SE QUESTO E’ UN NOBEL
"Non possiamo accettare l’idea che Hamas continui a sparare mentre noi dichiariamo il cessate il fuoco. Non abbiamo intenzione di occupare Gaza, ma di annientare il terrore. Hamas ha bisogno di una lezione e noi gliela stiamo dando"
(Shimon Peres, Nobel per la Pace).
Credo non ci sia bisogno di molti commenti, al di là di ogni pensiero e di ogni schieramento.
Preferisco tacere, lasciando all’eloquenza di immagini, fatti e parole la forza di raccontare.
Mi viene solo una grande malinconia.
Insieme a un pensiero: i Nobel oggi sono come le lauree. Pezzi carta.
Chissà, forse potremmo dare a Umberto Bossi il Nobel per la tolleranza….
AGGIUNTA DEL 6 GENNAIO 2008
L’argomento è sempre "caldo".
Io, personalmente, sono sempre dibattuta e lacerata, in questo caso.
Lessi- anni fa, un bellissimo libro: "La questione palestinese", Gamberetti editore, scritto da un autore ora morto, apprezzato per la sua lucidità intellettuale. Un autore arabo-palestinese.
Ci si trovano dentro aspetti preziosi e scoosciuti.
Israele ha l sue ragioni, per carità.
però, francamente, accettare uno stato che vive nel benessere (Tel Aviv somiglia a Miami) occupando le terre nelle quali "tu" vivevi, e relegandoti in un fazzolettino di terra fra miseria e povertà, in base al fatto che anticamente era la terra di un David che nemmeno conosci, o riconosci, e che in qualche modo il mondo deve pagare pegno all’Olocausto (terribile, intendiamoci, ma finito, passato; è ora di guardare al futuro e soprattutto di non ripeterlo), beh, non è un fatto così normale.
Tra l’altro, a me sembra, in chiave psicologica (anche la storia è fatta di psiche, non solo di azioni), che il popolo ebraioc stia ripetendo uno schema coatto di cui è piena la letteratura psicoanalitica: quando subiamo qualcosa, siamo tentati di farlo scontare, poi, a qualcun altro, simbolo e ombra in cui proiettiamo ciò che abbiamo vissuto.
Accade non solo allo stuprato che diventa stupratore, non solo all’individuo, ma a tutti, anche ai gruppi, alle comunità, ai paesi.
Spesso non ne siamo nemmeno consapevoli, è un processo inconscio travestito da lumi e ragioni.
E a me pare, onestamente, che gli ebrei facciano ANCHE un gioco proiettivo in cui un popolo paga per tutti.
Del resto, i palestinesi hanno i loro torti.
Però è facile giudicare dai nostri rassicuranti (beh, quest’anno forse un po’ meno) orticelli protetti. Ma se qualcuno invadesse la nostra terra in nome di un Dio che non conosciamo, se "pretendesse", se riducesse in minoranza, allora che faremmo? Che faremmo per i nostri figli?
Io non me la sento di stare né dall’una né dall’altra parte. Dico solo uan cosa: non accetto che un Nobel per la pace dica che una lezione di guerra fa bene. Per una volta ci vorrebbe davvero Staffelli la consegna immediata di un Tapiro gigante.
Io non lo accetto.
Gli errori stanno da entrambe le parti, ma c’è stata un’invasione, anni fa. E non possiamo chiudere gli occhi. L’abbiamo anche spinta, protetta, per tappare le voci delle nostre coscienze ancora fresche di Olocausto. Ma, ripeto, il tempo passa e gli errori vanno sanati, non resi eterni da un’agonia prolungata.
Cerco di tenermi – con prudenza e saggezza – sul fragile confine di questo dramma mondiale (perchè riguarda tutti noi, tutti) vedendo di volta in volta il rimbalzare di errori, in un torneo di ping pong in cui al posto della pallina si tirano bombe.
Al premio Nobel vorrei comunque riportare i commenti del parroco di Gaza, Manwel Musallam, intervistato ieri su Repubblica: "A ogni boato i bambini scoppiano in un pianto disperato e non smettono più. Non importa quanto i genitori li stringano forte. Già due bambini sono morti di paura. Uno di 12 anni aveva appena visto bombardare una casa. L’altro aveva 16 anni e ha sentito gli aerei che sganciavano missili sulla sua testa. I ragazzi riprendono a fare la pipì a letto. Queste azioni di guerra poi distruggono la figura del padre, che dovrebbe proteggere e accudire e invece è impotente. Si può essere certi che da grandi questi bambini cercheranno un’altra figura di riferimwento dall’apparenza forte. Hamas, o un qualunque movimento estremista".
