IL PROFUMO DELLA ROSA
Da sempre il profumo di certi fiori, a primavera, ha su di me l’effetto di una madeleine proustiana. Risveglia memorie sopite, mi trasporta in sospensioni del tempo e dello spazio, in cui per un istante cessa ogni ansia, ogni divenire, ogni distacco.
Fra questi magici profumi, prediligo quello del gelsomino, del glicine, e della rosa.
Lo sa bene chi mi conosce, ed è costretto a subirsi i tuffi del mio naso nei soffici fiori. Li annuso con voluttà, ci ficco le narici ovunque mi trovi (mi fermo perfino quando sono in motorino: la vista di un glicine fiorito mi attira come un’ape verso il miele).
I meravigliosi, generosi ofori di queste piante sono per me alchimie del tempo: tutto si dilata, annuncia promesse soavi, culla memorie indistinte eppure persistenti.
Tutto è possibile, sembra sussurrarmi il profumo del fiore mentre abbraccia i miei sensi in festa.
E ogni dove, avanti e indietro nel tempo, in quel momento ha la stessa arcana transitorietà di un tramonto fiammingo.
Sì, qui profumi sono come luoghi di passaggio per altrove lontani, sono nuvole odorose che galleggiano lasciandosi andare con dolcezza alla deriva, senza direzioni né condizioni.
Quest’anno, finalmente, ho potuto inaugurare il mio nuovo terrazzo con queste piante speciali.
E, quando mi sono trovata a girare in cerca di rose, mi sono accorta, con stupore, di quanto sia difficile trovare esemplari davvero profumati.
Ci sono rose bellissime, di forme e colori seducenti: grandi petali gialli, bianchi, arancioni, fiori enormi o piccini, arbusti rampicanti o alberelli.
Ma il profumo non le abita tutte, le rose. Alcune sono meravigliose eppure completamente inodori.
E non c’è rosa se non c’è profumo. Almeno per me. Sono cresciuta giocando nel giardino delle vecchie zie, pieno di rose giganti che ogni anno ci regalavano i loro aromi ambrati, fruttati, speziati…
Ricordo come fosse oggi lo scalpiccio dei miei piedini durante i "mosca cieca" intorno alle siepi di quel giardino incantato.
E oggi, oggi che sono grande, nelle rose ritrovo anche i profumi della mia infanzia, con quel gusto di borotalco appena spruzzato.
Ma non è stato facile trovare rose profumate. A Roma esiste un posto straordinario, il roseto comunale.
Fu uno dei primi posti che visitai, quando venni ad abitare qui. Ci sono tornata qualche giorno fa, ad ammirare le rose in piena esplosione. Le ho conosciuto tutte attraverso gli occhi e il naso (detesto le persone che, non viste, le violano strappando dei petali per profumarsi le mani), perdendomi nel prato delle meraviglie.
Eppure anche lì, gli odori a volte erano assenti.
E ho pensato a quanti fiori ci seducono come sirene attraverso le geometrie, i cromatismi, gli slanci verticali…
Ma per me, di nuovo, non esiste fiore senza profumo.
Sarà perché "sento" parecchio il mondo attraverso il naso.
E’ un conoscere antico che in parte abbiamo dimenticato.
Ecco, quei profumi sono la mia madeleine. Mi portano via, in una sorta di vertigine atemporale. Una vertigine che ha il sapore di mondi lontani. Quasi arcaici, primitivi.
Non posso salpare verso quei mondi davanti a una rosa senza odore.
LE COPERTE E LE SCOPERTE
Ho sempre amato le strisce dei Peanuts.
