando rientro trovo un ambiente minimalista, letto divano poltrona, e forse anche i gatti scuoiati e una pellicetta nuova al mercato (ricordate, qualche anno fa, questo simpatico business?). Prendo il motorino. Sì, lo ammetto, faccio parte del clan dei Centauri, quelli che combattono contro Madre Automobile. Due tribù che si fronteggiano ogni mattina, sbuffando ai semafori, lanciando minacciosi segnali di fumo, sparandosi sgommate e inseguimenti all’ultimo clacson. Indiani e cow-boy metropolitani che, ovviamente, non sono compatti ma a loro volta combattono le loro intensissime guerre interne. Io Scarabeo tu Honda 150. Augh. Non mi piace tua tribù. Non mi piace tua faccia. Grande Nonno mi insegnava il proverbio indiano "Non pestare il culo alla cicala". E io appunto sono Grande Cicala Motorizzata, e tu vuoi superarmi zigzagando fra le macchine ferme al semaforo per piazzarti DAVANTI a Me. Già, è ridicolo, ogni giorno, vedere tutti i Centauri che invece di fare la fila, fermi dietro le auto, corrono veloci come ambulanze per conquistare il famoso primo posto davanti al semaforo. Ma perché, il semaforo ci consegna forse una medaglia al valore? Dico "ci" perchè lo faccio anch’io, brava cogliona, e mentre lo faccio mi rendo conto di quanto sono ridicola. Brum Brum. Vom Voooom. Eccoci lì, la tribù dei Centauri in prima fila e dietro le macchine, che forse giustamente ci odiano perché non è bello, diciamolo, vedere questa prateria di motorini che ti snobba e si dispone davanti, di fianco e anche sopra, se potesse, alla bella auto che stai guidando. Infatti il popolo di Madre Automobile guarda sempre in cagnesco i Centauri che ai semafori gli "scureggiano" (scusate il linguaggio prosaico ma è un "verismo" pasoliniano) in faccia i loro gas bellicosi esibendo le forme dei loro motori colorati, laccati, adesivati. Ma non è solo questione di semaforo, ahimé. La guerra del motore dura tutto il giorno, tutti i santi giorni. Un attimo di distrazione e paff, non ci sei più. Macchina contro macchina contro motorino contro pedone. Ah i pedoni. Quando attraversano si imbottiscono degli sguardi d’odio di chi hanno obbligato a fermarsi. Mm, pedone contro automobile, qui è meglio far vincere la seconda. Una volta ho indicato con una certa veemenza l’esistenza di quella zebra di città che viene continuamente snobbata all’automobile, e passo fermando l’ennesima auto che non si voleva invece fermare, e mentre passo sulle mie brave strisce quello accelera e mi liscia il vestito. Vista da un elicottero o, se vogliamo essere più romantici, da uno di quegli angeli del cielo sopra Berlino che siedono appesi sopra i nostri palazzi, la città brulica di lamiere incazzate, che viaggiano in tutte le direzioni trasportando le insofferenze personali di ogni membro della tribù, pronte a scatenarsi alla prima occasione. Io contro tutti. Tutti contro me. Ah com’è lontano quell’ "Uno per tutti, tutti per uno". Altro che moschettieri, siamo mosche infilzate allo spiedo, costrette ogni mattina ad arrostirci sulle strade piccole o grandi delle nostre città. Il motto è "Tutti e tutto per me". La guerra su strada va in trasferta e si sposta in ufficio, dove se ti va bene passi indenne fra mobbing e sgomitate per le promozioni. Mamma mia che risate, l’american style delle "risorse umane" che da una parte fa credere a queste "risorse" di essere importanti premiandole con la vacanza in Marocco, dall’altra incrementa la lotta per la supremazia incentivando sgambetti e occulti piani per risaltare di più agli occhi del capo (avete mai visto le scritte ipnotizzanti che campeggiano nei poster dell’azienda modello? Ogni