ATTIVISMI
Ho finito sei cuscini a punto e croce
Leggo Jane Austen e Kant,
sono arrivata al maiale con fagioli neri al corso avanzato
di Cucina Cinese.
Non devo lottare per trovare me stessa
Perché so già quel che voglio.
Voglio essere sana e intelligente e bella.
Imparo nuove vetrificazioni alla scuola di ceramica,
e suono nuovi accordi sulla chitarra,
a yoga comincio a impratichirmi con la posizione del loto,
non devo riflettere sulle priorità
perché so già quali sono:
essere sana, bella, e intelligente
e in aggiunta adorata.
Miglioro il servizio con un maestro di tennis
Faccio pratica nelle declinazioni greche,
e con la terapia dell’urlo primario tutte le mie frustrazioni
si sono dileguate.
Non ho bisogno di chiedere cosa sto cercando
Visto che so già cosa cerco
Essere bella, sana e intelligente.
E adorata
E soddisfatta.
E coraggiosa.
E colta.
E una splendida padrona di casa,
fantastica a letto,
e bilingue
atletica,
artistica…
Qualcuno mi può far smettere per favore?
(dal libro Distacchi di Judith Viorst)
La società moderna è amica del superfare. Un modo per fuggire da sè, riempendosi di attività frenetiche che ottundono eventuali questioni di coscienza o altre problematiche interne irrisolte.
Anticamente, l’ozio era una virtù. Oggi, invece, nella cultura del Produco Dunque Sono, anche le pause devono essere riempite.
Così diventiamo bravissimi in tutto tranne in una cosa: la capacità di stare fermi a contatto con noi stessi.
Invece di fare tremila cose, basterebbe farne una, e farla bene, trasformandola in strumento di meditazione.
Invece anche la meditazione, oggi, grazie ai guru palestrati diventa un fitness con presunzioni spirituali.
Insomma, siamo davvero lontani dalla capacità di stare fermi…semplicemente in compagnia di noi stessi. Perché scopriremmo il frastuono, ci accorgeremmo dell’attivismo frenetico della mente con le sue tarantelle smontate degli alibi di attività varie che ci impegnano coprendo i nostri rumori interiori. In realtà, dentro abbiamo un impianto Hi fi, e per non sentirlo spesso ci inventiamo mille cose da fare. Se lo ascoltiamo, possiamo vedere il caos che in realtà abbiamo dentro. Poi magari a un certo punto arriva il silenzio…E come si fa?
QUALCOSA DI CAMBIATO?
A 5 anni dall’11 settembre ci si interroga sul cambiamento storico provocato da quel giorno terribile.
Giornali, televisioni, internet e radio non fanno che evocare, ricordare, intervistare, frugare tra la memoria dei cari delle persone scomparse, quelle persone, tante, troppe, che subirono una mattanza imprevedibile per scontare, forse, “altre” responsabilità.
Come sempre il massacro degli innocenti genera orrore. E lo fa soprattutto se il massacro ha una portata tale da investire simbolicamente tutto il sistema occidentale sul quale abbiamo costruito le nostre certezze, il nostro benessere, i nostri valori.
Le Torri che sfioravano i cieli di Dio caddero sotto gli eserciti di Allah.
Da allora non si fa che parlare di scontro di civiltà.
Inutile, quindi, ripetere anche qui i discorsi sulle guerre al terrorismo, sul mondo che non sarà mai più come prima, eccetera.
Solo una piccola nota: il mondo non è mai più come prima ogni volta che muore un sacco di gente. E questo succede spesso, succede ovunque, in Africa come in Thailandia.
Certo, quando si muore perché attentano alla nostra vita il significato è ancora più aspro, drammatico, non ascrivibile al fato cosmico che lancia tsunami o terremoti.
Non è la prima volta che succede, però. E Hiroshima, ad esempio, che cambiò addirittura la geografia di un pezzo di terra?
Ora, cercando di sganciarci dagli schemi filo-americani o dall’antiamericanismo, che continuano a sbattere sulla faccia dei morti visioni diverse, teorie sui mercati e sulle condizioni socio-economiche, responsabilità e fattori religiosi, ricordiamoci che i morti hanno una faccia sola.
Una faccia che non è né americana né musulmana, né di destra né di sinistra.
Che non tifa Al Queida e neppure Bush.
La faccia della morte è la faccia più democratica e allo stesso tempo assoluta.