Charlie Brown, Lucy, Linus, Snoopy tra un divertimento e l’altro mostrano una realtà condivisa, fatta di ansie, idiosincrasie, piccole fragilità. Basta pensare alla famosa coperta di Linus (e a tutte le nostre), diventata ormai un riferimento indispensabile quando parliamo delle cucce che ci costruiamo per esorcizzare la realtà. A tal propsito mio nipote Dede, quando era più piccolo, si è trascinato dietro per anni una federa di cuscino. Blu, tutta rovinata, "in piedi" per la sporcizia (guai a sottrargliela per farla finire in lavatrice), era il suo totem, il suo flauto magico, la sua copertina inseparabile. Quando si ostinava, se la portava fuori con sé, passeggiando con questa federa rovinata, strappata, unta e bisunta (mia madre e mia sorella si vergognavano fino al midollo). Quella federa lui la chiamava " pizzo bello". Già, pizzo bello. Perchè ogni sera setacciava i quattro angoli in quanto ce n’era uno "migliore": il pizzo bello, appunto. Questo angolo speciale era dotato di virtù magiche e terapeutiche, infatti se ti facevi male lui ti strusciava amorevolmente il pizzo bello sulla zona dolorante. E passava il tempo a giocherellare con l’angolo della federa, passandoselo tra il pollice e l’indice con un movimento preciso, ripetuto. Ci si addormentava, con il pizzo bello, e ci si svegliava. Lo cercava durante il giorno, e se lo portava perfino a spasso. Una volta mia madre, esasperata, lo sottrasse per lavarlo, facendogli trovare una bella federa blu nuova di zecca, con tutti i pizzi perfetti (il pizzo bello di Dede era scucito, sgualcito, rovinato dall’usura). Ma lui, dopo un attentissimo esame al tatto, pronunciò le parole fatidiche: "Questo non è pizzo bello".
Un dramma, finchè il pizzo bello non uscì dalla lavatrice (credo fu asciugato con un phon per accelerare la restituzione).
Adesso dede è cresciuto. Non ha più pizzi, né ciucci. Non ricordo come superò il trauma di questa separazione (io vivo a Roma, loro a Senigallia). Ma ce la fece. Tutti, dobbiamo farcela: dobbiamo separarci dalle nostre coperte infantili. peccato che poi ne troviamo altre. Troviamo plaid di dimensioni matrimoniali, confortevoli piumini d’oca, pregiati tessuti estivi. Insomma, le coperte di Linus scortano anche i nostri giorni adulti. Sono i nostri biglietti per un mondo meno insidioso, i nostri esorcismi, la "messa in fiaba" delle paure.
Ogni tanto dovremmo imparare a stare senza coperte. Ma non è facile, nudi, esposti ai venti delle quattro direzioni.
I bambini, con loro arcano intuito, sanno da subito che la vita non sarà facile, che il loro piccolo, transitorio Eden ha una scadenza. E si attrezzano, da subito.
Oggi Dede è un bambino di quasi dieci anni che ti racconta i suoi progressi in inglese e in matematica. Ma non ha mai dimenticato pizzo bello. E forse ne troverà altri, di pizzi.
C’è un libro magnifico, "Su con la vita Charlie Brown!" in cui Abraham J. Twerski, insigne psicologo di fama mondiale, narra i disagi quotidiani scortato dalle strisce dei Peanuts.
Ve lo consiglio: è un ottimo antidoto alle fatiche della vita adulta. I nostri drammi piccoli e grandi attraverso il sorriso vengono smascherati, riconosciuti, accettati. Coperte e scoperte, insomma. Rese vive dalla grazia e dall’intelligenza di Schulz.
ANTEPRIME DA STAR…
E’ da una settimana che sorrido, ripensandoci. Quando un mio amico mi ha mandato un sms chiedendomi se volevo andare a vedere Angeli e demoni ho risposto di sì, anche se Dan Brown non è certo un autore che amo. Ho pensato a una sera qualunque al cinema, non all’anteprima mondiale del film! Il sospetto mi è venuto quando, arrivata all’appuntamento, lui mi guarda con aria vagamente schifata: "Ti avevo scritto di vestirti carina…" In effetti ero un po’…trash? Calamity Jane? Giubbetto di pelle rosso, jeans e stivali texani, pashmina bianca, capelli anarchici e sacca dello yoga (venivo direttamente dalla lezione). Lui, elegantissimo come sempre.