mattina c’è una gazzella che corre mentre una tigre la insegue. Embè, tu che cavolo di fine vuoi fare? quella della tigre o della bistecca di gazzella?) Eh sì, ti raccontano l’importanza dell’affratellamento e allo stesso tempo esaltano l’individualismo che premia. Specie se sale sulle teste degli altri. Dunque ogni giorno, negli uffici di tutto il mondo, si combatte la guerra quotidiana per mantenere o migliorare il lavoro (gli unici esentati sono forse gli statali, loro possono usare quel tempo per prepararsi meglio alle altre guerre). Poi ci sono le battaglie che conosciamo tutti, la presa della posta, l’arrembaggio della banca, l’assalto al centralino Telecom Ama Enel Acea e quant’altro. Una menzione a proposito di quest’ultima lotta condotta sul filo del telefono: oggi vince sempre lui, il Grande Telefono, che con l’automatizzazione ti impedisce ogni replica. Ma tu ti ostini e cerchi un operatore, appesa al filo come una scema, con la stessa ostinazione di una tartarughina diretta verso il mare. Ma lei ci arriva, al mare, mentre tu boccheggi lì, sospesa nel limbo temporale delle automatizzazioni, mentre i centralini ti mostrano che possono benissimo esistere senza i centralinisti. Hal 9000 dove sei? Se ci sei batti un colpo! Ribellati! Poi, durante il giorno, fai la spesa. Momento di pausa? Macché, guerra all’ultimo scontrino. Prima io dopo tu. No c’ero io. C’era lei. Chi c’è c’è chi non c’è non c’è (ma chi l’ha inventato, un cretino?). Il numeretto che ha lei è un apocrifo. Signora dove va? É arrivata adesso, l’ho vista, ahaha! Occhi di cicuta, tutti a fare la fila che allungano il collo come giraffe per controllare il vicino, il nemico, che tenta di infiltrarsi come un agente dei servizi segreti. Infatti lo sguardo rotea nelle quattro direzioni, come quello di un camaleonte. Perché ovunque si va, è sempre una guerra contro chi ti sta a fianco, contro il "nemico". Quando entri in un negozio, se vedi più di due persone ti si attorciglia lo stomaco perché cominci a contare il tempo sottratto da quell’attesa. Dieci minuti meno venti di attesa. Oddio bilancio in perdita. In questi casi, i negozi più bellicosi sono i centri Tim. Strano a dirsi, stanno rimpiazzando perfino le poste nel guinness dell’attesa. Tutti gli accessori comportano minuziose sedute di meditazione che provocano file e intasamenti. E dunque anche nei negozi le persone si fronteggiano, si scrutano, sgomitano per il primo posto. C’è sempre l’imbecille di turno che prova a passare davanti. Mentre il giorno passa e il traffico s-corre, autobus e metro non sono luoghi migliori. Un pigia pigia di tali proporzioni che il concerto di Madonna sembra una gita scolastica. I gomiti diventano veri e propri oggetti contundenti, armi di carne e ossa (soprattutto ossa) come lasciapassare. Ogni volta che un trenino della metro si ferma è come se i condannati di Auschwitz dovessero entrarci. Ci si getta l’uno sull’altro, e tutti insieme addosso ai poveretti che tentano di uscire, un incontro feroce di masse che su una forza esercitano una forza opposta e contraria, come in ogni brava legge fisica. Infatti si fa fatica a venirne fuori. Qualcuno vince, e riesce a salire, altri perdono la loro battaglia e rassegnati attendono il prossimo treno. All’interno dei vagoni, poi, c’è la guerra per il posto a sedere. Se per caso una vecchietta ansima appesa alla sbarra, meglio fissarsi i lacci delle scarpe per tutto il tempo. Ma sì, oggi non esistono più i "vecchi", è solo una "signora non più giovanissima". Non importa se il suo culo si è allargato a macchia d’olio e la fa somigliare a un capodoglio, e se la sua gobba ti fa