RIENTRI
Tutti all’ovile. Eccoci qua, belli impacchettati per l’anno. In fondo Settembre è il vero "Capodanno" per molti, il tempo dei nuovi inizi. Inizi di dieta, palestra, corsi, progetti professionali…
Li decidiamo immersi nelle nostre città, colorate dagli ultimi bagliori della tintarella, fra un clacson e uno svogliato rientro.
Tornare in prigione è duro. Forse è per questo che ci affanniamo nei citati "nuovi inizi". Per dimenticare la cattività dopo l’assaggio libero della vacanze.
I primi giorni ci aggiriamo inquieti, come anime sparpagliate, per riannodare i fili della routine.
C’è invece chi, tutto contento, si reinserisce nella jungla cittadina: durante le feste ha sentito la mancanza della frenesia lavorativa.
Non è il mio caso.
Io adoro il vuoto delle giornate, da riempire con il riposo, i libri, le passeggiate.
Buon rientro a tutti.
POCHI GRADI
Poco fa mi sono casualmente imbattuta in una frase che mi ha colpito. “Per cambiare rotta, quando guidiamo una nave, bastano pochi gradi. E arriviamo perfino in un altro continente”.
Pochi gradi. Pochi gradi per raggiungere un altro continente.
Vero. Spesso immaginiamo i cambiamenti come rivoluzioni epocali, come saghe infinite in cui smantelliamo ogni nostra parte, “moriamo” e rinasciamo. A volte, per cambiare basta poco. Basta…una goccia.
Troppo spesso siamo concentrati sul “grande” e perdiamo di vista il “piccolo”, anche nelle cose di noi che vogliamo cambiare.
Nessun cambiamento è indolore. Quei pochi gradi, possiamo scommetterci, costeranno pezzi di pelle e pezzi d’anima a chi decide quella “virata”.
Però è da lì che si parte.
Non a caso la metafora della barca e del mare è una delle più amate. In fondo, la vita è davvero come un viaggio in mare aperto, una navigazione a vista, un guardare orizzonti che si spostano continuamente.
Noi siamo la barca, sì. Ma siamo anche il marinaio e il mare.
CIELI STELLATI
Ho avuto la fortuna, quest’estate, di guardare uno di quei rari cieli che si accendono in una notte priva di luci artificiali.
Quei cieli che all’improvviso illuminano la notte, la trasformano in una festa di luci brillanti circondate da una scia bianca, che le avvolge come un mantello. La Via Lattea. Quasi impossibile vederla, di notte, in città. Le stelle si occultano quando le luci artificiali manifestano la loro presenza. Quasi a sussurrare che il segreto del cielo si coglie solo nel mistero della natura, in luoghi lontani dalle metropoli e dalle campagne abitate.
Mi ha ricordato un altro cielo, in un altro luogo, anni fa.
Come allora, anche stavolta mi sono sentita in compagnia di ali celesti, di quelle voci degli dèi che raccontano, lassù, la strada delle stelle. Miti, leggende e simboli per infilare un briciolo di consapevolezza in quell’abisso di conoscenza.
Mi sono persa un poco fra i sentieri stellati, dimenticandomi perfino di cercare le stelle cadenti (che proprio per questo motivo mi hanno poi elargito generose donazioni di luci guizzanti), smarrita in quel cosmo così grande, così palpitante, così sacro. Penso a una poesia di Borges, che parla della Luna dicendo che le antiche genti l’hanno colmata di antico pianto.
Così come, aggiungo io, hanno colmato quel cielo di antico stupore.
E io, tra poco, sarò di nuovo nella miseria di notti metropolitane che hanno spazzato via quel manto stellato.