Che Sharon rifletta e magari ci ridia il suo Nobel.
Quanto ai morti, nessun morto conta o pesa di più. I morti sono morti. Anche nello Stato ebraico si contano i lutti, si convive con il terrore.
Hanno perso tutti, ebrei e palestinesi.
Ma mi viene sempre in mente la frase del Talmud tanto amata dal popolo ebraico: "Chi salva una vita salva il mondo intero". Sì, ma allora chi uccide una vita non uccide forse il mondo intero?
PULIZIA DELLA MENTE?
Sfogliando recentemente il Venerdì di Repubblica scopro che Madonna Ossi di Seppia (Montale, perdonami il prestito) ha ingaggiato un cleansing expert di New York per liberarsi di tutti gli oggetti che le ricordavano l’ex, Guy Ritchie.
Cleansing expert? Adesso abbiamo pure bisogno di una balia per disfarci degli oggetti. Fantastico.
Già già, abbiamo il consulente per lo shopping, quando compriamo, e il "mondezzaro" che ci soccorre quando dobbiamo fare le pulizie di Pasqua. Di fatto il cleansing expert è solo un nome altisonante per definire questa specie di spazzino domestico.
Insomma, da soli non siamo più capaci di fare niente. Neanche di gettar via quattro ricodi imbalsamati che, se ci fanno soffrire, sono comunque sopportabili mentre li scortiamo nella traiettoria verso il macero.
Tra l’altro il cleansing expert serve a far pulizia di tutto ciò che nel "soggetto" potrebbe evocare i ricordi di ciò che va dimenticato.
Un fatto che mi riporta alla mente un bellissimo film inglese, Eternal sunshine on a spotless mind, dall’infelice traduzione – nel titolo – italiana: Se mi lasci ti cancello ( il solito vizio da commediola pecoreccia).
Lui si rivolge a dei tizi per cancellare dalla sua memoria ogni traccia di lei. Il film è surreale, avvolgente, denso di ironia e malinconia. La sceneggiatura si è guadagnata un meritatissimo Oscar.
Ma si trattava – pensavo – di fantasia, di un’opera immaginifica bella quanto inquietante (a un certo punto lui cambia idea e insieme a lei cerca di nascondersi nei luoghi della memoria, incalzato dalla macchina cancellatutto che man mano li scova).
Ma, come sempre, arriva la realtà e caccia la fantasia, sostituendola.
Infatti, orrore e raccapriccio, il cleansing expert è un depuratore della mente attraverso la sottrazione dei ricordi materiali che circondano il cliente.
Magari bastasse liberarsi di un oggetto per cancellare un sentimento, una presenza.
A meno che non si tratti di amori ma di calessi, di infantili capricci travestiti a uso e consumo dei bisogni momentanei.
Questa sorta di "yoga commerciale" in cui la mente viene ripulita da una sorta di efficientissima colf mi fa venire i brividi.
Stiamo diventando una generazione di incapaci. Incapaci di intendere e di volere.
La vita è fatta di scelte, di dolori, di ostacoli. E non possiamo pagare qualcuno che spazzi via tutto (letteralmente) al posto nostro.
Se liberarsi esternamente di un ricordo fa male, si fa lo stesso. Da soli. Sulla propria pelle.
Questa mania di pagare balie, badanti, faccendieri domestici che si occupano anche dei sentimenti e delle emozioni sta subendo una sgradevole accelerazione.
Fra poco avremo perfino il FattoNatale, che non è un tossico ma un tizio che va in giro a comprare i regali per noi (detto in camera caritatis, qui si tratta davvero di una lagna di proporzioni bibliche, la tarantella di pensierini e pensieroni – ma quanto pensa, la gente, a Natale? – uccide chiunque).
Insomma, tutto pronto e confezionato per noi. Basta sborsare soldini.
Chissà se Madonna adesso è contenta. Voilà, il suo mondezzaro di fiducia ha risolto nodi noiosi per lei.
Peccato che dentro, negli anfratti di cuore e cervello, i fatti e le persone sfuggano (come i due protagonisti del film) alla nostra caccia alle balene, in cui arpioniamo ciò che ci fa male tentando di ucciderlo all’istante.
Il canto di certi giganti del mare, dei nostri mari interiori, è sempre più forte.
Perchè è misterioso. Perché è segreto. Perché canta anche il dolore.
