NATALE NERO
Natale nero. Immediatamente si pensa alla crisi della finanzia internazionale, al crollo dei consumi, alla sfiducia nel comsumo.
Io però qui mi riferisco invece al Natale -in-nero, di molti venditori.
Questi giorni mi sono aggirata per negozi e mercatini, spesso senza comprare nulla, altre volte con qualche pensierino (ma direi più un punto e virgola che un pensiero…non sono in vena di feste, questi giorni).
Tutti, dico tutti, hanno incassato senza presentare uno straccio di scontrino. Neanche un pezzettino di carta, a parte il biglietto da visita consegnato insieme a un sorriso da padella.
Non so voi, ma io da quando faccio parte del popolo della Partita Iva faccio molta più attenzione a questo fatto, perché quanto incasso con il mio lavoro viene strapazzato da tasse e frenetici giri di Iva che mi fanno venire il mal di mare.
Non solo gli imbianchini, gli idraulici, i tecnici informatici (o di qualunque altra area, basta che siano…tecnici chiamati per interventi), ma anche i negozianti mostrano una bella faccia tosta, con buona pace delle incursioni fiscali.
Io non ne posso più.
Ma perchè non passa mai una bel vigile quando esco da uno di questi negozi??
Così, per par condicio…
E invece l’Italia deve continuare a essere un paese diviso in due, diviso fra chi paga le tasse e chi non le paga.
Ma porca miseria, è così difficile pensare di applicare anche qui il modello americano, quello che fa scaricare ai cittadini ogni spesa, dalla crema per i punti neri alla salsa di noccioline?
Così i cittadini sarebbero assai più interessati a ricevere i loro scontrini. E non sentirebbero sempre quella stramaledetta pressione che ogni volta chiama in causa la tua coscienza, quando ti dicono fra l’ammiccante e il minaccioso: "serve per caso lo scontrino/fattura?" E tu, come un pirla: "ma nooooo si figuri…" perché preferisci pagare un 20% in meno. A volte, poi, non ti tolgono nemmeno quel 20%. E intanto sai che incrementi il divario fra i "paganti" e gli evasori.
Ne avevamo già parlato, nel blog. Ma non mi ero mai resa conto di quanto ci marciassero anche molti fra i negozianti (i mercatini, poi, sono vere associazioni a evadere).
Tutte le volte che mi sono impuntata per avere il mio scontrino fiscale mi hanno guardato scandalizzati, manco avessi avuto la lettera scarlatta stampata in fronte.
Vorrei più onesta. Più democrazia. Quella vera, non quella di comodo.
Vorrei che il pagare le tasse fosse uguale per tutti. Anche il non pagarle, intendiamoci (Babbo Natale mi fai questo regalo?) Ma che almeno valesse per tutti.
E tuttavia non c’è mai qualcosa che vale per tutti, tranne la morte.
Così molti commercianti continuano a intascare e a evadere. Buon Natale, per loro. Magari cantano "E’ Natale è Natale si può evader di piùùùùù"
Del resto, come non capire il fatto di non voler pagare le tasse a uno stato che chiede quote bestiali per poi riservarci la mondezza in cui ci troviamo (mondezza di destra e di sinistra, con raccolta indifferenziata)… Comprensibilissimo. Per carità.
Così, però, si crea un dislivello, un’altra ingiustizia da gettare nel mucchio già bello pieno.
E allora mettiamoci d’accordo.
Io propongo un’altra canzoncina natalizia:
"Pago anch’io. Sì tu sì"
Oppure, ancora meglio, scriviamo a Babbo natale chiedendo meno tasse per tutti ma anche meno evasioni per tutti.
Però mi sa tanto che Babbo Natale sa fare i regali ma non i miracoli.
TESTA DI BAMBINO
Mio nipote Edoardo, Dede “per gli amici”, non fa che stupirci per la profondità dei suoi pensieri. Ha otto anni e come molti altri bambini ogni tanto sforna riflessioni improvvise che sembrano arrivare dalla bocca di un vecchio saggio.
