LE COSE CHE NON CONOSCO DI TE
Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardano mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?
(Andrew Sean Greer, La storia di un matrimonio)
Lo straordinario incipit di questo romanzo merita una bella riflessione per tutti.
Mi piace, stavolta, non scrivere. Solo fermarmi, e pensare.
QUESTIONI DI IDENTITA’
L’altro giorno – di pomeriggio presto – mi aggiravo in libreria, con la stessa aria furbacchiona di un bimbo che ha rubato la Nutella. In effetti nella "controra" o si riposa o si è già nuovamente al lavoro, dopo la pausa pranzo.
Io invece vagabondavo nella libreria Mondadori, ciondolando senza fretta davanti alle pile di libri. Avedo deciso di regalarmi tutto il tempo che volevo, senza fretta e senza meta letteraria. Infatti non sapevo cosa comprare…
I miei occhi hanno frugato fra le novità, accarezzando i dorsi freschi di stampa, poi hanno frugato nella saggistica, sezione psicologia. Tornata ai romanzi, mi trovavo nei pressi dei classici quando mi sento chiamare per nome e cognome. Mi giro e riconosco nell’addetto Mondadori il mio ex allievo P., che non vedevo da sei anni, da quando ero stata la sua insegnante al corso di tecniche di redazione che all’epoca dirigevo per un’agenzia letteraria.
Lo riconosco subito, P. Non è cambiato. Tutto contento, mi dice di lavorare in questa libreria e di trovarsi bene. Conversazione piacevolissima, breve ma intensa coagulazione di ricordi dolci di tempi che non sono più.
Poi lui torna al suo lavoro, io ai miei scaffali. Ma all’improvviso mi rendo conto di non essere più anonima, lì dentro. Non sono più una donna qualunque che cerca libri qualunque in mezzo a una folla di sconosciuti. Sono Francesca Pacini, la ex insegnante di P.
Questo dettaglio – mi rendo conto – ha come stretto un poco, solo un poco, con un laccio la mia libertà di movimento e di scelta. Già, il discorso delle aspettative. Lui si aspettava che comprassi un libro intelligente, profondo, come quelli che suggerivo in classe quando conversavo di letteratura con i miei allievi. E se invece avessi comprato "I love shopping" della Kinsella? Oppure l’ultimo libro di Paolo Crepet? O magari il Manuale per sconfiggere il principe azzurro? (giuro che esiste…)
Di fatto l’anonimato ci rende più liberi. Che ne siamo consapevoli o meno, siamo sempre soggetti alle pressione delle nostre e delle altrui aspettative. Ci aspettiamo sempre qualcosa, da chi conosciamo. E da noi stessi, quando siamo conosciuti.
Possiamo riconoscerlo o meno. E tuttavia questa piccola pressione invisibile crea legami, condizioni, intenzioni.
Io mi sono sentita un po’ meno libera, in quel momento. Mi sono ricordata del ruolo di "prof." che ho abitato in quel periodo. C’era la Francesca presente ma anche quella passata, quella ri-conosciuta da P. La Francesca che parlava di libri e di come fosse importante l’impegno intellettuale. Quella che aveva tanto ardore ma probabilmente qualche ingenuità in più, all’epoca di quei corsi. Non c’era più, ora, eppure la sua sagoma era tornata per ricomporsi fugacemente sotto gli occhi di P. che ogni tanto incontravano il mio vagabondare.
Poi me ne sono fregata, e ho guardato di tutto, liberamente. Senza essere Francesca. Nè Pacini. Nè ex insegnante. Solo una donna qualunque in una libreria qualunque.
Ma ho comunque riflettuto molto suoi nostri ruoli, sulle azioni delle nostre scene che con il tempo cambiano o che rimangono immutate malgrado le variazioni, ho pensato all’irrevocabile peso di un’identità che non sfiora l’essenza, soprattutto se siamo esseri complessi, se siamo quell’"Uno, nessuno centomila" di pirandelliana memoria.
Quando nessuno ci conosce, ci sentiamo meno aderenti ai personaggi che, come tutti, abitiamo. Non importa quanto siano aderenti a questi personaggi, ci sarà sempre uno scarto, un orlo, un crinale fra l’Io pubblico che rappresentiamo e il nostro Sé.
E’ una questione di identità.
Di aspettativa.