LA MAPPA E’ IL TERRITORIO?
La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata
(Gregory Bateson)
Chi, come me, lavora con le parole sa bene in quali angusti anfratti capita a volte di infilarsi. Il linguaggio è straordinario e allo stesso tempo insidioso, può brillare come un faro nella notte oppure diventare nebbia che tutto invade, mescolando i confini delle cose, spostandole, equivocandole.
La frase di Bateson è verissima ma, ahimé, ognuno di noi crede invece che la sua personalissima mappa mentale indichi il territorio, lo rappresenti in modo oggettivo e non soggettivo.
Purtroppo la neurolinguistica, con la scuola di Palo Alto, su questa affermazione ha costruito addirittura un meccanismo di gestione e controllo di chi ci sta di fronte, partendo dalla conoscenza delle sue mappe con le quali interagire. Dico purtroppo perché ho carissimi amici che insegnano questa disciplina tutta moderna (che però, come sempre, saccheggia gli "antichi") e che mescola Watzlavich e Bateson, Korzybski e lo zen orientale e mi è capitato di editare un loro testo pubblicato da Franco Angeli. Personalmente, queste manipolazioni usate a fini commerciali (molti venditori fanno corsi di pnl per imparare il "calco" del cliente che sta loro di fronte, e che consiste nel mimarne i percorsi gestuali e linguistici al fine di metterlo a proprio agio) mi lasciano molto perplessa.
Ma torniamo alle mappe e ai territori.
Il problema, dicevo, è che ognuno di noi ha la sua mappa, che diventa un territorio universalmente valido. Anzi, il territorio. Da qui si parte per "scapocciarsi" su ogni tema della realtà, passando da una discussione a cena a…una guerra.
I nostri territori sono come terre di mezzo popolate dagli abitanti che abbiamo creato. Insomma, siamo tutti dei tolkeniani senza saperlo. A questi territori diamo il valore di realtà, seguendo invece, spesso, le nostre credenze.
E le parole, in queste mappe, sono come i cartelli stradali. Sono loro a orientarci, a farci dare indicazioni agli altri (molte delle quali errate), a indirizzare i viaggi.
Ma la parola, senza un’esperienza condivisa, ha scarso valore.
Dunque le nostre mappe devono in qualche modo fluire le une nelle altre.
Senza la condivisione di un’esperienza tutto rimane su carta, o in punta di penna.
Certo, la percezione cognitiva di qualunque cosa ci venga offerta dalle parole avrà comunque un peso, ma questo peso sarà ripartito in modo differente.
Io non sono una "mamma", ad esempio. Dunque posso immaginare, con la mia mappa, in cosa consista un affetto filiale, provando a immedesimarmi nella maternità.
Ma per quanto profonda, la mia conoscenza sarà fatta solo di mappe e parole, senza un’esplorazione reale del territorio. Sangue del mio sangue. Bellissima immagine evocata, splendida frase. Ma non so che significa viverla, renderla reale, concreta.
A complicare le cose, ci si mette l’esperienza condivisa che, per ognuno, può avere un tenore diverso.
Dipende dal punto di vista, o di svista.
Per intenderci, sia i palestinesi che gli ebrei vivono sulla pelle il dolore di un conflitto che pare inestinguibile, eppure della medesima esperienza hanno una percezione assai diversa.
Perchè la mappa è il territorio, e le mappe sono diverse. Quindi ognuno al consulta durante la sua navigazione personalissima.
E a volte, quando si grida Terra! Terra! è troppo tardi.
In barba alle mappe, ai territori e alle parole.
NATALE CON PLEO
Di Pleo avevo parlato un paio di post fa. Il fatto è che me lo sono trovato davanti dal vivo, in doppia copia, la sera di Natale.
Doppia copia perché destinato ai miei due nipotini.
Io me stavo a letto, tra l’ebbrezza vagamente alcolica di una febbre quasi a quaranta e i bronchi intasati. Nella mia forzata quarantena ascoltavo le voci dei parenti riuniti per la cena. Arrivavano dal corridoio come un’eco consolatoria che però mi faceva sentire, se possibile, ancora più sfigata.
Tra l’altro sono anni che mi vesto da Babbo Natale per i miei nipoti ma stavolta ho ceduto lo scettro, anzi il saccone, a mio fratello. E loro, a otto anni suonati, ci hanno creduto di nuovo. Fantastico. Peccato che quello sconsiderato di Babbo Natale ha portato anche i due Pleo.
