Panda che sparano?
Un bestseller scritto da Lynn Truss parla della punteggiatura dei testi. Il titolo è: Eats, shoots and leaves. Ne parla Annamaria testa nel suo piacevole: "Le vie del senso".
Fa riferimento alla storia di un panda che entra in un bar, mangia (eats) una brioche, spara (shoots) in aria e se ne va (leaves) per colpa di una virgola di troppo alla voce “panda” del dizionario.
Infatti ogni panda “eats shoots and leaves”, senza virgole. Cioè “mangia germogli e foglie”.
L’importanza della punteggiatura è fondamentale. Cambia completamente il significato della frase e questo esempio ne è una prova eloquente.
PAURE
Non mi va di partecipare al dibattito sulla "questione omosessuale" scatenata, fra gli altri, dal film "Milk" di Gus Van Sant.
Non mi va di entrare sulle questioni sessuali delle persone.
Non mi piace l’enfasi eccessiva data dai postumi dell’Isola con la vittoria di Luxuria che ora imperversa ovunque (simpatica ma troppo presenzialista attualmente).
Non condivido le tensioni eccessive che ruotano intorno a questi temi.
Ma mi è piaciuto, e tantissimo, questo film.
Perchè malgrado l’intento "politico" il film racconta una storia universale, la storia di un uomo che si batte per i suoi diritti e quelli degli omosessuali come lui in un periodo in cui questi diritti erano negati (a differenza di oggi).
C’è un accento sul "noi", nella sua battaglia. Un afflato corale, un impeto comunitario condivisibil, qualunque sia il "colore" del nostro sesso.
A differenza dell’individualismo che ormai tutto ha soppiantato, perfino alcune battaglie che dovrebbero essere "corali" e che nascondono invece una sfilza di eghi pompati e separati, camuffati dietro "cartelli" vari.
ll film è bello, dicevo.
E’ sobrio, mai volgare, mai "eccessivo", grazie anche al talento scintillante di Sean Penn.
Una scena – semplice semplice – mi ha ricordato una certa verità.
Davanti alla lettera anonima che contiene minacce di morte, Penn/Milk risponde appiccandola sul frigorifero, a mo’ di post, di memento mori. Se la mettesse in un cassetto si ingigantirebbe fino a fare paura, mentre così, alla luce di ogni giorno, non spaventa più. Sta lì, sul frigo, leggibile, affrontabile.
In effetti le nostre paure funzionano proprio così. Più le spostiamo, più le infiliamo nel buio dei nostri cassetti, più ci spaventano, prosperando a dismisura. Diventano l’ombra, quell’ombra deformata dalla ingannevole luce lunare (come mostra anche una sapiente carta dei Tarocchi) in cui le illusioni di maya si trasformano realtà.
In effetti dovremmo tutti appendere sul firgorifero ciò che ci spaventa. Dovremmo farci i conti, ogni giorno, finché la confidenza non prende il posto dello spavento.
Anche perché non si scappa, dalla paura.
La si può rimuovere, relegare nei labirinti inconsci eppure lei, tutta spiegazzata ma più aggressiva che mai, riemergerà, trovando il suo filo di Arianna.
Insomma, la scena in questione non era affatto stupida. Anzi, suggeriva una opportuna riflessione sui cassetti e sui frigoriferi di tutti noi.
Troppi cassetti, in effetti. E pochi…frigoriferi.
WHAT’S IN A NAME?
Tis but thy name that is my enemy;
Thou art thyself, though not a Montague.
What’s Montague? it is nor hand, nor foot,
Nor arm, nor face, nor any other part
Belonging to a man. O, be some other name!
What’s in a name? that which we call a rose
By any other name would smell as sweet;
So Romeo would, were he not Romeo call’d,
Retain that dear perfection which he owes
Without that title.
Non è il tuo nome il mio nemico
sei tu te stesso, anche se non un Montecchi.
Cos’è un Montecchi? Non è né mano, né piede,
non è braccio né faccia, né ogni altra parte
del corpo di un uomo. Oh, sii un altro nome!
Che cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo una rosa
con qualsiasi altro nome avrebbe comunque un profumo tanto dolce.
Così anche Romeo: se non fosse chiamato Romeo
manterrebbe quella cara perfezione che gli appartiene
senza quel titolo.
Romeo e Giulietta, Shakespeare
“What’ s in a name”? Si chiedeva Shakespeare in Romeo e Giulietta.
Cosa c’è in un nome? Cos’è un nome?
Un nome racchiude l’essenza che, malgrado sia immutabile, proprio da questo nome viene incarnata per vivere la sua “storia”.
Infatti furono proprio i cognomi di Romeo e Giulietta, Montecchi e Capuleti, a determinarne l’amaro destino.
La consapevolezza della parola, del nome, è di vitale importanza.
Chiamare le cose con il giusto nome.
Non a caso negli antichi miti aborigeni il mondo è stato creato attraverso un canto le cui parole indicavano le cose, che in questo modo si anima-vano.
Il nome è potere.
Non possiamo essere approssimativi, indicare qualcosa senza cercare la massima precisione. Se si lavora con le parole, bisogna conoscerne la forza.
Trovare sempre il nome più adatto non è facile.
Per questo a volte ci soccorrono i dizionari di sinonimi e contrari, di prezioso ausilio.
Ma la parola che nasce dall’ispirazione è spesso quella più giusta.
Più tardi, scrivendo, confronteremo, cercheremo, limeremo, sposteremo.
Ma le parole vanno lasciate libere di fluire in ogni processo creativo.