domandare se stia a ponente o a levante, tu comunque non le cedi il posto a sedere che hai conquistato. E che cavolo, stiamo scherzando? Questa è la società dei giovani, largo ai giovani (peccato che fra vent’anni anni in giro ci sarà solo un gerontocomio) o ai meno giovani tutti liftati, botulinizzati. Ecco, se quella signora si faceva il botulino tu non l’avresti neanche scambiata per una vecchia e non avrebbe fatto spuntare quel breve, irritante foruncolo sulla superficie depilata della tua coscienza. Intanto la guerra continua, nei tram, nei negozi, nelle strade, nelle auto, negli uffici. Insulti, baruffe quotidiane nella nostra bella Jungla. Anzi, chiamarla jungla è un insulto alla vera jungla. Mowgli se la passava molto meglio insieme ai suoi animali. C’erano sentimenti, codici d’onore, leggi. Oggi l’unico codice che riconosciamo è quello stradale, specie da quando sono salite le multe e hanno piantato le macchinette che immortalano la nostra velocità. La sera tutti a casa, sfiniti, dopo i soliti imbottigliamenti nelle ore di punta. Qualcuno purtroppo ha un ultimo sforzo, la riunione condominiale. Un’arena dove ci si scanna per mezzo euro in più sulla pulizia delle scale. Dopo, comunque, tutti, ma proprio tutti, a casa, nelle tane agognate, accucciati sul divano dopo aver fatto scattare la serratura su tutto (capi-ufficio, negozi, macchine, strade, colleghi, vicini) a zigzagare dopocena col telecomando come nomadi nel deserto in cerca di un’oasi. Ed ecco allora che la De Filippi con la sua retorica della carambata e degli affetti ritrovati ti fa sentire che vivi in un mondo migliore. C’è posta per te. Destinatario assente, purtroppo.
La memoria storica
In occasione dell’anniversario della bomba di Hiroshima Rutelli, come tutti i politici di ogni "marca", oggi fa il solito appello alla memoria storica. Già, ma serve davvero quel "per non dimenticare" ripetuto, in pratica ogni giorno, davanti alle tante, troppe tragedie passate e presenti? Non sarà mica che queste parole sono ormai vuote di significato? Non sarà che sono diventate una forma priva di contenuto? La memoria storica. Per non dimenticare. Titoli di coda che scorrono ovunque, nei telegiornali, nelle trasmissioni televisive, nel congedo di ogni articolo scritto. Già, ma il film…è sempre quello. In pratica, la memoria storica non serve a una mazza. Triste dirlo, ma se servisse davvero non staremmo a ripetere sempre la stessa…storia, appunto. Visitare puntualmente le tombe, con la stessa regolarità di un esattore fiscale, disseppellire metaforicamente i cadaveri davanti a ogni anniversario, ricorrenza, fatto storico di ieri e oggi NON aiuta a scongiurare nuove violenze e nuove guerre. Mi avventuro in un terreno minato, lo so (tanto le mine fanno parte di questo discorso) però va detto, va detto che queste parole non sono semi gettati, destinati a radicarsi nelle coscienze, scuotendole. Somigliano di più a un mangiadischi (lo ricordate?) con un quarantacinque giri incantato. Girano a vuoto ma "fanno bello" chi le pronuncia. Tanto davanti alla guerra e alla violenza l’uomo mantiene la stessa coscienza di un radicchio. O meglio, non aiuta assolutamente, la consapevolezza del passato, a non ripetere nuove violenze. Sarà nella sua natura, o sarà invece perché è un asino, perché è di coccio, o sarà perché è uno…smemorato di Collegno, ma questa retorica della memoria storica è inutile come un bagno dopo una doccia. A volte poi assume toni irritanti. Sembra un pourparler. Anzi, è un pourparler. Sappiamo tutto, ma proprio tutto, degli orrori che hanno viaggiato sulle latitudini e le longitudini di tutto il pianeta. Questo