IL SOGNO
Il sogno viaggia dentro e fuori di noi. Ci appartiene, ci “segna”, traccia la strada che fatalmente percorreremo.
Il sogno è crogiuolo, groviglio, dedalo di sfumature, crocicchio di illusioni e fantasmi, desideri e speranze. È proteiforme come i colori della notte stessa, quella che per prima ci insegnò, da bambini, a valicare la frontiera diurna penetrando i giardini segreti.
Ma cos’è, esattamente, il sogno? Per l’uomo antico era la chiave di accesso alla trascendenza, l’oracolo notturno che arrivava da mondi lontani e avvisava, suggeriva, a volte taceva. In un mondo in cui tutto era sacro, il sogno era faccenda di dèi. Erano loro a inviare messaggi più o meno ermetici, a suggellare la veglia sulle umane questioni che da lassù, da quei cieli abitati, apparivano nel nitore di una trama precisa, tessuta da mani invisibili. Il sogno apparteneva a chiunque, alla strega e al sacerdote, al patrizio e al plebeo, al vecchio e al bambino.
Di sogni profetici è costellata ogni storia, sacra o laica che sia.
E se mentre Giacobbe sogna gli angeli vanno e vengono dal cielo, quando l’incubo notturno squassa la mente ogni deformazione luciferina arriva, con un brivido, a farci visita.
Eppure il sogno non è una realtà univoca. È ambiguo come ambigua è la vita dietro le apparenze della “ragione”.
Il sogno incanta, inganna, mescola, confonde. O chiarisce, certo. Dipende da sorti a noi impenetrabili.
Di certo nell’era moderna è Freud a ritrovarne il senso smarrito. Il progresso dei lumi, le sorti “magnifiche e progressive” lo avevano relegato nello spazio un po’ stravagante delle questioni “irrazionali”; svuotato del sacro di cui era parte, il sogno rimaneva appeso in una notte che non si faceva troppe domande.
Freud arrivò. E ne recuperò l’importanza. Ne indicò i simboli moderni che affiancarono gli antichi arcani.
Il sogno, dicevo, non è mai razionale né univoco. Ha tante direzioni possibili, collude o confligge con i nostri pensieri, ci precede o ci accompagna, si insegue di notte ma si insinua nel giorno, colorando la realtà attraverso una sottile invadenza che negli “occhi aperti” fa ritrovare la strada delle fughe notturne.
Ogni sogno è importante. Non ci sono sogni “maggiori” o “minori”. La partitura della musica onirica compie ogni giro e conosce ogni chiave. E se è vero che i sogni profondi ci restano addosso, è anche vero che i piccoli, “insignificanti” sogni in cui svuotiamo i residui diurni ci aiutano a integrare le esperienze che viviamo e che abbiamo vissuto.
Alcuni sogni sono “di razza”, sì. Ma anche i “meticci” hanno la loro importanza.
E di giorno, a occhi aperti, tutti continuiamo a sognare.
Sogniamo un mondo migliore, evadiamo dalle grotte del quotidiano per volare liberi, in alto, sollevati dall’ansia della materia.
Eppure se il sogno ci invade troppo diventa prigione. Perché la realtà è qui, adesso. Non ha vie di fughe, non offre scampo. Si accade, pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno.
Per calibrare sogno e realtà ci vuole un buon ago nella nostra bilancia.
Se l’uomo ha sempre esplorato i territori del sogno per dar vita a ogni slancio creativo, è anche vero che a volte nei sogni si è perso per sempre.
Entrare e uscire dal sogno richiede talento, sforzo e misura.
Per questo dobbiamo muoverci con molta prudenza da svegli.
E lasciarci sprofondare, di notte, nei luoghi impossibili abitati da ogni possibilità.
Online il nuovo numero di Silmarillon. Il dossier è sul tema del sogno.
Un grazie a tutti quelli che ancora una volta mi hanno regalato il loro tempo e la loro scrittura. Grazie, davvero.
TUTTI SU FAKEBOOK
Confesso: ho ceduto anche io alla tentazione. Sono su Facebook. Del resto, il mio lavoro si basa di comunicazione si basa anche sulle nuove tecnologie e i nuovi strumenti offerti dal web. Giusto, dunque, andare a dare un’occhiata.