Mio nipote, clemente, dalla soglia della camera ha voluto farmi assistere alle prime mossette del suo nuovo amico.
Ed è proprio come lo avevo immaginato, ahimé.
Dormicchiava, si stiracchiava, grugniva.
Quando nasce (cioè quando uno lo compra) bisogna stare attenti a non fare troppo rumore, a non essere violenti ecc ecc.
E mi facevano pena, quei bambini (i due nipoti di otto anni e quella di tre) radunati intorno a quello sciocco neonatino di plastica che azzittivano ogni possibile caciara con gesti nevrastenici.
Tutti intorno a un coglione di dinosauro finto, tutti intenti a fargli i grattini sotto il mento o a fargli mangiare la foglia, e non in senso figurato: lui mangia davvero una foglia di plastica. Il prolema è che nella scatola d’acquisto ce n’è una. Ergo se un bimbo la perde quello muore di fame?? Con successivi sensi di colpa da lettino freudiano…
Insomma, lui è come l’avevo immaginato. E acchiappa grandi e bambini con quegli occhioni che ti guardano attraverso i loro sensori.
Ma con me non ce l’ha fatta, Pleo. Non mi sono commossa davanti alla sua vocetta e ai suoi prodigi di bravo robot lattante.
Eppure in alcuni parenti vedevo il brivido del compiacimento. Lo trovavano fantastico.
Io no. Mi dissocio e ci tengo a confermare quanto avevo supposto su Pleo.
Adesso l’ho perfino toccato con mano (è un po’ vellutato ma sempre di plastica rimane) ma nulla da fare. Lui da una parte, io dall’altra.
Non saremo mai amici.
Mi dispiace solo che i miei nipoti gli corrano dietro in questo modo.
Meglio la gatta di mia sorella che, per quanto perfida e ostile, è fatta di carne vera.
A proposito, chissà che ne pensa di Pleo.
Fatto sta che non la vedo girare…
E’ NATALE E’ NATALE SI PUO’ FARE DI PIU’
Non sopporto il tormentone pubblicitario di questo natale. Un falso buonismo che in realtà è tutto concentrato sul consumismo.
Del resto, abbiamo creato un sistema economico mondiale che si basa sempre e solo sul consumare.
Terribile, se si sosta un attimo sul significato della parola. Consumare. Dunque esaurire, distruggere, ridurre a nulla. Ma anche compiere. Compiere cosa? Il rito del consumo, appunto.
Una civiltà che per progredire deve consumare contiene in sé il germe della sua distruzione.
Ci siamo abituati, tutti, a farci riempire mente e orecchie con gli incentivi all’acquisto perchè fa bene non solo a noi ma anche all’economia, ne spinge la crescita giustificandone l’esistenza. Quindi se vogliamo star bene dobbiamo continuare a consumare a più non posso. Se mi fermo a pensarci ci trovo qualcosa di abietto, malato. Che cela un’oscurità relegata in uno scantinato che però non per questo cessa di esistere, come del resto ci mostra abilmente la recente disfatta delle nostre illusioni economico-finanziarie.
Penso spesso alla carta dei Tarocchi, quella con la Torre che precipita giù a causa dell’umana ignoranza. Di nuovo, ancora, la nostra Torre è caduta. Ma siamo pronti a mettere nuovi mattoni, a costruire facendo finta di non vedere l’assenza di fondamenta. Un po’ come se ci ostinassimo a fare una cattedrale sopra una fogna.
E ci si mettono pure le canzoncine della pubblicità, a farci far finta di essere più buoni solo perché ci ingozziamo di pandori, panettoni e cioccolatini. Non basta mettersi in testa il cappellino rosso di Babbo natale addobbando i nostri salotti. Il Natale va guardato in faccia, non nella gola.
Un’economia basata sul consumo continuo dovrebbe – prima o poi – farci pensare ai nostri destini.
Sarebbe ora di invertire un po’ la rotta. Ma non lo facciamo.
E mentre la gente muore di fame e dorme sotto i ponti, noi, tanto buoni e sapienti, lasciamo che ogni giorno i supermercati buttino via quintali di merce ancora buona, tanto per fare un esempio.
Il sacchetto che contiene una mela troppo matura, la scatoletta di piselli che scade dopo un paio di giorni, la torta ammaccata…Cibo commestibile, insomma, ma esteticamente bruttino, o vicino alla sua "fine". In poche parole, non commerciabile e dunque estraneo al girotondo dei nostri consumi.