E qualcosa è cambiato da quel giorno, certo, ma questa consapevolezza non è ancora stata radicalizzata.
C’è da ricordare che chi oggi è buono domani può essere cattivo, e viceversa. E che il buono è anche cattivo.
Non è facile, lo sappiamo.
Asif Iqbal, cittadino britannico di origine musulmana che è stato torturato per due anni e mezzo a Guantanamo perché in sospetto di terrorismo, racconta che il suo incubo peggiore, al di là delle sofferenze psichiche e fisiche, riguardava proprio i “buoni”.
“A farmi tutte quelle cose orribile erano degli gli americani. Degli americani: come Rambo, come i buoni di tanti film, libri, fumetti, in cui i cattivi erano sempre altri, i russi, i gialli, i nazisti.
Scoprire sulla mia pelle che, invece, i cattivi erano loro, gli americani, ecco, questa è stata la cosa più dura”.
Se qualcosa deve cambiare, deve cambiare anche la consapevolezza che il mondo non è solo diviso in buoni e cattivi.
POLICINICO
Policinico. Non è un refuso. Anzi, lo ripetiamo: Policinico.
É quel lager che teoricamente si chiama Policlinico Umberto I, qui a Roma, ma che in realtà non merita tale nome.
Si tratta infatti di un mattatoio, un luogo in cui un’umanità ammaccata, dolorante, è alle prese con la spietatezza burocratica e umana di medici e infermieri più vicini alle Ss che a un personale ospedaliero.
Soprattutto al pronto soccorso, indice del reale funzionamento
di un ospedale, luogo di smistamento e diagnosi immediata per cure in seguito più approfondite.
Beh, se il grado di civiltà di un ospedale si verifica dal pronto soccorso, il modello del Policlinico Umberto I concorre con Auschwitz.
Ti capita di recarti lì per un orecchio infettato e sanguinante che oltre a gonfiare collo e mascella non ti fa più respirare dal dolore. Sono quasi le otto alla vigilia della notte bianca (che anche per te sarà bianca, ma non nel senso delle euforie weltroniane…).
Ti trovi all’improvviso in una sala d’attesa che sembra una stazione Termini notturna: uomini e donne accasciati per terra, alcuni addormentati sulle sedie, altri che si aggirano come fantasmi o fanno ossessivamente su e giù nel corridoio davanti alla sala, l’unica, in cui un medico, l’unico, vede man mano i pazienti.
Persone parcheggiate, ignorate, maltrattate. Una signora anziana è lì dal mattino per un dolore alla caviglia, all’improvviso scoppia a piangere perché non resiste più e si rifiuta di rimanere ancora stesa sul lettino (lì accanto c’è la zona “obitorio”, una saletta con tanti lettini su cui sono deposte persone ormai immobili come cadaveri per l’attesa estenuante. Non vola una mosca). Un signore prende le sue difese e la aiuta a chiamare un taxi per andarsene mentre l’infermiera la rincorre sventolando “l’accettazione” ormai firmata che fa di lei un’evasa.
In effetti questo posto sembra un carcere, peggio ancora, sembra Auschwitz.
Incurante di dolori, di crampi, di ogni tipo di sofferenza, l’infermiera legge ad alta voce i nomi dei condannati, poi separa un gruppo dall’altro sempre con quel tono metallico, e scansa ragazze pallide con la mano sulla pancia, uomini così vecchi che la loro faccia che sembra la falda di Sant’Andrea, blocca chi prova a fare capolino nella stanza del medico per accelerare un’assistenza negata da quattro, cinque ore.
Se questo è un ospedale, dici parafrasando Levi.
Perché un abbrutimento simile?
L’infermiera ha la stessa grazia di un giocatore di wrestling, la stessa pazienza di un toro a Pamplona, la stessa voce premurosa e avvolgente di Vanna Marchi.
Certo, bisogna dire che al pronto soccorso arrivano anche i furbetti, quelli che per non andare dal medico di base preferiscono il pronto-soccorso e magari sono lì per un foruncoletto irritato o un mal di gomito dopo due ore di flessioni in palestra.
E intasano, intasano ancora di più questo supermercato della sofferenza.
Ma c’è gente che sta male sul serio, perbacco, e che viene semplicemente ignorata. E maltrattata.
