RELAZIONI FELICI
La punteggiatura sembra "piccola" all’interno di un testo ma in realtà è potentissima. La forza non sta sempre nelle cose grandi…
No, non sono impazzita.
L’immagine e le parole sono tratte da alcune slide che sto preparando. Sempre prendendo spunto dalle lezioni (il bello è che i formatori, insegnando, sono i primi a formarsi perché trovano sempre nuovi stimoli e nuove idee), questi giorni sto riflettendo sull’importanza dell’immagine abbinata al testo.
Se la combinazione è felice si genera un’alchimia particolare. Come fare?
A mio avviso, la vera "magia" avviene quando l’accostamento è inusuale (un po’ come succede con gli aggettivi e i sostantivi). Come in questo caso. Yoda diventa il simbolo della forza che accompagna quei puntini meravigliosi che sostengono il ritmo di un testo.
Come lui, come il saggio Jedi, sembrano piccoli ma in realtà "la Forza in loro grande è".
Il matrimonio tra Yoda e la punteggiatura è, appunto, inusuale. Ci si sarebbe aspettato di trovare una sfilza di punti e di virgole, o, più audacemente, un uomo nerboruto. E invece bisogna spingersi ancora più in là, assecondando gli strampalati vagabondaggi della mente associativa.
Trovarci davanti a un’associazione inconsueta, che spiazza l’abitudine alla prevedibilità, genera una "rottura" nell’attenzione, un picco, un’allerta.
Cerchiamo modi originali per comunicare le nostre idee, i nostri contenuti.
Non si tratta di "epater le bourgeois" a tutti i costi (brutto vizio) ma di sforzarci negli accostamenti meno probabili e tuttavia sempre collegati attraverso i percorsi analogici.
Funziona sia con le parole (ne parleremo ancora) che con il loro abbinamento ai testi.
Come nei matrimoni, se si infilano sempre le pantofole e non ci si stupisce un po’, presto ci si annoia.
I rapporti fra parole, e fra parole e testi, seguono le stesse leggi delle nostre relazione umane. Se non ci stupiamo un po’, moriremo di noia. E un giorno "dimenticheremo"….
CREATIVI SI NASCE O SI DIVENTA?
In apparenza può sembrare una domanda “strana”, simile a quella che riguarda la gallina e il suo famoso uovo.
Di fatto, è una questione su cui ci si arrovella e si discute.
Per quanto mi riguarda, penso che creativi… si nasca. Non credo ai manuali spiccioli del tipo “Creativi in un mese e sette giorni e mezzo”, “Come coltivare la tua creatività e farne una piantina da salotto”, “Da oggi basta: sono un creativo!” e via dicendo.
Mi spiego meglio: possiamo affinare la nostra creatività, perfezionarla, lavorarci sopra… Ma non potremo mai diventare creativi se non lo siamo. E’ un po’ come pretendere che una patata si trasformi in una zucchina.
So di mettere in discussione le certezze di molti esperti (che, guarda caso, tengono seminari sulla creatività, scrivono manuali sulla creatività, fanno corsi a destra e manca sulla creatività facendo della creatività un business per…non creativi).
Innanzitutto vorrei chiarire una cosa: essere creativi non è particolarmente “fico”. E’ un talento, un dono naturale come altri. Forse è un elemento raro, questo sì, in una generazione che sempre più si adagia – complice internet – sui copia&incolla.
Ma il vero creativo non ha mai “studiato” da creativo. Nel senso che è qualcosa di cui si è impregnati, qualcosa che nasce nello spazio sottile e misterioso di un’intuizione. Ha a che fare con l’immediatezza, con un guizzo dell’immaginazione che crea qualcosa che prima non c’era. E lo fa, di solito, trovando vie alternative rispetto alla monotonia degli schemi abituali.
La creatività è sempre un atto di "ribellione". Nasce dalla rottura di una qualche norma codificata. Non si può imparare sui libri, esattamente come accade con la scrittura.
Possiamo coltivarla, farla maturare, allenarla. Ma la creatività è un po’ come i geni del nostro corpo: o ci sono, fin dalla nascita (in nuce, ovviamente) o non ci sono.
Certo, dai manuali si possono imparare tantissime “tecniche” delle quali, però, dubito un po’. Sicuramente aiutano, ma non sostituiscono.