Andrea Segrè, autore del libro Elogio dello spreco, indaga e scopre che si tratta di 658 tonnellate di cibo al giorno, 240 mila tonnellate all’anno, per un valore di un miliardo di euro. "Basterebbero a far mangiare tre volte al giorno, diciamo per l’intero 2009, qualcosa come 620 mila persone".
Non mi pare sia necessario aggiungere altro.
E’ Natale è Natale si può fare di più.
Decisamente.
L’ALBA O IL TRAMONTO DEL PD?
Di solito non mi occupo di politica, nelle pagine del blog. Ma a volte non riesco a resistere, specie negli ultimi tempi.
E poi la politica c’è, non si può far finta di ignorarla. Sarebbe come scegliere un panettone escludendo l’uvetta. In fondo "ogni nostro gesto è politico", scrive la bravissima Szymborska in una delle sue poesie. Vero.
Dunque a volte bisogna pure parlarne apertamente. Chi frequenta il Mulino sa che non ci sono schemi precisi ma una trasversalità che cerca di trovare i visi e le virtù da ogni parte, senza pregiudizi confezionati sotto le bandiere.
Ma, devo dirlo, il rantolo terminale di una sinistra che deve per forza cambiare per non morire non ha di meglio che ricevere l’estrema unzione da Alba Parietti?
La signora in questione passa con disinvoltura dai macellai ai filosofi, dai filmetti natalizi ai presenzialismi "impegnati" nei salottini più mondani che giornalistici di Bruno Vespa o Maurizio Costanzo.
Mai risolto il conflitto fra i lifting alle tette e quelli al cervello, Alba Parietti soffre la sindrome dell’intellettuale mancata (non basta tare insieme a un filosofo per diventarlo…) e decide di fare la Giovanna D’Arco della politica, proponendosi alle primarie.
Non bastavano le signore impomatate che hanno già raggiunto le fila dei vari partiti, da Cicciolina alla Santanché passando per i fuochi rossi (ma solo in senso cromatico) della Brambilla.
E poi attori, attrici…tutti in politica, via. Come se fosse un gioco.
Io la Parietti a guidare la resurrezione dei democratici italiani non ce la vedo proprio.
E poi mi fa paura, con quelle labbrone a canotto che sembrano evocare una Cappuccetto rosso dei tempi moderni:
Alba Alba, che tette grandi che hai….
Per proteggerti meglio
Alba Alba, che coscia lunga che hai…
Per arrampicarmi meglio sul Campidoglio
Alba Alba che occhi grandi che hai…
Per farmeli guardare meglio
Alba Alba che bocca grande che hai….
Per….
Parlare meglio?
Non è una donna stupida, la Parietti. Anzi, vanta una discreta intelligenza. Ma non basta.
Sono stufa di un paese in cui chiunque si improvvisa politico, in una macedonia di narcisismo e onnipotenza. La politica, quella vera, è faccenda seria. Non basta essere fotogenici e popolari. Malgrado Berlusconi, bisogna continuare a credere in qualcosa di meglio, in una politica seria che trovi un equilibrio fra i parrucconi doc e quelli appiccicati sul cranio.
Largo ai giovani, spazio alle idee.
Le quote rosa (definizione deprimente, sa tanto di apartheid tinteggiato a colori pastello) sono importanti, ma occhio alla qualità di queste quote.
Eppure, eppure la donna che fa la "lady politica" oggi va molto di moda. Dalle signore mogli di presidenti e affini (Carlà ci sta funestando da vario tempo, tanto per fare un esempio) a quelle che si stancano di prendere il té delle cinque e si buttano nell’impegno sociale (la battagliera Santanché), eccoci davanti a nuove rivendicazioni nei luoghi "maschili" in nome di una sacrosanta uguaglianza (salvo poi incazzarsi se non vale più la disparità fra l’età pensionabile), assistiamo a un can can appena iniziato.
In più, non si capisce perché quando una signora di spettacolo si avvicina a un’età "di mezza vita", diciamo così, come accade alla Parietti (e, di nuovo, alla Carlà), all’improvviso si trova sopraffatta dalla necessità di un riciclaggio in chiave politico-sociale.
Ma non è meglio cantare, ballare, recitare? Fare, insomma, quello che più o meno si presume si sappia fare.
Io vorrei vere donne in politica. Donne vicine ai problemi del quotidiano, senza troppi pensieri di immagine o lifiting o gioielli con contratto da testimonial.
Voi no?
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