Tuttavia l’antico stupore sta sempre lì, a portata di cuore e di occhi. Ma bisogna andarlo a cercare…
LEGAMI
Tutte le cose vicine e lontane
da una forza immortale
segretamente
sono legate le une alle altre
tanto che non puoi cogliere un fiore
senza disturbare una stella
(Francis Thompson)
Vi lascio per un po’ con questa bella poesia. E’ un tema, quello dei legami e delle connessioni, sul quale sto molto riflettendo…
STORIE DI VITA E DI MORTE
Mi sono svegliata nella casa di mia sorella, come tutte le mattine, qui in vacanza. Ci abito solo io, per un mese, insieme ai miei gatti.
Quando mi sono diretta verso la cucina, guardando distrattamente il pavimento l’ho vista.
Era lì. Un piccolo geco, trofeo delle battute di caccia notturne di Anakin e Leila. Se me stava rovesciato per terra, pancia all’aria, con il corpo tranciato a metà, con la parte posteriore già irrigidita nella morte. Ma respirava ancora. L’ho girato, pietosamente. Lui ha tentato una fuga impossibile, i suoi occhietti spalancati e terrorizzati mi hanno fissato mentre agitava invano le zampette anteriori. Piccola, innocente creatura destinata a una morte che arrivava tardi, troppo tardi. Non so infatti da quante ore fosse lì. Forse da tutta la notte. L’ho sollevato delicatamente e poggiato su un pezzo di Scottex, gli ho accarezzato la testolina mentre i goccioloni mi scendevano sulle guance. Sì, lo so: è la natura. Sì, lo so: fa parte della vita. Sì, lo so: si vive e si muore. So tutto. Lo so con la testa. Ma con le emozioni non sono mai stata brava a reggere la sofferenza delle creature di questo mondo. E non sono mai stata brava ad accettare le leggi della natura. Forse le comprendo, ma non le accetto. C’è tanta ombra, e tanto dolore. E in più ogni volta che vedo un esserino predato non riesco a contenere la diga emotiva: si apre, e mi allaga.
Capita quando guardo un documentario, quando incrocio animali sofferenti o abbandonati, quando leggo di abusi e maltrattamenti. Non importa se sono animali. Sono creature. Sono anima-li, appunto. Sono importanti, anche loro.
La mia reazione diventa esplosiva, a volte, se devo assistere all’agonia. Come stamattina, come quando mi sono trovata davanti il geco a metà. Quella metà voleva vivere, a tutti i costi. Mi sorprendo spesso della forza della vita malgrado la morte, sembra quasi che tenti un’ultima sfida. Contro ogni ragione, ogni evidenza.
Ho preso il geco e l’ho appoggiato su una pianta, chiudendo la porta finestra perché i gatti lo lasciassero morire in pace. E ho aspettato, trepidante. Ogni tanto tornavo da lui ma stava lì, vivo. Si muoveva ancora. Finalmente, dopo un paio d’ore, era morto. Anche la parte superiore si era irrigidita, fissa per sempre in quella posizione strana, in quella rigidità che comincia sempre all’estremità di un ultimo sussulto, quel sussulto che fa fare al corpo un movimento radicale, quasi come venisse davvero artigliato dalla morte, alla fine.
Ero triste. Non ho mai accettato il gioco dei gatti, anche se non posso far nulla. Il fatto che nessuna bestiolina diventi poi cibo ma rimanga solo divertimento mi fa male. Come, certo, mi fanno male mille altre cose. Ma stamattina era questo che mi dispiaceva. C’era quel geco sulla mia strada. Un piccolo, insignificante geco che però mi faceva riflettere sulla mia incapacità di penetrare a fondo il mistero della natura, e dei suoi cicli. La mia sensibilità si ribella per quanto la logica ne afferri bene la necessità.
Tristissima, sono uscita di casa e sotto il sole cocente mi sono imbattuta nel mio vecchio professore di francese. Un uomo che adoro, che ho sempre adorato. Uno dei pochi insegnanti veri che abbia mai incontrato. Da vent’anni continuiamo a volerci bene, a stimarci. Non più insegnante lui, non più allieva io. Solo un uomo e una donna, finalmente.