Mi sono stupita, ad esempio, nello scoprire che c’è chi, nel mondo della comunicazione, crea disegni per spiegare i concetti e trovare così ispirazione. E costruisce teorie su teorie su come fare al meglio questi disegni. Mi sono resa conto che, per quanto mi riguarda, questi disegni sono già nella mia mente. Non li cerco, stanno lì. Mi aspettano. Nel senso che ragiono per immagini, “sento” per immagini, “pulso” attraverso le immagini (è anche una grande croce, questa, perché le cose del mondo ti attraversano come fossi senza pelle, non mitigate dal recinto della distanza razionale che corre solo sul filo "rassicurante" del ragionamento e delle parole).
Dunque per me è normale creare in continuazione geografie mentali popolate di colori e di immagini. Come è normale abbinare due idee distanti tra loro tramite un percorso associativo del tutto anomalo rispetto alle strade prevedibili.
Non riesco a capire come si possa “studiarlo”, ma evidentemente si può (anche se la cosa non mi convince).
La creatività è figlia di Mercurio, non di Saturno. E’ un’iridescenza improvvisa, imprevista, spiazzante; non è l’analisi metodica, il ragionamento che si attarda.
La creatività… crea, essere creativi significa “unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili" (Henri Poincaré)
Ecco, quel salto “quantico” che permette l’unione di cose diverse attraverso una nuova connessione è un po’, azzardo, come il figlio – terzo elemento – che nasce dall’unione di un uomo e una donna (due elementi).
E’ frutto di un grande mistero, di un seme particolare.
Per quanto riguarda una creazione meno…impegnativa, come quella della creatività nel quotidiano, o del suo farne un mestiere, i misteri, anche se “minori”, rimangono della stessa natura. E’ sempre una piccola creazione, un minuscolo ma significativo arcano.
Genera molta invidia, la creatività. Forse proprio perché è una perla rara. Ma, come dicevo, a ognuno i suoi talenti.
Non è retorica: difficilmente un vero creativo sarà anche ordinato.
Più probabile che annaspi nella sua scrivania, sommerso di carte e cartacce, che esca con il dentifricio in mano al posto delle chiavi di casa, che infili la porta del palazzo sbagliato, che vada dai carabinieri a denunciare il furto di un auto che ha parcheggiato altrove una settimana prima, che davanti alla matematica reagisca come davanti a un plotone di esecuzione…
Non è folclore, ahimé. Certo, conosco veri creativi con atteggiamenti “ingegneristici” che, però, fanno uno sforzo mostruoso (il vero elemento di “verità”, in questi casi, è sempre la loro scrivania da lavoro…).
Ho detto: difficile che un creativo sia ordinato, non impossibile.
Di certo il povero creativo è una mosca bianca nel mondo degli aspiranti creativi (vasto, esattamente come quello degli aspiranti scrittori).
Sicuramente per lui combinare felicemente un’immagine con una parola, o trovare un titolo azzeccato, o ideare una nuova tipologia di biglietto da visita, è quasi un “gioco”.
L’intuizione balena, va afferrata e se ne va, immediatamente. Ma è anche vero che in mille altre cose non brillerà sicuramente.
Ognuno ha i suoi doni, dicevo. Peccato, però, che spesso calpestiamo i nostri tentando disperatamente di impossessarci di quelli degli altri.
“A ciascuno il suo”, diceva Sciascia. Mi sa tanto che aveva ragione…
L’IMPORTANZA DEL CONTESTO
Sto preparando delle lezioni di comunicazione che mi stanno regalando un sacco di stimoli. L’altro giorno, cercando delle immagini a corredo del testo, mi sono imbattuta in questa "doppia" fotografia. L’ho trovata divertente e illuminante.
Nella foto in alto Iyengar, uno dei maestri yoga più conosciuti e apprezzati nel mondo, è immerso nell’ asana (posizione) Sethubanda, un asana di particolare apertura del cuore; nella foto in basso, la stessa posizione è tenuta da un ubriacone che invece chiude…la sua sbronza con un bel pisolino etilico.
La stessa posizione (ma, più in generale, la stessa cosa) assume valenze completamente diverse a seconda del contesto.
E questo genera un effetto "spiazzante" che ci ricorda come, per quanto illusorio, per quanto un sottile e beffardo gioco di maya, il contesto codifica e decodifica i messaggi che riceviamo.
Ciò che cambia davvero è l’intenzione interiore, ciò che siamo "dentro" rispetto al mulinello degli universi che ci circondano.
E in questo caso Iyengar el’ubriacone stanno…in due galassie diverse. Uno dei due si "sveglia", l’altro…dorme.
QUESTIONI DI STILE
No ai linguaggi inamidati…
…sì alla creatività.