Anche perché per visitare il sito devi essere registrato.
Così ho creato la mia pagina, provato a caricare qualche foto, cercato vecchi amici (ecco, di fatto su questo punto funziona davvero: ho ritrovato care persone nell’altra parte del mondo, sfumate nel tempo come accade ai titoli di coda).
Benissimo, bella esperienza. Con un click ritrovi vecchi amici. Ma poi? Che si fa su Facebook tutti i giorni? Si chatta, si chacchiera, si aggiornano le proprie pagine.
E così ho cominciato a imbattermi in frasi assolutamente indispensabili:
"Mi sto facendo la doccia"
"Che palle questa pioggia"
"Ho fatto il test Che animale sei?"
"Vado al mare"
"Vado in montagna"
"Sto a casa e dormo"
Insomma, uno zibaldone di assoulta necessità, per me e per il resto del mondo.
E. a questo punto, mi sono ritirata. Non capisco, forse sono troppo involuta per questo modernissimo mezzo. Ma a me di commentare questi squarci di intensa autobiografia davvero non va. E di me non saprei che dire…Che scrivo?
Oggi ho fatto la spesa
Ma a chi interessa? A me no di certo: l’ho fatta.
Forse posso evocare dubbi filosofici, sociali o sistenziali, posso sollevare punti interrogativi…
"Se ho sette caramelle e me e rubano due quante caramelle mi restano?"
La "scribacchio-mania" che oggi imperversa ha aspetti interessanti ma, diciamocelo, anche aspetti del tutto inutili. Forse ci vorrebbe, che so, una specie di "raccolta differenziata" delle comunicazioni.-..
E poi c’è il solito, vecchio discorso: i rapporti virtuali sono anche una trappola. Anche se ci si conosce fuori dal web. Il test di "immunità"al riguardo? Basta vedere quanto tempo dedichiamo alle tradizionali, faticose e impegnative relazioni "fisiche" dopo le nostre incursioni sul web.
Per questo Facebook è anche un po’ Fakebook.
Ci sono tanti "falsi" in circolazione, e non parlo del fenomeno, certo inquietante, delle identità "apocrife" piazzate sul sito, ma del nostro modo di relazionarci agli altri attraverso l’immagine che si decide di dare, protetta dalla frontiera del nostro schermo e del nostro mouse.
E’ un discorso che abbiamo già affrontato più volte, qui al Mulino.
E quando su Facebook vedo gente incollata allo schermo, tutta intenta a produrre intensi commenti sull’amica che ha comprato la crema antirughe (wow! brava! adesso sì che prendi il sole!) mi domando se non sia meglio provare a vederli, questi amici. Specie se abitano nella nostra città.
Non so, ma io continua a piacermi il guardare le persone dritto nelle palle degli occhi.
E poi, ho sempre una domanda che circola liberamente nella mia testa: ma la gente non ha niente da fare???
Visto che il tempo è sempre carente, mi domando quanto ne resti, dopo queste prolungate soste su Facebook, per fare ciò che ci piace. E, soprattutto, incontrare esseri umani "dal vivo". C’è ancora la stessa differenza che passa tra l’ascolto di un Cd e un concerto dal vivo. Almeno credo. O no?
MAGIC ITALY
Non mi occupo di polica ma di comunicazione. E devo dire che, malgrado tutte le sacrosante critiche al logo varato dal Pdl e presentato dalla Brambilla, non riesco a non pensare che in fondo si tratta di un logo…"onesto".
Onesto, sì. Perché rispecchia perfettamente quell’Italia oleosa e patinata che smerciamo all’estero. Quella delle cartoline, degli "spaghetti pizza e mamma mia", delle tovaglie a quadrettoni e dei mandolini strimpellati per gli stranieri.
L’Italia "estera" delle "fettucine Alfredo" ("who’s this Alfredo?" domandavo a tutti disperata, quando vivevo in America) e del "ragù with meatballs" (laddove le meatballs sono polpettone da mezzo kilo), della pasta scotta e delle salse di ketch up rovesciate sopra con disinvoltura.