Per questo il viaggio in luoghi stranieri è anche una liberazione. Smettiamo i nostri vestiti sociali, culturali, affettivi, professionali per misurarci con un ignoto che non ci chiede la carta d’identità se non siamo noi a presentargliela. Dono e occasione per sperimentare la possibilità di far vivere altro, di aprire le sbarre interiori nelle quali confiniamo ciò che non osiamo o non vogliamo conoscere, ciò che non è conforme a ciò che rappresentiamo agli occhi nostri e di chi ci conosce.
Lo sconosciuto è immersione alla ricerca di altri nuclei, altre essenze.
Ci dicono chi siamo da piccoli. Decidono come dobbiamo vestirci, cosa è bene per noi. E poi ci insegnano l’importanza di un’appartenenza. Guai essere "lupi della steppa", dobbiamo prosperare nelle giardini fioriti della nostra società che ha pronti tanti ruoli, di ogni tipo. Professioni, amori, carriere, famiglie…tanti quadretti, come quelli che sul muro espongono la laurea (magari il talento si misurasse su carta), ordinati, puliti, riconoscibili.
Ecco, quel giorno ero stata riconosciuta, appunto, e questa cosa, malgrado il piacere di un vecchio incontro, in quel momento mi aveva un po’ infastidita. Perchè ero malinconica e avevo bisogno di uno spazio intimo tutto per me, uno spazio bianco, senza segni nè tacche. Senza identità o memoria.
Poi, dicevo, me ne sono fregata anche se sentivo il "Francesca Pacini dei corsi" penzolarmi sulla testa, oscillando come un pendolo.
Comunque è andata bene. Quando sono andata alla cassa P. è arrivato per sincerarsi che mi facessero lo sconto. I suoi occhi sono caduto sul mio libro:"La storia di un matrimonio" di Andrew Sean Greer.
Lo sguardo di P. si è illuminato. "Pensa! Sto leggendo anche io quel libro! E’ molto bello, una scrittura e un testo particolarissimi…".
Meno male.
DIRITTI E ROVESCI
Stavo andando alla stazione, ieri, in motorino. All’improvviso il centro di Roma si blocca per le manifestazioni che aggregano gli studenti contro il decreto Gelmini. Quelle autorizzate si sono accavallate a quelle spontanee, cambiando continuamente direzione.
In quel parapiglia rischiavo di perdere il treno. Così ho "disatteso" gli ordini di qualche vigile cercando comunque un varco nelle strade proibite (sembrava di dover arrivare a Lhasa cento anni fa…). I miei, a casa, mi aspettavano, insieme a una zia molto malata.
Quando arrivo a Piazza della Repubblica, vengo fermata da un vigile che mi intima di non proseguire. Mi giro e vedo avvicinarsi un corteo annunciato da voci e striscioni. Ma ho ancora qualche manciata di minuti prima che invada l’area, e imploro il vigile di lasciarmi proseguire con il motorino per non perdere il treno ma per tutta risposta lui mi intima di scendere e proseguire a piedi. Va bene, lo faccio. E inizio una corsa disperata infilandomi fra i primi manifestanti arrivati. Il treno lo prendo al volo, per un soffio.
E mentre viaggio ripenso ai modi del vigile, a come ha risposto, alla sua ignoranza (in ogni senso). E penso che se gli studenti hanno il diritto di manifestare io ho il diritto di prendere un treno.
Forse ogni volta che qualcuno esercita un "diritto" qualcun altro ne subisce le conseguenze.
Forse.
Ogni diritto dovrebbe cominciare dove finisce quello di un altro, direbbe il discendente di un noto filosofo.
Certo è che ieri, quando rischiavo di perdere il treno, pensavo che il loro diritto non era meno importante del mio. E chi stabilisce, poi, la scala dei diritti?
Una persona conta meno di centomila, certo.
Ma se "chi salva una persona salva il mondo intero", chi calpesta i diritti di una persona calpesta i diritti del mondo intero…
A volte occorre riflettere. Ognuno ha il sacrosanto diritto di manifestare, intendiamoci bene.
Ma anche quello di poter raggiungere una stazione e prendere un treno. O no?
Siamo tutti bravi a parlare di tolleranza e di giustizia per quanto riguarda manifestazioni, sciperi e cortei quando i nostri bisogni personali non vengono lesi.