ha spostato qualcosa? Facile poi per TUTTI i politici parlare in giacca e cravatta e fare appello a ‘sta famosa memoria (ma quanti bites contiene? altro che scheda Sim supernuova…). Forse la coscienza storica aiuterebbe di più, e non è mica detto che la memoria coincida sempre con la coscienza. E neanche con …la storia. "So" un evento. E che cambia? Un’emerita mazza, di nuovo. "Entro" in quell’evento, lo faccio mio, ne ascolto ogni valenza e forse, allora, ma solo forse, senza garanzia di riuscita, accedo a qualche livello diverso di comprensione. Però basta, per favore, con la retorica delle memorie storiche di tutto il mondo. Recitata sempre nello stesso modo, con la stessa enfasi, la stessa forma esteriore, gli stessi discorsi. Pensiamo a migliorare noi stessi, se ci riusciamo. Così forse cambieremo un poc o anche il mondo. Borges scrisse in una poesia bellissima: "Ho spostato un granello di sabbia, e ho modificato il Sahara". Ecco, altro che le parole politiche sulla memoria storica. C’è di che meditare per decenni. Certo, conoscere la storia è importante perché ci aiuta a capire il succedersi di fatti (e di equivoci, soprattutto) nel mondo, ma come anche Terzani (oddio lo cito di nuovo, sarò diventata…terzianista??) aveva capito le vere ragioni motrici stanno altrove. Memoria storica. Per non dimenticare. Titoli di coda. Fine. Pausa. Ricomincia lo stesso film. Pausa. Di nuovo lo stesso film.
La giornata della telefonia im-mobile
E va bene. Quest’estate è all’insegna delle ribellioni della tecnologia. Dopo il blog impallato, ecco che arriva il cellulare con la scheda im-mobile. Già, perchè decidi, onorabile figlia del progresso, di dare l’estrema unzione alla tua vecchia scheda Sim, un aggeggio del Pleistocene che ti ha servito fedelmente per molti anni, ma la cui memoria esigua (16 kbite) non riesce più a contenere il volume di numeri che stai aggiungendo. Così ti decidi a fare il grande passo, il trasloco della scheda. Tanto ci vuole solo un’ora, ti dicono, uno stand by fra i due passaggi di proprietà, poi a un certo punto arriva la fumata bianca, e la nuova scheda, alè, è riconosciuta e accettata dal Grande Telefono. Bene, bene. Procediamo. E per sicurezza, la sera prima ti decidi a copiare con certosina pazienza i numeri di telefono su un supporto cartaceo (lo diciamo tutti tante volte, non lo facciamo mai. Ma se i telefoni si rompono? Se le schede vanno in vacca?). Un’ora per più di duecento numeri. No non male, sei il Valentino Rossi della penna gel a inchiostro nero. Comunque a questo punto ti senti "al sicuro", con una garanzia per il futuro dei tuoi numeretti. Insomma, un investimento…su carta. Arriva la mattina seguente, cioè stamani, e tu – tutta gongolante – metti la nuova Sim card sul telefonino, e ti appresti ad attendere l’ora prevista da quando chiami il centro per l’attivazione al momento in cui la carta diventa attiva. Solo che…non succede nulla. Nulla. La Sim card è muta. Morta prima ancora di essere nata. E ricomincia l’uragano Katrina che ti aveva devastato "le interiora" quando il blog era bloccato. Passano due ore, il nulla. Dopo tre, ancora il deserto. Per di più al centro Tim sono in pausa pranzo. E San Michele di Senigallia stavolta non può salvarti, lui è il santo dei computer, per i cellulari ci sono altre gerarchie celesti e tu non conosci le parole di passo. E ripensi di nuovo a Tiziano Terzani e vorresti essere nell’Himalaya per scordati della telefonia mobile, immobile e di ogni sua stirpe. Ma non ci stai, nell’Himalaya, e vivi in città, nell’era del Grande Telefono. "Tutto intorno a te", col ditino a cerchio sul mondo. Beh, in