Forse sono così, i bambini. Sono piccoli vecchi, come i nani di Biancaneve.
Non parlo dei bambini cantati da Povia, quelli che fanno Ooooooh!! che meraviglia che meraviglia insieme al verso dei piccioni.
Parlo dei bambini in carne e ossa, quelli che ci in-cantano ogni giorno.
Alcuni sono più fantasiosi, altri più logici. E tutti sembrano conoscere cose che noi non conosciamo, impegnati come siamo a stendere al sole come panni i nostri neuroni, dopo averli centrifugati per bene. Loro no, loro stanno lì e sparano proiettili di saggezza in modo così immediato e spontaneo da farti quasi paura. Sembrano ladri di conoscenza. Forse se la portano addosso, come polvere di stelle, dai cieli lontani che li hanno ospitati prima di nascere.. So che Odifreddi e la Hack si imbestialirebbero, ma me ne frego. Credo che siano anime scese sulla terra, i bambini. Anime giovani o vecchie, ferite o rinvigorite da secoli di conoscenza. Ma non mi va di parlare di metafisica e religione. So solo che per me hanno addosso l’odore degli angeli, quando nascono.
Poi, poi diventano anche piccole pesti che a volte schiacceresti volentieri. Eppure ascoltarli è sempre un’esperienza didattica, per me.
Dede, mio nipote, è un piccolo filosofo, e lo dico astraendomi dal pur legittimo orgoglio di zia.
Davvero, ha collezionato una serie di “imprese” logico- intellettive che lasciano la madre e la nonna a bocca aperta.
L’ultima è strepitosa. All’improvviso, l’altro giorno, si alza da tavola e dice:
Ma se Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri, poi doveva rubare a quei poveri che nel frattempo erano diventati ricchi e ridare tutto ai ricchi che ora erano poveri. Ma poi questi tornavano di nuovo ricchi…e quando finisce allora?
Beh, diavolo, ha ragione.
Io ero più romantica, da bambina. Pensavo alle farfalle come a fiori che volano, e altre immagini fantasiose. Lui invece ama la logica, alternando intuito e analisi.
Sono speciali, i bambini. Il problema è che tutti vogliamo essere “grandi” e forse abbiamo troppa fretta di crescere. Ma abbiamo l’occasione di imparare da loro.
Io so una cosa: non ho mai imparato così tanto come dai gatti e dai bambini.
CUORE DI PLEO, IL REPLICANTE
Vi ricordate lo scandalo del Tamagochi, il pulcinetto virtuale che una decina di anni fa sollevò amori e proteste?
Oggi è solo un pallido ricordo rispetto alla sua forma più evoluta. Si tratta di una novità tutta americana (e ti pareva?). Da tre mesi, infatti, tutti pazzi per Pleo, il dinosauro-robot che spopola approdando, man mano, in tutto il mondo,.
Pleo cresce, si sviluppa e interagisce con il mondo esterno grazie ai suoi sensori sofisticatissimi. Ha occhi e orecchie, insieme a un carattere preciso.
Potete sciropparvelo su you tube, qui >>
Lo ammetto, anche io all’inizio mi sono addolcita vedendo questo cosino che emette versi strani, che sorride o sonnecchia, cammina e si siede come un qualunque animaletto domestico. E poi diciamocelo, un dinosauro è molto più “glamour” di un cane, fa molto vintage, oggi così di moda…
Ma dietro le sue sembianze pacioccone Pleo nasconde qualcosa di mostruoso. Dietro questo apparentemente innocuo robot si cela l’ombra del virtuale che sostituisce il reale perfino laddove non esiste davvero il bisogno, creando un’umanità schiava dei robot che crede invece di controllare.
Pleo è “programmato per avere emozioni”, come descrivono i suoi luciferini e già ricchissimi ideatori dellaUgobe, l’azienda più “in” nel campo delle creazioni meccaniche destinate al grande pubblico.
Programmato per avere emozioni. Già. Esattamente come i replicanti di Blade Runner. Ed è proprio così: il magnifico film che un tempo ci sembrava descrivere una realtà impossibile in realtà fu solo profetico, come molta letteratura di Dick.