L’Italia della gestualità estrema, ridicola, quela dei provoloni che acchiappano le straniere per strada…
Insomma, l’immagine posticcia che tanto piace ai paesi stranieri. Quell’immagine turistica e massificata, come quella delle statuine che affollano i negozi di Via della Conciliazione, come quella dei Centurioni davanti al Colosseo (prego – cheese – sorridere please)…
In fondo, a Berlusconi, uomo tipico della macchia mediterranea, vero "caratterista" della commediola italiana più spicciola, non dispiace questo logo così banale e scontato, come le sue comunicazioni.
LUCY IN THE SKY WITH DINNERS
Mentre Giulia beve la sua Coca Coca a casa della nonnina e gioca a carte con la sua famiglia, in giro per il mondo c’è gente che cena per aria, da Dubai a Tel Aviv.
Si tratta dell’ultima trovata "celeste" trovata in fatto di mode. E’ così trendy, ora, partecipare a una di queste lussuose cene che stanno riscuotendo un successone, alla faccia della crisi.
Personalmente, non vedo che piacere ci possa essere nell’essere issata insieme a una marmaglia elegante-vestita su una piattaforma, legata a una sedia (già, perché chi casca diventa una polpetta…non commestibile), a tavola con forchette e coltelli ben ancorati al tavolone, e tirata su a 50 metri di altezza.
Eppure, "fa fico".
Questa nuova, bizzarra trovata sta spopolando. Basta visitare il sito ufficiale spulciando menù, chef volanti, aereo-video e fotografie.
Bah. Boh. E ancora bah.
Semplicemente, trovo cretino spendere 15.00 euro – questo il prezzo dell’"altissima, purissima, costosissima" cena in alta quota. Una cena durante la quale non puoi nemmeno muoverti (ma come si fa a fare pipì? Si apre una botola sotto la sedia?), inchiodata come non capita neanche a quei noiosissimi raduni gastronomici per comunioni, matrimoni, anniversari e quant’altro.
Non pagherei mai 15.000 euro per stare incollata alla sedia. Manco fossi un politico!
A questo punto, preferisco quella "falsa" di Giulia. Io vado a mangiare da sua nonna. E voi?
LA PUBBLICITA’ AI TEMPI DELLA CRISI
Piccolo spazio pubblicità.
Ai tempi della crisi, si sceglie volentieri di menzionarla. E’ un esorcismo, un citare la parola incriminata per toglierle potere, per eliminare lo spauracchio, il bau bau, l’orco nero del nostro consumismo.
A me, personalmente, questa scelta non piace. Perlomeno, finora non ho trovato un modo elegante, efficace, nell’affrontarla inserendola negli spot. Che a volte finiscono per essere ancora più "falsi", più lontani dalla realtà, di quelle Borse che all’improvviso hanno rivelato la facciata bugiarda dietro la tracotanza, the dark side of the banks.
Stucchevole, posticcio, irritante. Mi riferisco allo spot della Coca Cola, quello che spara in scena Giulia, eroina post-consumista che alle vacanze in un resort preferisce la casa della nonna, alla pizza il sushi, al salame il caviale, al ristorante costoso un ragù fatto in casa…
Pare quasi un ritorno alla vita frugale, alle smarrite identità comunitarie. Un inno alla semplicità, al "fai da te fai per tre", ai valori tradizionali che si contrappongono a questa modernità così vuota, plastificata. Peccato che poi Giulia si tracanni litri di Coca Cola.
La prima volta che ho visto la pubblicità, che all’inizio mi aveva divertito, incuriosito (i disegni sono molto carini), alla comparsa ldella Coca Cola – sorpresa sorpresa! – sono rimasta basita. E mi sono sentita agguantare per i fondelli.
Non prendere, agguantare.
Perché davvero la Coca Cola è invece il marchio imperituro del consumismo, dell’omologazione, di tutto ciò che di global esiste al mondo. E’ perfino riuscita a venderci la sua immagine di Babbo Natale, che da allora – e per sempre, nei secoli dei secoli, amen – sarà identificato con il signore panciuto e rossovestito che gironzola nei nostri cieli tra renne e strenne. E che, ci scommettiamo, ha contribuito a tanti natali spendaccioni (a proposito: Giulia, a Natale che fai? vai a fare il cenone alla Caritas?).