Chissà perché, quando parlo di linguaggio uso spesso paragoni che hanno a che fare con l’abbigliamento. Forse perché le parole sono come un abito: vanno cucite addosso a quanto vogliamo comunicare. Danno una forma e un colore preciso.
In fondo chi lavora con le parole è un po’ come un sarto.
E’ bello cercare le parole "su misura".
Bisogna stare attenti a non cadere nei linguaggi omologati, noiosi, che ci circondano, accerchiandoci con quei fastidiosi modi di dire sempre uguali. E spesso "inamidati", privi di quel delizioso, anarchico svolazzare di pieghe.
Cercare di usare parole diverse per dire le cose. Ecco, questo è un esercizio molto stimolante.
Troppo spesso i vizi del nostro modo di usare il linguaggio mettono le pantofole all’espressività, le tolgono fiato e vigore.
Insomma, se vogliamo fare i sarti dobbiamo imparare le misure diverse, e specifiche, di ogni forma.
Ma il mondo artigiano sta scomparendo. E questo mondo non ha a che fare solo con il lavoro manuale. Riguarda anche il nostro modo di pensare e di scrivere…
UN SORRISO
Qualche tempo fa, in un giorno malinconico, mi sono regalata un libretto molto divertente: "Il buio oltre le seppie – e altre storie da libreria".
Raduna frasi, battute, scambi tra clienti e commessi delle librerie. Tutto vero, giurano gli autori.
Che sia vero o no, mi è tornato il sorriso…
Mi piace regalarvi qualche piccola "perla", invitandovi a comprare il libricino se volete farvi altri sorrisi …"colti".
BAMBOCCIONI: Può consigliarmi lei? Devo fare un regalo a un adolesente sui venticinque -trent’anni.
PRUDERIE: Mi serve la "Divina Commedia" di Dante, ma in italiano buono, non quello volgare.
SOL DELL’ AVVENIRE: Cliente: Dove trovo "Com’era bello il mio PCI"?
Commesso: Sotto, reparto Informatica
ARIBTER ELEGANTIAE: Avete "Il ritratto di Christian Dior" di Oscar Wilde?
CHE CI FACCIO QUI? Tenete i Moschini?
Scusi?
Quei taccuini neri con l’elastico
IN EFFETTI: In che ordine sono i libri, qui?
Ordine alfabetico per autore
E allora perché vicino a Tolstoji non c’è Tostoevskij?
CON LA P, MAMMA, CON LA P: Mio figlio vuole sapere se esite una raccolta di Dionigi L’aerofagita
PELLI EUFORICHE E TRISTI DESTINI
Il marketing non conosce pudore. E’ uno strumento luciferino nel creare desideri inutili, serpentine tentazioni nate dal nulla che finiscono per diventare i "vuoti a rendere" della nostra consumistica società.
A volte è divertente, però, osservare fin dove si spingono le invenzioni, osservare l’illimitata frontiera su cui si estende la fantasia dei maghi della vendita, degli strateghi del bisogno che non c’è (e che per questo va creato), dei demiurghi del brand che promuovono la rotazione di interi universi.
Ci sono settori particolarmente stuzzicanti per questo tipo di attività. Uno fra tutti, la dermocosmesi. Donne e uomini disposti a fare patti con il diavolo (appunto!) per non invecchiare mai, che, novelli Dorian Gray del nostro secolo si farebbero fare un ritratto (oggi al photoshop) per rimanere immobili, imbalsamati mentre il tempo scorre.
Gli acrobatici inseguimenti del consumatore in questo campo hanno addirittura creato un impatto linguistico cercando nuovi modi espressivi.
Oggi siamo arrivati addirittura alle "rughe di rottura" (nel senso che sono una scocciatura??) di Andy MacDowell, ex attrice e ora placida signora che mette la sua faccia al servizio di L’Oreal e soprattutto alla crema "euforizzante" per la pelle (stessa casa produttrice).
Beh, avete mai visto una pelle euforica?
Magari con i pori tutti dilatati per la felicità che danzano tra ciglia e naso? Oppure impegnati a brindare a suon di prosecco fino a barcollare fra una guancia e l’altra?
Non so, mi spremo le meningi ma non riesco a immaginare una pelle euforica. Immagino invece il triste destino a cui siamo sottoposti, destino di finzioni, di rimbambimenti davanti agli imbonitori del commercio senza ritegno.
Pelle euforica. Che cretinata.
Io non ci sto. Non faccio parte di "quelle che valgono". Almeno, non senso dello slogan di L’Oreal. E voi? Voi valete?
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