Ma quando siamo coinvolti personalmente chissà, magari un dubbio ci coglie…
Io ce l’ho fatta, a raggiungere la mia famiglia. Probabilmente, però, qualche multa raggiungerà me.
OCCHI DI CONIGLIO
Ci sono sempre stati conigli, nella mia infanzia. Un po’ come in quella di Alice, con il suo Bianconiglio sempre in corsa dietro il fuggevole tempo. Anche io avevo i miei paesi delle meraviglie, quei paesi che, come tutti, ho smarrito da adulta, malgrado qualche piccola avventura libera e scavezzacolla che ancora riesco a regalarmi guardando dentro il mio albero (ognuno ha il suo, di albero).
Ci sono sempre stati conigli, dicevo. Sì. Avevo quasi otto anni quando zio Roberto – un omone grandissimo e larghissimo, la cui circumnavigazione della vita richieda un certo impegno – mi regalò il coniglio delle mie meraviglie. E’ strano perché è uno dei ricordi più nitidi che conservo della mia infanzia, quasi sempre occupata a giocare a nascondino con la memoria. Ricordo il negozio di giocattoli a Roma, dove andavamo a trovare i parenti, nonno nonna e zii, due volte all’anno (durante le feste comandate, ovviamente). Di zio Roberto in particolare non ricordo quasi nulla. Anzi, di tutto quel periodo ho solo immagini che stanno in punta di dita: i tramezzini morbidi morbidi del bar di piazza Vescovio, vicino casa dei nonni, io seduta su un gradino nell’immensa piazza da dove le statue del Vaticano osservavano l’ardire dei miei collant fucsia che rompeva il bianco della gonnina (mi vergognavo un po’, conciata da bambina “buona” con tanto di scarpe alla bebè, di vernice), la bustina magica che riempiva l’acqua di bollicine quando a tavola la nonna agitava la bottiglia, la concentrazione di uomini sulle colline romane dopo il rapimento di Aldo Moro, io mamma e mia sorella che facciamo le facce buffe agli animali dello zoo, oggi “civilissimo” bioparco.
Ricordi in ordine sparso. Ma su tutti scintilla quel pomeriggio quando zio Roberto mi invitò a scegliere un peluche. Gli scaffali erano pieni di animaletti ammassati, una vera galleria zoologica. Io a un certo punto lo vidi. Era là, vicino a un delizioso cerbiatto che però ignorai, forse perché Bambi mi aveva fatto versare tutte le lacrime quando gli avevano ammazzato la mamma. Era lì, splendido nel suo pelo bianco e nero. E i suoi meravigliosi occhi blu, liquidi e profondi come il mare in un giorno di sole, mi innamorarono all’istante. “Lui, lui!”. E lui fu mio. Era enorme, e io me lo misi in braccio tutta orgogliosa per quel regalo inaspettato (non faceva mai regali, lo zio Roberto). Da allora diventammo inseparabili. Dormivano insieme la notte. Lui era il coniglietto dei miei sonni d’oro, il totem che mi proteggeva dalla forze oscure che minacciano la notte dei bimbi, era il confidente delle mie malinconie quando litigavo con la mia sorellina. Sì, un membro della famiglia a tutti gli effetti. Della mia famiglia. Ognuno di noi ha avuto il suo “animale guida” speciale, il suo compagno d’arme e di giochi. Il mio era lui.
Accadde però che a furia di strofinarmelo addosso e per tutta la casa, con il passare del tempo il bel pelo di Fuff (questo il suo nome) si annerì, divenne opaco. Così mia madre mi consigliò di farlo lavare dalla signora Silvana, che sotto casa nostra aveva la sua lavanderia. Fece fatica a convincermi, ma chi meglio di una signora lavandaia avrebbe saputo restituirmelo tutto pulito e brillante?
Ma accadde l’irreparabile. Quando Fuff tornò a casa, aveva perso i suoi bellissimi occhi blu. Nulla, al loro posto non c’era nulla. Si erano sciolti durante il lavaggio ad alta temperatura, mi disse quell’assassina della signora Silvana. I suoi bellissimi occhi, dal taglio a mandorla e la pupilla nerissima, erano persi per sempre. Ero inconsolabile. Fu una di quelle tragedie che ti ricordi per sempre, da adulto. Il mio coniglio senza occhi. Il mio coniglio cieco. La mamma ci mise una toppa e fece fare due grandi occhi di panno celeste. Ma erano occhi privi di vita, senza espressione. Non erano più come il mare in un giorno di sole. Erano occhi "piatti", occhi qualunque.