Ci siamo raccontati. Come facciamo sempre. Parlando di piante e di campagne, ha deciso di invitarmi nel suo giardinetto per ammirare la bouganville di venti metri che copre tre piani della palazzina. Ne è orgoglioso come di una figlia. E in effetti era un tripudio, una festa per gli occhi, una magica sosta di viola e di verde nel percorso sempre troppo uguale delle nostre case. Abbiamo apprezzato insieme i plumbago, con le loro nuvolette azzurre rubate al cielo, e il gelsomino, e tutte le piante e i fiori che lui coltiva in disordine (grazie a Dio) creando una macchia selvaggia dove la natura ritrova se stessa. Guardavamo le nuove gemme della bouganville, e io sentivo, forte, la vita. Mi ha perfino regalato una piccola pianta dai fiori blu, bellissimi, penetranti, due laghi di notte. Così sono tornata a casa con un vaso e una pianta. E un piccolo sorriso disegnato in faccia.
Riflettevo, più tardi, su questa mattina intensa, imprevista. Prima avevo assistito all’agonia di una lucertola, poi all’alchimia di una pianta meravigliosa che vuole toccare il cielo per ornarlo di viola.
Morte. Vita.
Questa è l’esistenza. A volte terribile, difficile da comprendere nei meccanismi di luci e di ombre, di gioia e di sofferenza. In ogni istante, qualcosa muore e qualcosa vive. Provo ad accettare.
Se solo riuscissi a osservare questa danza senza farmi travolgere…
Ma è la mia natura. E ho deciso di accettare anche questa.
I’D LIKE A FRAPPUCCINO, PLEASE…
Vivere a cavallo di due nazioni, di due culture, di due lingue, essere incerti s epensare in inglese e poi scrivere in italiano o se pensare in italiano e parlare in inglese, è un privilegio, certamente, ma anche una fatica. Ha tuttavia i suoi momenti di spasso, come accade quando in america, imporvvisamente, diventa di moda scimmiottare l’italiano per vendere più bevande e cibi, come sta accadendo ora.
Escono parole comiche, espressioni ridicole, concepite al solo scopo di suonare più seducenti alle orecchide dei consumatori e dare un nonsoché di esotico, genere Vacanze romane.
La catena di caffetterie che ha infestato gli Stati Uniti partendo proprio dalla città più distante dall’Italia, Seattle, offre una lista di variazioni sul tema cappuccino che non mancano mai di sbalordirmi: frappuccino,latteccino, mokaccino, serviti da uno studente o un pensionato che è obbligatorio chiamare "barista".
(…) Ma dove si raggiungono vertici di comicità involontaria è nei prodotti che vorrebbero richiamare l’Italia senza sapere coasa dicono davvero, e quali rischi presentano alle nostre orecchie. Per capitalizzare sulla popolarità di un altro classico italiano. la "bruschetta", nei reparti di surgelati al supwermercato è comparsa la "freschetta", espressione che non incoraggerebbe al consumo abitanti del centro sud italiano.
La catena Dunkin’Donuts, per rispondere all’offensiva delle italianate di Starbucks, ha fatto esoridre quest’estate un beverone chiamato "coolata", che va obbligatoriamente pòronunciato "culata". Lei cosa prende? Una culata. Non la ordinerò mai.
Vittorio Zucconi, da Hotel America.
Sono d’accordo con lui. E pensare quante scene fanno loro, gli americani, per le nostre storpiature. Ricordo ancora quando, tanti anni fa, ero in fila al Mac Donald.
Domandai, insieme alla colazione, un po’ di "milk".
"Milk"
"What?" fece la cassiera, sorpresa.
"Milk"
"Whaaat?" proseguì lei mentre la fila ietro di me cominciava a stranirsi.
A un certo punto le si accende la lampada in faccia, e la genietta esclama:
"Ah! Melk!"
Sì, melk. Infatti "milk" si pronuncia "melk".
Vabbè, ma è come se un americano al bar ordinasse una "gazzasa". E che cavolo ,non si capisce?
E vabbè. Melk. Melk. Meeeeelk.
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