Insomma, partiamo diretti all’Auditorium di Roma. E, mentre arriviamo, il sospetto diventa realtà: mi trovo in un bagno di folla elegantissima, dove le signore sembravano le nipotine (e le nonnette) di Paris Hilton: tacchi trendy, capelli freschi di messa in piega, foulard elegantissimi e abiti da sera. Uomini: uguali (anche i capelli freschi di messa in piega) ma senza tacchi né gonne. Argh. Il sospetto cedeva il passo alla costernazione. Per quanto sono una che se ne frega, ero davvero troppo…fuori posto.
Sembravano tutti usciti dalla notte degli Oscar (e diretti alla Croisette). Okay, è la prima romana. Va bene, ho sbagliato. Mi faccio forza e sostengo gli sguardi delle placide signorotte (e resisto anche alla puzza di quei profumi). Prendiamo un aperitivo? Sì sì, prendiamo un aperitivo. Poi, all’improvviso, qualcuno chiede se Tom Hanks è arrivato. Tom Hanks? Non oso approfondire apertamente ma ci arrivo pian piano da sola: non è la prima romana, è la prima…mondiale. Gulp. E va bene, ormai ci sono. Una chiazza rosso pelle in un oceano di abiti scuri e gioielli. La calca avanza verso l’ingresso. Che prevede il famoso tappeto rosso. Ai bordi, guardie svizzere e transenne ovunque, al di là delle quali una folla di "gente qualunque" (io ero…coi vip) sbraita, si agita, sventola le mani e alza i decibel con la voce.
Ma mi faranno passare? Casino, pigia pigia, stress stress e strass strass…ma ecco che siamo lì, sul tappeto rosso. Rosso come il mio giubbino da motociclista.
Guardo le guardie, loro guardano – e guardiano – me.
Passo. E mi sento la Stephanie di Monaco de noantri. Certo! Per essere vestita così devo per forza sembrare la figlia sghemba di qualche riccone, la "strana" della famiglia di sangue blu (o dell’euro-sangue, che oggi paga, e non in senso figurato, di più). In "quel mondo" fa così – infatti – solo chi "se lo può permettere". Mentre avanzo sul tappeto e faccio la mia radical-chic-sfilata sotto gli sguardi degli "esclusi" mi viene davvero da ridere.
Appena entriamo ci sequestrano i cellulari. E passano alle borse. La mia non è una di quelle pochette di dimensioni subatomiche esibite dalle signore. La mia è una specie di tolfa in pelle sdrucita, molto vecchiotta. Ed è piena di oggetti di metallici. Di chiavi. Non sapevo che sarei dovuta passare attraverso un sistema di sicurezza degno di un G8. Così blocco la fila mentre gli agenti, impietosi, mi fanno aprire la borsa (cosa non c’è, nella mia borsa) e tirare fuori uno ad uno i nove mazzi di chiavi (beh, se sono la Stephanie di Monaco de noantri avrò pure una serie di proprietà, no?). Manco a farlo apposta, quel giorno avevo con me tutti i doppioni, perfino le chiavi di casa dei miei nelle Marche…Mi mancavano solo le chiavi del Paradiso. Dopo circa dieci minuti ce la faccio e, vittoriosa, mi dirigo nella sala con il mio amico e altri tizi di sua conoscenza (tutti elegantissimi).
Ci sediamo (posti in prima fila: ma stasera ce l’hanno con me…) e passa un’ora e mezzo di attesa prima che le star arrivino per la presentazione. Tom Hanks: simpatico, come sempre. Ron Howard: beh, mi piaceva di più quando era il Riky Cunningham di Happy Days, una vita fa.
Lei: attrice di cui non ricordo il nome. E poi, luce per gli occhi, il bell’Ewan Mac Gregor (ed è pure bravo)
Insomma, ce l’abbiamo fatta, tra l’entusiasmo della folla loro dicono le solite baggianate americane (ma fanno tanto glamour) e il film inizia. La cosa che mi è piaciuta di più? Il fatto che fosse in inglese (non riesco mai ad allenare questa lingua che adoro). E, guardandomi bene bene intorno, c’è anche un’altra cosa che mi è piaciuta un sacco: il mio vestito.