Continuai a prendermi cura di Fuff malgrado l’orrenda mutilazione, ma dentro di me ho sempre ricordato quel paio di occhi magnifici su cui si posavano i sogni della mia infanzia.
Ci fu un altro coniglio importante, un coniglio letterario stavolta.
A dieci anni ero già ero una lettrice famelica. Un giorno mi regalarono un libro che ho stampato nel cuore: Quando Hitler rubò il coniglio rosa, di Judith Kerr. Racconta delle avventure di Anna, una ragazzina ebrea che, insieme alla sua famiglia, deve lasciare la Germania per vivere in Svizzera dopo l’insediamento di Hitler. Anna può portare via solo un peluche dalla sua casa e lei sceglie quello nuovo, un cane, lasciando per sempre il suo vecchio coniglietto. Ma si rende conto di avere sbagliato: il cane è nuovo, senza “storia” né condivisione di affetti. Anna rimpiange il suo coniglietto convinta che adesso sia finito nelle grinfie di quel signore antipatico coi baffetti, che magari ci gioca tutti i giorni nella sua stanza.
E’ un libro bellissimo, uno di quelli che hanno segnato la mia vita di lettrice. La storia di Anna e della sua famiglia in giro per l’Europa narra di difficoltà e nostalgie con delicatezza e umorismo. Ho un’immagine, dopo tanti anni, davanti. La pagina che descrive la faccia di Anna appiccicata su una vetrina di dolci, gli occhi fissi su una magnifica pasta al cioccolato. Quando in pasticceria mi compravo il tartufo, fatto di biscotto e cioccolata, pensavo sempre alla povera Anna gustandomi ogni briciola della mia fortuna.
In quel periodo ci fu un altro coniglio ancora. Un coniglio che mi impedì di mangiare questo animale per tutta la vita.
Io e mia sorella passavamo spesso il weekend in campagna, a casa di Maria e Alfredo, una coppia di contadini che ci ospitava volentieri. Così vivevamo libere, correvamo sui prati e facevamo merenda con pane, olio, aceto e sale (buonissimo), la sera guardavamo le fiamme del camino ma soprattutto giocavamo con tutti gli animali. Galline, pecore, maiali, cani e conigli.
Un giorno stavo davanti alla casa, incerta sul da farsi, quando voltandomi all’improvviso vedo Maria (una donnona brusca ma buona, molto affettuosa) che tiene nella sua mano ruvida un coniglio bianco, afferrandolo per le orecchie. Lui zampetta disperato, quasi avesse capito cosa sta succedendo. Nell’altra mano Maria ha un’accetta. I due, donna e coniglio, si trovano accanto a un albero tagliato quasi alla radice, trasformato – ora all’improvviso capisco – in un altare sacrificale. Caccio fuori un urlo terribile, comincio a piangere implorando Maria di smettere i panni del boia, all’improvviso il cielo azzurro è pieno delle nubi della mia disperazione, ma lei mi guarda e alza l’accetta scansando i miei urli. In fondo è naturale, uccidere gli animali e mangiarli. Una contadina non può comprendere il cuore di una bambina che vede un’anima ovunque, ed è giusto, una contadina rispetta il ciclo di vita e morte che onora ogni giorno. Ricordo quel momento come fosse adesso. Giro il collo, strizzo gli occhi e mi tappo le orecchie ma non riesco a non sentire il rumore secco del metallo che scende veloce sul tronco. In mezzo, in quello spazio trafitto, le zampette non si agitano più.
Mi viene da vomitare. La cruda realtà di quel momento spezza gli incantesimi della campagna, irrompe nel mio rapporto affettuoso con tutti quegli animali che, non posso far più finta, finiranno un giorno sul piatto. Anche sul mio.
E’ una scena che non mi ha più lasciato.
Non sono mai stata capace di mangiare un coniglio. Me lo hanno proposto in tutte le salse, ma nulla.
In quegli ossicini minuti rivedo ancora le zampette che si agitano al vento. E, chissà, in quei piatti rifiutati cerco ancora gli occhi di Fuff. Quei bellissimi occhi blu, perduti per sempre.