Sento puzza di presa in giro. Sul serio, è ridicolo che una simile pubblicità sia propinata proprio dalla Coca Cola. E vada per le ricerche della felicità (molto diverse da quella del film di Muccino) a suon di lattine stappate, ma quest’ultima trovata pubblicitaria è veramente fuori luogo. Esageratamente fuori luogo.
Io mi sento presa in giro. Non c’è male, come "restyling" pubblicitario: dalle evocazioni di esistenze luculliane ed epicuree a una versione "saturnia", austera e rigorosa.
Beh, io di Coca Cola non ne bevo molta. Ma adesso ridurrò il suo consumo. Perchè voglio seguire i consigli di Giulia: invece di comprare lattine (che poi finiscono per inquinare) bevo solo acqua di rubinetto.
Giusto, Giulia?
COPY E INCOLLA
Il mestiere del copy ha a che fare con la creatività, l’inatteso, "l’urto" che sbalza fuori dal rettilineo di uno schema prevedibile attraberso l’ingegno.
Ma, più che di generazione dei copy, parlerei, a volte, di generazione del "copy e incolla".
La grande diffusione di internet porta inevitabilmente con sé il risvolto della medaglia: ogni cosa nuova, creativa, viene immediatamente copiata, riprodotta in serie, proprio come nelle opere di quello "squinternato" – ma molto geniale – Andy Wharol.
E il fenomeno non riguarda solo i copy che invece di inventare…copyano, appunto.
Riguarda chiunque.
E riguarda non solo la scrittura ma la nascita di buone idee, di cose nuove, mai viste prima (le "mucche viola", laddove il colore non ha nulla a che fare con la mucca di Milka).
Francamente, trovo irritante questo copia&incolla che impazza. Ma c’è poco da fare.
Anni fa, fui fra i pionieri dei corsi per redattori in case editrici. Poi, c’è stata una moltiplicazione che ha quasi del miracoloso: "pane e pesci" in tutto lo stivale, da Bolzano a Catania.
Una vera eruzione di corsi simili, che non aggiungevano nulla all’originale. Oggi ne sorrido, ma all’epoca mi arrabbiai molto perché non mi consolava il fatto che la mia idea fosse stata copiata da tutti.
In fondo, succede sempre così, quando si ha una buona idea.
La cosa divertente è che ancora oggi vedo in giro, a proposito di questi corsi (e affini) una soluzione che all’epoca (parlo del 2000) era davvero innovativa: sul sito dell’agenzia per la quale lavoravo, dirigendo anche i corsi in questione, pubblicai il nome e cognome degli stagisti di fine corso, e la loro destinazione. Non lo faceva nessuno, perlomeno non nel nostro contesto (e finora non mi è giunta notizia di nessun altro contesto che lo abbia fatto in precedenza).
Oggi, tutti, dico tutti, quelli che propongono corsi analoghi hanno sfruttato questo tipo di comunicazione.
Si tratta solo di un’idea. Ma è questo il punto: mancano le idee, oggi. E’ come avere a disposizione tante pietanze ma non saperle cucinare. Gli ingredienti sono lì, hanno solo bisogno di essere riuniti, cotti a puntino. Ma tu continui a vedere solo pezzettini isolati.
Quando ero più "piccolina", me la prendevo molto per gli eserciti di copy (mi ricordo di una mia stagista che all’improvviso se ne andò facendo la sua agenzia; peccato che copiasse ogni pagina del sito che ogni volta aggiornavo: stessi termini, stessi concetti, stessi titoli); oggi ho imparato a fregarmene.
Peccato, però, che ci siano molti "spacciatori di idee" in circolazione.
E che una certa omologazione (sociale, culturale, plotica,ecc.) abbia dato vita a un deserto privo di linfa.
Per fortuna, parallelamente esiste un’altro universo in cui pullula la creatività. Nel pensare, nel progettare, nello scrivere, nel fare.
Mosche bianche. Anzi, mucche viola.
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