UN TAXI DRIVER ROMANO
I tassisti sono un popolo strano. Almeno qui a Roma, sono spesso un po’ "cafoncelli", arrgoganti, pronti a passarti avanti fregandosene delle precedenze. E sono furbi, furbissimi, specie quando ti fanno fare dieci kilometri in più scegliendo la strada più lunga o trafficata. Per fortuna non prendo spesso il taxi, io. Specie da quando, qualche anno fa, un giovane tassista che fece una improvvisa inversione di marcia laddove non era consentito rischiò di uccidermi: mi schiantai col motorino sul suo taxi cavandomela però solo con un gomito rotto e qualche contusione. Ma lui, furbo e cialtrone, modificò la dinamica dell’incidente (sotto shock io salii a bordo della sopraggiunta ambulanza prima di attendere l’arrivo – pachidermico- della polizia) a suo uso e consumo. E così dovetti fargli una causa per ottenere giustizia (si va avanti solo con "le cattive", a quanto pare).
L’altro giorno, invece, sono salita a bordo di un taxi e mi sono trovata davanti un insospettato signore. Destinazione: Termini. Di solito i tassisti chiacchierano del più e del meno, con quell’allegria ciarliera che contraddistingue il carattere di molti romani. Lui invece, un tranquillo signore di una sessantina d’anni, a un crocevia mi mostra una strana nuvola in cielo. "Guardi che bella forma". Verissimo: la nuvola, a cavallo del vento che quel giorno aveva spazzato via la pioggia degli ultimi giorni, si arrampicava sui palazzi del Vaticano da dove, ebbra di curve e gravida di un biancore abbagliante, osservava la città ai suoi piedi. E poi lui ha iniziato a raccontare di come oggi la nostra corsa sfrenata ci impedisca di osservare i dettagli. Sono d’accordo: il recupero della lentezza ci farebbe un gran bene. E questo signore continuava a parlare del perduto tempo, quello che in questa vita troppo breve viene rapito dal consumo ossessivo di giornate convulse, epilettiche, votate a un corri corri generale in cui alla fine, la sera, non resta nulla, solo tante vaghe impressioni, più fragili di quelle di un sogno. E così dormiamo ogni giorno, mentre un tassista percorre la città osservando la metropoli drogata dal "fare". Poi ha tirato fuori alcuni foglietti sparsi e me li ha consegnati. "Sono piccoli pensieri che scrivo ogni giorno". Che buffo, senza sapere che il mio mestiere, oltre a scrivere, è quello di leggere le parole altrui, mi ha consegnato alcuni brani del suo piccolo tesoro cartaceo. Un po’ sorpresa e imbarazzata ho posato lo sguardo sui fogli. Impressioni poetiche, dettagli lirici rubati fra una corsa e un’altra, odi d’amore e meditazioni filosofiche sul senso di un’esistenza fuggevole alla ricerca del senso occulto che giace dietro la patina della materia.
Un linguaggio semplice eppure profondissimo, in cui si avvertiva la frequentazione di alcune letture classiche, in cui echeggivano odi scolastiche assorbite con attenzione e rigore.
Gli ho fatto i miei complimenti. Sinceri. E ho pensato a come è buffa la vita. A come due persone, in un breve tratto di strada comune, possano condividere sensazioni lontane dalla solita superficialità. Quel quarto d’ora mi ha regalato un incontro particolare, che porto nel cuore.
Penso a quell’uomo, al suo taxi pieno di foglietti evasi dalla prigionia del lavoro. E alla sua capacità di trasformare una corsa in un breve momento di scambio e apertura. Con il suo fare confidente ma allo stesso tempo rispettosamente distaccato (sembrava quasi un signore uscito da un romanzo dell’Ottocento) mi ha conquistato.
Gli sono grata per quella corsa fuori dal solito schema.
No, non sono tutti uguali, i tassisti. C’è anche chi non parla del tempo o del calcio. C’è anche chi ti regala pezzi di nuvole…
PIOVE SUI PENSIERI
Neanche la pioggia ha mani così piccole
(T. Williams)
C’è poco da fare, aveva ragione Montesquieu con la sua teoria dei climi. Quando piove, quando fa freddo, ci sentiamo diversi, poco propensi alla gaia estroversione irradiata dai raggi solari.
Diventiamo assorti, avvolti da una melanconia soffusa, come una nebbia mattutina.
E i pensieri brillano come gocce di rugiada. Vanno in profondità, cercano l’orlo invisibile di quella notte immersa nel tempo prima del tempo, risentono di echi siderali che si appoggiano sulle stelle.
Mi piace, questa inclinazione dell’anima. La assecondo volentieri. Il sole ci rende spensierati ma a volte un po’ superficiali, tutti presi dalle forme della materia, pieni di ebbrezza primaverile, di scanzonate evasioni.
E invece la pioggia ti riporta "dentro", ti fa fare i conti con pezzi di te. Com’è bello, un cielo grigio di fine primavera. La pioggia sembra lavare via le inquietudini inutili, facendo spazio a quella sottile tensione che pervade ogni profondità. Lava via i rami secchi dei nostri pensieri, nutre la radice di metafore e associazioni, accarezza una gentile poesia.
Mentre scrivo, una manciata di luce sfuggita al cielo si diffonde sul palazzo davanti al mio, e dalla porta finestra osservo le piante che disegnano il loro profilo annunciando la sera.
E mi sembra di sentire una strana leggerezza.