DELL’AMORE E DELL’ODIO
Il mio unico amore nasce dal mio unico odio
(Romeo e Giulietta, Shakespeare)
Quando Romeo, disperato, realizza che la fanciulla di cui si è innamorato nel breve spazio di un respiro è figlia del suo nemico peggiore, paralizza solo per un istante la sua intenzione, inscrivendola nello stupore.
Questa frase mi ha sempre affascinato, colpito.
Raduna i misteri di un’ambivalenza sempre presente, che unisce – in vari modi – l’amore all’odio malgrado i nostri tentativi di liberarci dalle ambiguità mettendo l’amore da una parte, incorniciato alla parete dipinta di roselline pastello, e l’odio da un’altra parte, meglio ancora se si tratta di uno sgabuzzino, un anfratto poco visibile, poco pericoloso per la nostra “bella immagine” con cui ci riproduciamo a noi stessi e agli altri.
Già nel tempo del mito questa umana tendenza viene corrosa attraverso dèi dalla doppia valenza e amori che si trasformano in odio, come nel caso di Medea.
Fu Freud con la psicanalisi a consolidare le verità dell’ambivalenza attraverso un inconscio bizzarro, birichino, capace di eludere i nostri manicheismi per riproporci la scomodità di sentimenti e sensazioni.
Fu lui a dire che la madre adora e odia il suo piccino (prevale una parte, ma questo non significa che l’altra non resti in vita) scandalizzando tutti quelli che in questa immagine vedono solo l’emblema dell’amore assoluto. Vero. Ma per ogni “luce”, per ogni amore, c’è sempre un contraltare che, nel mondo degli opposti, lo definisce e gli dà corpo e sostanza.
Oggi la scienza sembra soccorrere i “vaneggiamenti” di quelli che indagano filosoficamente e psicologicamente i tessuti della psiche. Infatti un gruppo di ricercatori britannici dell’University College of London ha scoperto che quell’”odi et amo” di Catullo è scientificamente vero. Amore e odio sono le due facce di una stessa medaglia. Infatti sono attivati dalle stesse aree del cervello e dagli stessi meccanismi biochimici.
Dunque è inutile scansarel’uno dall’altro con tanto sudore cercando a tutti i costi una separazione cesarea. Bisogna discriminare, sì. Imparare a dirigere le nostre emozioni.
Ma pretendere di esaltarne una credendoci immuni dall’altra è un errore molto pericoloso.
I nostri mondi interiori vivono di luci e di ombre, mescolano le cose, viaggiano sull’irrazionale. Governare il nostro “cavallo” vuol dire anche sapere che questo cavallo è sia bianco che nero.
Amore e odio sono così vicini. Solo una cosa li separa davvero: la razionalità dell’odio.
Chi odia infatti lo fa metodicamente, agli impulsi seguono sempre pianificazioni, strategie. L’odio è serpentino, come un demone.
L’amore, soprattutto quello passionale, è più farloccone. Segue la pancia e non la testa, si nutre di sogni e di nuvole, di proiezioni ideali.
Colui che odia invece vuole vedere la realtà per non sbagliare la mira quando affonda il coltello.
Non a caso quando ci innamoriamo gran parte della corteccia cerebrale associata alla capacità di giudizio “va in panne”, mentre nel circuito dell’odio la parte raziocinante del nostro cervello rimane bene attiva.
L’odio cerca vendette, vendette servite fredde per essere gustate meglio. L’amore no, lui vede intorno a sé solo il puttino che lo ferisce.
Ci sono poi molte gradazioni, sia nell’odio che nell’amore. Ma entrambi, comunque, sono necessari a farci prendere coscienza di noi, che ci piaccia o no.
Non è bello odiare. E’ terribile. Ma a volte è necessario. E, guarda un po’, se trasformato, il carburante dell’odio, energia libidica di Thanatos, arriva a trasformarsi in amore che cura, guarisce.
Eros e Thanatos non possono essere separati.
“Il mio unico amore nasce dal mio unico odio”, dice Romeo.
E quando Thanatos lo colpirà con la spada del fato, avrà comunque conosciuto il miele ambrato di Eros.
LAVORI IN CORSO
Sto traslocando, accidenti. Chi ha fatto traslochi recenti o lontani sa benissimo quale devastazione fisica e mentale comporta…
Fra me e i gatti (ormai sul ciglio della nevrastenia felina) non sappiamo chi sta peggio!
Ci rivediamo qui fra qualche giorno, quando emergo dagli scatoloni e dalla polvere…
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