Infatti Pleo, perfetto replicante approdato dalla fantascienza alla realtà, chiede attenzioni come un qualunque essere vivente. Ha fame, sete, vuole essere coccolato.
E’ già la mascotte di tutti, grandi e piccoli. George Clooney (al quale forse troppo Martini ha vaporizzato i neuroni), noto amante della zoologia esotica rimasto orfano del suo porcellino nero con cui divideva anche il letto, si è comprato Pleo dichiarando, tutto contento, di essere entrato in bagno una mattina scordandosi di salutare il suo sensibilissimo e permalosetto robotino che si trovava nella stessa stanza (per lavarsi i denti?). Per tutta risposta Pleo ha cominciato a scappare nervosamente per tutta la casa, offeso a morte. E rideva, Clooney, gongolando felicemente per i prodigi del suo pargoletto.
Mah.
Non c’è nulla da ridere. C’è invece da piangere. E molto.
“Ugobe transforms the relationship humans have with technology by giving machines a soul. We are the first company to transform the relationship between humans and robots by blending emotions and personality with logic in machines”, dichiarano i suoi demiurghi.
Trasformare le relazioni umane dando un’anima alle macchine?
Ma stiamo scherzando? La nostra, di anima, è già così in crisi, alle prese con un mondo sempre più finto, posticcio, dove tutti comunicano solo attraverso le nuove tecnologie (Facebook ad esempio è diventato la moda del momento, il luogo deputato alle amicizie e agli eventi sociali…io francamente preferisco ancora le chiacchiere al ristorante) continuando a media-re una realtà sempre più lontana, filtrata, bucherellata dalla pioggia acida di invenzioni meccaniche che invadono il quotidiano.
Hai voglia a fare pubblicità come “La mia banca è differente”. Nel mondo dell’automatizzazione tutto è spaventosamente uguale e…assomiglia a un microchip.
Non mi piace, questo mondo. Non mi piace la direzione che sta prendendo. I video su Pleo mostrano una serie di adulti rincitrulliti che si danno appuntamento per condividere gioie e ansie della loro convivenza con il piccolo dinosauro che sta già rimpiazzando cani e gatti (e poi non perde nemmeno il pelo, vuoi mettere?) nel cuore degli umani. Anche Pleo ha un cuore, certo. Ma di metallo e processori.
Non aspettatevi mica che faccia come Edward mani di Forbice, il protagonista cinematografico ispirato dalla verve visionaria di Tim Burton: a Edward-Frankestein il suo creatore al posto del cuore aveva messo un biscotto…
Pleo è finto. E’ la summa del velo di Maya. Eppure i grandi sembrano dimenticarselo. Non a caso il robot non si vende nei negozi di giocattoli ma nei grandi centri che ospitano elettrodomestici, da Trony a Euronics.
In Italia è appena arrivato. Ma già circolano i sintomi di questa nuova, pericolosa influenza. E non ci sono vaccini, ahimé.
Si può solo ricorrere alla capacità di discriminare, di guardare al significato simbolico e sociale di questo “giocattolo” che ci allontana ancora di un passo dalla vera essenza delle cose. Essenza pulsante, vitale, su cui alita un soffio cosmico che non ha nulla di tecnologico.
Lo stupore davanti alle meraviglie del mondo si fa sempre più piccolo. Eppure io, io ancora inchiodo il motorino per farmi rapire dai cromatismi di un gruppo di nubi traghettate dal vento. E penso che quelle nubi siano più miracolose, più stupefacenti di un robotino che mi fa gli occhi di Bambi.
Seduttivo anche lui, per carità. Ma ancora preferisco i miei gatti, con il loro cuore pulsante. Li preferisco anche se mi riempiono casa di peli, se si fanno le unghie sul divano nuovo e se fanno la cacca che puzza (a proposito, ma quella di Pleo?).
Io, Pleo non me lo compro. Clooney probabilmente direbbe: no Pleo, no party. Pazienza.