GATTITUDINI
Non c’è niente da fare: i gatti continuano a essere per me fonte di fascino e ispirazione. Il mio gatto Anakin, che mi ha concesso la liberatoria per pubblicare la sua foto nel blog (ben sapendo che sarà ammirato nella sua beata espressione), ormai è un collaboratore fisso. Se ne sta sempre accanto a me, appollaiato sulla tastiera, a fissa dimora esattamente davanti (davanti, non di lato) allo schermo del computer per impedirmi di distrarmi da lui trafficando su quel "coso" orribile che cattura tutta la mia attenzione. E così sono costretta a mille slalom per cercare di sbirciare cosa sto scrivendo con una mano (mentre l’altra è impegnata nei famosi "grattini" sulla testa che tanto piacciono ai gatti) controllandone l’esattezza. Un po’ come quando al cinema, per la solita sfiga, uno spilungone si siede esattamente sulla poltrona davanti alla tua (sulla quale, vista l’altezza non propriamente normanna, tu affoghi) ignorando le vaste distese di poltorone vuote che si innalzano alla sua destra e alla sua sinistra. Il gatto no: lui prende la mira con consapevolezza, deve stare davanti e in nessun altro posto. Deve possedere tutta la tua concentrazione. Pazienza se inciampi nelle parole per un improvviso movimento caudino: il gatto è Re.
Lo sa bene chi ci convive. Ma anche se sono loro a ospitare te nella casa, e non il contrario, anche se ti riducono a brandelli sedie e poltrone, e ti svegliano di notte per gustare un crocchino, e ti portano code mobili di geco in mezzo al salotto (e tu corri a cercare il resto del povero geco sperando non sia troppo tardi), e ti fanno gli assalti quando muori di sonno…beh, malgrado questo e una serie di altri robusti motivi, il rapporto con loro è meraviglioso. Semplicemente, non potrebbero non esserci.
Tanto che a volte ti chiedi come facevi prima, quando non c’erano. E ti sembra impossibile…
PAROLE
Nel folto di noccioli spiccavano le infiorescenze pendule color d’oro pallido, e nei punti indondati del sole gli anemoni boschivi erano completamente schiusi, quasi a proclamare la gioia della vita, proprio come ai bei tempi, quando anche la gente poteva proclamarla. Esalavano un lieve sentore di fiori di melo.
Connie ne colse un po’ per Clifford. Lui li prese per mano e li guardò, incuriosito. " Oh tu, sposa inviolata della quiete"" citò dall’Urna greca di keats. "Mi sembra si convenga assai più ai fiori che ai vasi greci". "Violare è davvero una parola orrenda!" disse Connie. "E’ solo la gente che viola la natura". "Oh, non saprei…le lumahce e creature del genere", disse lui. "Persino le lumache si limitano a mangiarle, le cose, e le api non le violano". Era adirata con lui, che tarduceva ogni cosa in parole. Le violette erano le palpebre di Giunone, e gli anemoni spose involate. Come odiava, Connie, le parole che si frapponevano sempre tra lei e la vita; se c’era qualcosa che faceva opera di violenza, questo qualcosa erano proprio le parole: parole e frasi che succhiavano ogni linfa vitale dalle cose vive".
D.H.Lawrence, L’amante di Lady Chatterley
Mentre riporto il brano del libro che ho appena finito di leggere (e che ho molto amato) guardo fuori dalla porta-finestra del mio studio, dove il limone, l’arancio e il viburno mi fanno compagnia ondeggiando al vento gentile di questa primavera. E’ vero, a volte le parole si frappongono fra noi e la vita, altre volte ne restituiscono invece il sapore mobile, inquieto, colorato come un caleidoscopio.
Doppia valenza. E arcano del linguaggio che sempre si confronta con la vita. A volte vicendo, altre perdendo.
Oggi, tuttavia, se guardo fuori, e osservo le mie piante, non penso né a Giunone né agli anemoni. Penso solo che sono bellissime. Bellissime e basta.
LA “SINCERA VERITA’”
Sarò una rompiscatole con l’italiano, lo ammetto. Del resto, i mestieri che facciamo chi creano una sorta di deformazione professionale che ci porta a notare subito espressioni e situazioni legate al nostro contesto. Il mio è quello delle parole: sono perseguitata dalla mia abitudine a notarle sempre, scritte, parlate (e anche sognate).
Sto sistemando il mio bel terrazzo nuovo per la primavera, e ho chiamato un esperto di piante per farmi consigliare un impianto di irrigazione. Nella nostra conversazione – durata circa mezz’ora – non ha fatto che ripetere, come una litania: "Ti dico la sincera verità".
Sincera verità. Perché, esiste una verità che non sia sincera?
Il fatto di ribadire che questa verità sia "sincera" mi fa sospettare che esista anche un’altra verità…meno sincera. Ma la verità è verità. E basta.
Questa orribile espressione si è insinuata nel nostro linguaggio comune (anche se, pe fortuna, molti di noi non la usano) e fa parte di quei modi di dire non solo sbagliati ma anche antipatici. Perlomeno a me.
Non so, le sue sincere verità erano troppe. E forse non troppo sincere. Vi dico la verità: mi sa che chiamerò qualcun altro. E questa sì che è sincera.
PARTIRE DA SE’
Cominciare da se stessi: ecco l’unica cosa che conta. In questo preciso istante non mi devo occupare di altro al mondo che non sia il mio inizio. Ogni altra presa di posizione mi distoglie da questo mio inizio, intacca la mia risolutezza nel metterlo in opera e finisce per far fallire completamente questa audace e vasta impresa. Se invece pongo due punti di appoggio, uno nella mia anima e l’altro là, nell’anima del mio simile in conflitto con me, quell’unico punto sul quale mi si era aperta una prospettiva, mi sfugge immediatamente.
(Martin Buber)
Che dire? Iniziare una domenica con questo pensiero è faccenda piuttosto impegnativa.
Rimbocchiamoci le maniche, allora…
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