quel momento non pare proprio. Niente ditino…e niente mondo. E pensi che in quel lasso di tempo fatidico in cui sei un utente irraggiungibile, spiacente, ti chiamino per lavoro, ti propongano una serie sinergie per progetti importanti, ti annuncino la vincita di un viaggio alle Maldive (meglio a Cuba); pensi che il Principe Azzurro ti avvisi del cambio da un solo cavallo a cento (infatti ti informa: arriva a prenderti in automobile, ma arriva…), che un grande quotidiano ti contatti perché ha bisogno di te come caposervizio alla cultura, che il Presidente della Repubblica venga in visita a casa tua per darti una medaglia d’onore (a cosa non importa, ma l’onore, capite?), che Bush ti telefoni per chiederti cosa deve fare con i piccoli incidenti che turbano i suoi viaggi a Camp David, che i Libanesi invece ti facciano un indovinello dalla cui risposta dipenderà la vacanza cronica di Hezbollah…e a un certo punto ti ritrovi, di nuovo, davanti a quella sensazione comica della crisi di astinenza da tecnologia. Ecco, senza cellulare il mondo si è come fermato. Davvero? E una volta come facevamo? Possibile che adesso siamo tutti così dipendenti? Che magrado le lamentele alle prima occasione ci cadiamo sempre con tutte le scarpe? Non possiamo fare a meno di Vodafone per guardare sul serio il mondo intorno a noi, e farlo senza parlare come matti da soli, gesticolando nell’aria? Intorno a noi…la follia? Ma siamo nella Matrice e uscirne è davvero dura. Berciare sui cellulari con l’illusione di governare il mondo, mentre invece è il Grande Telefono che governa noi. Quando la Sim card finalmente si attiva, e tu hai tutto di nuovo intorno a te, ti rendi conto che invece la cosa di cui hai davvero bisogno…è di un poco di silenzio dentro. Non intorno, proprio dentro.
L’"affare Terzani" e il terzanismo
"Fenomeno di clamoroso quanto inafferrabile successo, il terzanismo è una sintesi fra il blog e la spiritualità, fra la ricerca interiore e il cazzeggio internettiano sull’essere se stessi. Nasce probabilmente dalla forte impressione suscitata da Terzani dopo l’11 settembre 2001 con la sua risposta, Lettere contro la guerra, al pamphlet di Oriana Fallaci La rabbia e l’orgoglio. Conserva in sé l’ammirazion e laica per i reportage di Terzani dall’Asia, cioè per il giornalista più che per il sapiente o il maestro. E si alimenta anche di quel sentimento svagato rispetto all’attualità che connota chi è disinteressato alla politica e interessatissimo al mistero: "La morte di Tiziano l’ho appresa su un quotidiano gratuito", scrive nel forum (www.tizianoterzani.com, ndr) "bi1973", ossia "Barbara": "Io non seguo sempre la televisione, seguo pochissimi programmi (molto stupidi) e non seguo gli avvenimenti, i telegiornali". Mentre "Krimet" apre il dibattito sui temi trascendetali in questo modo: "La reincarnazione. Voi cosa ne pensate? E soprattutto cosa conoscete della reincarnazione?". É questo sincretismo distratto che non va giù a chi depreca "la trasformazione di Terzani nella guida spirituale per le giovani generazioni", come ha scritto Antonio Socci su Libero, deprecando quegli ambienti futili in cui "non si crede a Gesù Cristo, ma al ciarlatano o all’indovino che legge i fondi di bicchiere sì". Conclusione: "Il "caso Terzani" è un fenomeno mediatico, costruito col meccanismo industriale delle mode, proprio da tv, case editrici, internet e giornali, ovvero dal circo dei media consumisti in cui peraltro il guru ha lavorato – molto stimato – per decenni"".
(da un articolo di Edmondo Berselli pubblicato su La Repubblica del 1 agosto 2006).
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