CIAU CIAU
Ciao è secco. Ciao ciao appare – chissà perché – personale. Ciao-ciao-ciao è perfetto. Un microdcopico discorso che simula rimpianto, e suona come un bambino in una pozzanghera o un vecchio ballo (cha-cha-cha).
Alcuni appassionati hanno già introdotto una variante, cambiando l’ultima vocale. Ascoltate le conversazioni telefoniche – non è difficile, in Italia – e scoprirete il ciau-ciau-ciau: un piccolo ululato sociale, informale e confidenziale. Questa forma in u piace alle donne. Di solito sono giovani e semigiovani, informate, disinvolte e un po’ snob: annusano le nuove tendenze come il setter sente l’odore della lepre, e si lanciano all’inseguimento. Una giovane brillante collega, per esempio, ama "ciauciauciauare" il mondo, e si aspetta che il mondo risponda a tono. Ciauciauciau! biascica la direttore del giornale, lasciando intendere un’orgogliosa indipendenza. Ciauciauciau…sussurra agli amanti, rammentando un’insufficiente intimità.
(Beppe Severgnini – L’italiano. Lezioni semiserie)
Divertentissimo e veritiero, questo spaccato dell’Italia alle prese con il saluto più famoso del mondo.
Una persona che conosco salutava sciorinando una sfilza di Cia-cia-cia-cia-cia, ma il risultato più divertente è il suono con cui una mia carissima amica apriva e chiudeva le telefonate: "Sciauuuuu". Ancora più incredibile di ciauciauciau, se possibile. A volte quando salutiamo sembriamo dei cretini.
Specialmente al telefono, dove non ci si vede e allora il suon o diventa ancora più ilare o, al contrario, raccapricciante. C’è chi tira su la cornetta emettendo grugniti primordiali alitando un "Prontou" (con la o che precipita come un areo in picchiata). O c’è chi, originalissimo, risponde con un "Pronti!" Sì, partenza e via.
Sempre di moda il solito "Sì?", ecumenico, valido per tutte le stagioni. Che, quando sei un po’ scoglionato, diventa "Seeeee?"
In America il ciao, telefonico e non, diventa Hi (stessa pronuncia del nostro "ahi": gli americani, quando si fanno male, esclamano "auch!" per non…salutare il dolore)
Quando vivevo a San Diego, tantissimi anni fa, all’inizio ero un po’ turbata da quei saluti "doloranti" che tutti quelli che incontravo mi squittivano addosso. Poi ho capito che in California ti salutano tutti. Ma proprio tutti. Cammini e: hi! hi! hi! Hi!.
Roba da fare invidia a Mike Buongiorno e alla signora Longari (ricordate?).
Ma il ciao rimane il saluto più bello. E poi è universale, lo diciamo quando ci incontriamo e quando ci separiamo, a differenza di altre lingue che pongono dei distinguo.
Probabilmente perché non vogliamo fare fatica. E anche perché, in fondo, noi italiani siamo sempre un po’ furbacchioni: "Ciao", dice il solito marito alla moglie quando scende a prendere le sigarette…
IL NOSTRO PARTO
Non ho figli. Ma so che l’esperienza del parto è un’esperienza dolorosissima, forse una delle più dolorose, e inevitabili, nella vita.
Perché fa così male? Perché partorire, dunque dare nuova vita, deve essere un processo difficile e doloroso? Forse perchè simboleggia la difficoltà che precede la creazione, qualunque creazione. Qualcosa che sia veramente nuovo. Nuova vita. Nuovo essere.
Nella vita di ognuno, di fatto, le tappe fondamentali coincidono con processi dolorosi.
Il primo respiro, il primo dentino, la prima mestruazione…
Un cambiamento è sempre doloroso, sempre. Perché modificare sul serio qualcosa non può non generare dolore.