Un po’ come se fossimo noi, gli antichi aborigeni australiani alle prese con le loro “Vie dei Canti” di chatwiniana memoria.
IL PESO DELL’ANIMA
"Sette anime" di Gabriele Muccino divide pubblico e critica, scompiglia, ispira o respinge.
A me è piaciuto. Moltissimo.
Peccato che la traduzione italiana non abbia rispettato, tanto per cambiare, il titolo in inglese: "Seven pounds", sette libbre, che richiama il "pound of flesh" shakesperiano, la libbra di carne umana chiesta dal mercante di Venezia per estinguere il suo debito.
Sette libbre, sette pesi, sette debiti.
E’ la storia di un uomo che si finge esattore fiscale per trovare sette persone da salvare per compensare sette vite (fra cui quella della moglie) terminate a causa di un incidente stradale in cui la sua auto uscì fuori strada.
Una lista di Schindler con sette nomi: sette persone da salvare, sette vite da aiutare.
Solo che di una di queste si innamorerà, e questo amore complicherà il suo piano ma non lo fermerà.
Un film drammatico, dolente, intensissimo.
Il peso della colpa e del rimorso pervade ogni scena, e allo stesso tempo accade che la speranza (improvvisa, come ogni speranza) soffi per un istante breve il suo alito caldo d’amore, e riscaldi un cuore nel tempo che concede un fiammifero. Ma la fiamma si accende, divampa, prosegue in un altrove diverso da quello sperato, trasformandosi in brace ardente nella memoria e nel fisico di un dono ricevuto.
Il cuore, non a caso, è l’altro tema centrale del film. Un cuore malato da salvare, un cuore ferito da sanare.
Facilissimo, in casi come questi, cadere nella banalità, nel valzer dei sentimenti strappalacrime, nella formattazione di schemi emotivi banalizzati – come sempre – da enfasi e ridondanze. E invece no. Invece il film è sobrio, elegante, tende un filo e non lo molla. Inizia in punta di piedi e poi il disegno di una danza comincia a svelarsi (ma bisogna attendere almeno il secondo tempo del film) finché all’improvviso esplode come un fuoco d’artificio, i pezzi si compongono rapidamente in una tensione emotiva che punge la pelle, la scopre.
Gran bel film. Grandissima interpretazione di un talento assoluto, Will Smith, scintillante nel suo felice sodalizio con Gabriele Muccino, che come un amante ne esalta le virtù attraverso una regia "fisica" e allo stesso tempo sottile, impalpabile.
La sceneggiatura (stupenda) è di un americano, malgrado le critiche di lentezza (certo, andiamo sempre troppo veloci) ed "ermetismo" (il puzzle che si compone man mano a me è piaciuto moltissimo) io ho trovato sette anime entusiasmante. E lacerante.
Fa riflettere sula nostra umana condizione, sospesa tra colpe e desideri di redenzione. E, soprattutto, pone domande mai risolte: è lecito il suicidio? e se ci uccidiamo per donare i nostri organi ad altre persone saremo davvero "puniti"? non avremo diritto di sepoltura? è un gesto egoista o un gesto d’amore? compensare un errore con un’azione contraria ci rende liberi o ci indebita ancora di più verso il prossimo nostro?
E’ redenzione o scarico della coscienza? salvezza o dannazione?
E poi chi siamo noi per giudicare la vita nostra e degli altri?
"Lei è una brava persona?" domanda il protagonista agli sconosciuti che sta contattando per vedere se "meritano" il dono che cambierà il loro destino.
Già. Una brava persona. Sono io una brava persona? che significa essere "brave persone"? quali sono i parametri per giudicarmi?
forse più che brave persone dovremmo essere persone vere. Vere davanti all’immagine che vogliamo dare, agli altri e a noi stessi.
Non a caso a un certo punto punto del film Will Smith domanda: "Lei è una brava persona? Anche quando gli altri non la vedono?".
Ecco, ecco allora che diventa più difficile. Essere bravi quando gli altri non ci osservano, quando smettiamo le nostre recitazioni, quando ci troviamo nel buio della nostra stanza, davanti alla coscienza.
Non è un film facile, questo. Propone domande, suggerisce risposte per forza solo sfiorate.
Lo scavo vero non sta mai in un film. Sta nella vita.
Di certo, però, sono grata ogni volta che qualcosa o qualcuno mi mette davanti alle domande.
I FIGLI DELLA WERTMULLER
Da qualche giorno ho l’influenza, di nuovo.
Così oggi pomeriggio ho acceso la televisione e mi sono imbattuta in un’intervista a Lina Wertmller, regista che non amo particolarmente ma che è certamente dotata di intelligenza e sensibilità.
Mi è molto piaciuta la sua risposta alla domanda: "A quale delle tue opere sei legata di più?"
Ha risposto:
"Come faccio a dirlo? Sono tutti figli miei. Alcuni li amo per i pregi. Altri per i difetti".
Una risposta sincera. E bella.
SUSSULTI
Rotti
come frammenti
di una stella fuggitiva
viviamo.
I nostri pezzi restano
alla curva del sogno
(Maria Guerra)
Poco fa ho trovato questa poesia di Maria Guerra mentre cercavo dei testi per una lezione sulla potenza evocativa delle parole.
Di sicuro la poesia sa farci sussultare, inebriandoci di pensieri e sensazioni, perchè conosce la forza che che una sola parola, combinata magicamente insieme alle altre, riesce a incarnare.
La poesia vive di immagini.
Di sottrazioni.
Di sussurri.
Leggere poesie allarga un poco le ali dell’anima, spesso così rattrappite.
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