A un certo punti ti fanno entrare solo perché stai svendendo dal dolore, e sotto minaccia del tuo amico alla fine l’infermiera-macellara si decide a trascinarti dentro, dove però, in quel purgatorio, ti fai un’atra ora e mezzo in attesa dell’otorino che, ti dicono, è stato chiamato.
Lasciata lì, su una sedia a rotelle in una stanzetta, aspettando Godot l’otorino, osservi il tran tran di “militari” (le divise verdi e quel piglio autoritario fanno pensare a tutto tranne che a un servizio di assistenza) e speri che questa guerra finisca presto.
Ma da dove arriva l’otorino? Quando atterra su questo pianeta?
Sei sfigata perché becchi pure il cambio di guardia perciò la visita viene rallentata, archiviata, sospesa fra uno che si toglie la divisa e un altro che la indossa mentre magari fogli e chiamate si confondono nel casino.
Dopo tanto, tantissimo tempo e qualche accidente che ti lancia un’infermiera davanti ai tuoi solleciti disperati, finalmente Godot si manifesta e ti guarda l’orecchio.
Data la cura, lasci l’ospedale con un senso di disfatta e amarezza pensando ancora a tutti quelli che, buttati qua e là, attendono che il Policinico li assista.
Roba da denuncia. Vivere la sofferenza del prossimo in questo modo ignorante e aggressivo è una vigliaccata in un paese che si proclama civile.
Ma di quale civiltà stiamo parlando? Siamo sicuri che i veri barbari siano sempre altrove rispetto a noi?
p.s. gli ultimi post ispirati da liriche bellissime hanno subìto una virata notevole con questo ultimo inserto, ma anche questo fa parte della realtà. Si tratta della leggerezza contro la pesantezza….Chi vuole può comunque leggere di Auden postato ieri, che per motivi…mala- sanitari è restato in testa per pochissimo tempo.
CAMBIAMENTI
Vorremmo essere rovinati piuttosto che cambiare;
vorremmo piuttosto morire nel nostro terrore
che scalare l’avversità dell’attimo
e lasciare che la nostra illusione muoia
(W.H. Auden)
Proseguiamo la piccola galleria poetica che sembrate gradire, riflettendo su questi versi del poeta W. H. Auden a cui dobbiamo alcune liriche davvero magnifiche (come quelle, ad esempio, che si trovano nel libro Un altro tempo, pubblicato da Adelphi).
W.H. Auden cristallizza in questi versi una realtà terribile quanto sconcertante: l’essere umano è terrorizzato dai cambiamenti. Malgrado i proclami che più volte lanciamo nella vita, malgrado le annunciazioni più o meno “pubbliche” sulla nostra presunta, futura realtà nella quale giuriamo a noi stessi e al mondo che saremo diversi, malgrado le frasi tassative (“Niente sarà mai più come prima, giuro che stavolta sarò diverso”) con cui pensiamo di aver toccato la radice della nostra fissità trasformandola magicamente in mobilità, siamo invece appesi ai nostri schemi come scimmiette, come naufraghi avvinghiati alla zattera di una deriva temuta ma familiare.
Le metamorfosi dell’essere hanno bisogno di una estremizzazione in cui a volte si sfiora la morte per avere qualche possibilità di reale rinnovamento.
Come succede a Gregor Samsa, che all’improvviso si sveglia e si ritrova trasformato in un insetto. Se quella del protagonista kafkiano è una metamorfosi plumbea, metafora del un cambiamento dolente di un essere alienato al punto da diventare un insetto, la metamorfosi inversa, ovvero un ipotetico cambiamento verso uno stato “aereo” dell’essere, alleggerito da zavorre interiori, diventa davvero difficile da realizzare.
Perché siamo terribilmente pantofolai, e preferiamo percorrere all’infinito le strade ammaccate e dolenti dei nostri vizi, infilandoci sempre negli stessi, angusti anfratti in cui però, malgrado il dolore, ci riconosciamo, piuttosto che scoprire l’orrore della libertà.
Già, l’orrore della libertà.
Fa paura, la libertà.
Non riconoscersi più nei vecchi schemi coincide con il perdere l’identità (ma si perde l’Io, non il Sé). Meglio dunque una vita nei gironi infernali piuttosto che un solo giorno, da liberi, in Paradiso.
Tuttavia ogni volta che perdiamo qualcosa si apre una porta verso un cambiamento.
Il problema è varcarla.