Partorire un essere nuovo, anche dentro noi stessi, è un’impresa gigantesca, feroce, piena di contrasti, di moti alterni, di sconfitte e rimonte.
Ma si può tentare. Chi esce da crisi profonde ha spesso uno sguardo rinnovato, luminoso, consapevole dell’abisso attraversato.
E non è detto che dopo un grande dolore non si ricaschi nelle stesse tentazioni.
In fondo, facciamo di tutto per sfuggire a noi stessi. Siamo preda e predatore, fuggiamoe ci inseguiamo, e correndo facciamo spesso il giro dell’oca, quello in cui si torna al punto da cui eravamo partiti.
Quello che ci inchioda, ci rende gravidi e ci costrige al parto diventa un ostacolo. Perché è meglio non vedere, è meglio far finta e chiudere gli occhi, chiudersi in un silenzio doloroso ma facile piuttosto che vivere, affrontare, sfidare. Osare quel cambiamento che richiede coraggio, impegno, forza.
Purtroppo la vera misura di questo cambiamento passa attraverso gli altri. Sono loro a fornire l’attrito che può generare la scintilla. Ma l’attrito fa male, urta, scortica, mette a nudo.
Il cambiamento, poi, può, anzi deve essere compiuto nel segreto della nostra cella interiore, è lì che si trova il crogiuolo, è lì che come un feto sperimentiamo l’uscita dalle acque natali della nostra "ignoranza" e siamo spinti a respirare, a usare nuovi strumenti abbandonando i vecchi. E ci vuole una violenza. E un grido. E dopo, dopo finalmente un vagito. Un primo vagito. Timido, ostinato. Pieno di armonia dopo il cambiamento.
IL RITO DELLA COCCINELLA
Questa mattina ho visto, davanti al portono d’ingresso del palazzo in cui abito, la prima coccinella della stagione. Calpestata da un paio di scarpe assassine, ahimé.
Si sa, la primavera risveglia memorie che fioriscono improvvise. A me è tornato in mente, il mio rapporto infantile con questo animaletto che mi ha sempre affascinato. Quando ero piccola impazzivo per le coccinelle. I prati di Senigallia le ospitavano con generosità: ogni foglia si macchiava di rosso spruzzando qua e là una miriade di isole cromatiche che ti mettevano allegria. Tanta bellezza non poteva rimanere così. La volevo per me, per il bel terrazzone dei miei. Così, armata di una scatola di cartone, le raccoglievo con pazienza e rigore, una ad una, come tante piccole perle. Le infilavo nella scatola e, quando raggiungevo un volume decente, me le portavo in casa e inziavo a collocare sui rami e sulle foglie delle piante domestiche. Sì insomma, ero una sorta di architetto di coccinelle, una paesaggista entomologica (e monotematica). Le sistemavo tutte addobbando la vegetazione del terrazzo che finiva per risultare più "gonfio" di un albero di Natale.
Ammiravo la mia opera, novella artefice delle creazioni fauno-vegetali, e mi allontanavo tutta contenta. Per scoprire coi, con sommo dispiacere, che le coccinelle erano nomadi, non stanziali: si spostavano in continuazione, fino volare via del tutto, verso altri cieli e altri terrazzi. Della mia "opera" non restava nulla.
Ma io, testona come sempre, ricominciavo.
E oggi ho capito quello che allora non potevo capire: la bellezza non è né " mia" né "tua" né "nostra" né "loro". E’. Semplicemente. E non possiamo prenderla, possederla, sistemarla come e dove vogliamo. E’ libera, felicemente "selvaggia". Non si addomestica né si imprigiona.
Io volevo possedere le coccinelle, che dovevano stare in ordine (il mio ordine, non il loro) in terrazzo e farsi ammirare, sollazzando i miei sensi infantili.
Per fortuna loro volavano via.
Troppo spesso, nella vita, sistemiamo le coccinelle dove ci pare. Ma – grazie a Dio – restiamo a bocca asciutta.
A volte, tra l’altro, crediamo di possedere le coccinelle. E invece si tratta di scarafaggi…
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