SOLITUDINI
C’è una solitudine dello spazio,
una del mare,
una della morte, ma queste
compagnia saranno
in confronto a quel più profondo punto
quell’ isolamento polare di un’anima
ammessa alla presenza di se stessa –
infinito finito.
(Emily Dickinson, Silenzi)
Sarà perché dopo Etty Hillesum abbiamo voglia di rimanere in un clima più profondo, sarà perché ci siamo stancati dei tormentoni estivi, dei Calisutra e dei turisti di plastica., sarà perché ieri sera abbiamo visto la deriva antropologica di Unanimous, nuovo reality della De Filippi in cui una manciata di persone rinchiuse in un bunker sparano castronerie a tutto spiano, sarà perché il clima torrido di quest’estate che non vuole finire mai ci fa rimpiangere l’aria fresca che pizzica sulla pelle, ma abbiamo bisogno di spessore, profondità. Di parole “giuste” e non di quelle urlate, quelle a vanvera, quelle degli slogan e delle pubblicità, quelle politichesi.
Emily Dickinson in pratica non uscì mai di casa, ma riuscì a viaggiare come fecero in pochi, vera pioniera degli strati più profondi dell’essere.
Le sue liriche cantano l’amore in ogni sua forma, e testimoniano di come la clausura, forzata o cercata che sia, stimola sensi sottili, guida l’artista verso l’indagine sul velo di maya, lo esorta a sfinire la realtà con la sua ricerca di essenza.
Dunque non si conosce solo con lo “regolamento dei sensi”, per dirla con Rimbaud.
Emily in una stanza trovò il suo cielo, come direbbe Gino Paoli se dovesse cantarla.
Senza muoversi, girò il mondo intero.
PRONTO CHI SONO?
Succede che torni dalle vacanze e ti siedi al computer per postare qualcosa sul blog.
Ma il modem non funziona. Ti accorgi in seguito che è proprio la linea a essere muta. Da due mesi hai fatto il grande salto, da Telecom (meglio Telecoma, visto l’esodo di utenti dell’ultimo anno) a Infostrada, convinta forse dalla simpatia di Fiorello versione barbone che conversa davanti a un falò con il pleistocenico Mike Bongiorno. Del resto è vero, le bollette Telecom sono salassi e tu non vuoi finire a dormire sulle rive del Tevere.
Dunque, telefono guasto, dicevamo. Dopo un certosino controllo a cavi e cavetti, ti decidi a chiamare Infostrada e dopo una serie di slalom fra numeretti e voci metalliche di replicanti, finalmente imbrocchi il numero giusto per parlare con un operatore. Sì, una voce umana in quell’universo metallico spietato e perverso (come quando ti costringono a ripetere come un pappagallo il nome del tizio che stai cercando, mentre il computer continua: "Scusi, non ho capito" e tu avresti voglia di dirgli: Imbecille!).
Ecco, il tecnico ti dice che sì, in effetti c’è un problema (ma va’…non mi ero accorta) alla centrale e che risolveranno.
Va bene, errare è umano. Ma niente blog, niente telefonate, niente computer.
Se provi a chiamare tu, il telefono è muto. Se con il cellulare chiami il tuo numero, squilla invano.
A un certo punto però ti chiama un amico e ti dice che al tuo numero di telefono ha risposto…un’altra signora!
Verissimo. Quando provi a telefonarti ti risponde una voce femminile che non è la tua. Mamma mia. per un attimo pensi di essere dissociata, pensi che una parte tua…stia telefonando all’altra.
Invece ti risponde la signora Brioschi.
Dunque, tu telefoni a te stessa e la signora Brioschi ti risponde dall’altra parte.
Il problema si chiama inversione di cavi. Il casino l’ha combinato Telecom (la signora Brioschi li insegue disperata da tre settimane perché le avevano assegnato un numero e se ne ritrova un altro. Il mio, appunto) ma tu cominci un valzer di telefonate con il cellulare navigando di nuovo fra voci metalliche e numeretti per approdare infine all’assistenza.
"Sta chiamando da un cellulare" E porcamiseria lo sai, il tuo il fisso è stroncato da un inversione di fili.
Beata la signora Brioschi, almeno lei telefona e riceve telefonate con il tuo numero. Tu no.
Minacci cause e avvocati se non risolvono subito la faccenda con Telecom.
Stamani, però, ancora il vuoto.
Bip Bip Biiiiip.
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