Che bisogno c’è di avere un animaletto robot? Perché questa smania di virtuale?
Il problema, come al solito, non sono le tecnologie ma l’uso che ne facciamo.
Quando ho assistito a un incidente chiamando subito l’ambulanza con il cellulare ho pensato al lato luminoso della Forza Tecnologica, ma noi, come i Sith di guerre stellari, preferiamo sempre la via breve, comoda, scegliamo il lato oscuro che rimpiazza la vita laddove non esiste assolutamente la necessità.
Siamo immerso in Matrix, ogni giorno di più. Affoghiamo credendo invece di volare.
Vorrei che tutti i Pleo del mondo facessero come Hal 9000. Ci starebbe bene. Ma succederà anche quello, un giorno. Un giorno forse non così lontano…
QUANDO AL POSTO DI PHOTOSHOP C’ERA DORIAN GRAY…
Lucrezia Borgia
Oggi ci scandalizziamo per i fotoritocchi al computer. Il loro uso è quasi selvaggio, tanto che i grafici si specializzano nelle acrobazie garantite da Photoshop perché aumenta la resa e il lavoro.
Le foto dei personaggi celebri mostrano deretani, seni, muscoli, visi e corpicini scolpiti. Tutti belli, precisi, appetibili.
Tutti taroccati. Anzi, ritoccati.
Da qui lo scandalo di alcuni.
Certo, non è bello sapere che quasi sempre abbiamo davanti un’immagine posticcia alla quale hanno tolto qualche chilo di troppo oppure hanno sollevato un poco le tette con un sapiente gioco di ombre cinesi…
Il problema è che il computer oggi rende tutto immediatamente trasformabile grazie al controllo del virtuale che si fa realtà tangibile.
Però il fotoritocco non nasce certo con internet che, in realtà, ne meccanicizza e ne esaspera, moltiplicandole quasi all’infinito, le possibilità.
Prima della fotografia esistevano solo i dipinti: paesaggi e persone restituiti da mani sapienti. A volte…molto sapienti.
In effetti pare che i ritratti dei personaggi celebri – conti, imperatori, duchi e duchesse, regine e principi che hanno fatto la storia degli ultimi secoli – siano spesso stati abbelliti. Come nel caso di Lucrezia Borgia, miscuglio di fascino e ombra che ancora oggi seduce con la sua vicenda. La vediamo in molti quadri d’autore che ne esaltano i tratti delicati e allo stesso tempo profondi. E tuttavia a un certo punto i critici d’arte hanno scoperto che un anonimo ritratto raffigurante quella che sembrava una giovane qualunque in realtà rappresentava lei, Lucrezia, diciamo…"prima della cura". Il naso più ingombrante, gli occhi leggermente infossati sparirono poi dai ritratti ufficiali.
E non toccò solo a lei.
La fedeltà nel ritratto di sangue blu rischiava di essere viziata dal peso di una raffigurazione idealizzata, un po’ come si faceva con le antiche statue greche e romane che rappresentavano gli dèi (uno per tutti, il magnifico Apollo di Veio).
Solo che gli déi erano déi, ovvero "forme dell’anima", come scrive Campbell. E’ giusto che un dio sia Armonia e Bellezza suprema.
E tuttavia anche nel sangue reale si coagulava l’incarnazione divina. Di qui probabilmente la necessità di quel bello ideale ispiratore – nella resa pittorica – di molte lusinghe estetiche laddove la natura era stata poco generosa con il soggetto.
Ingentilire i tratti era una pratica diffusa quando si dipingevano per stirpi "patrizie".
Addirittura alcune regine non più giovani continuarono sempre a mostrare vent’anni in una eterna primavera anche nei ritratti dipinti durante il loro autunno.
Insomma, ritratti simili a quello di un Dorian Gray che non solo rimane giovane ma diventa anche più bello sotto lo sguardo dell’artista di turno.
Si sa, l’uomo da sempre insegue la bellezza non corrotta dal tempo, in un anelito costante che dona all’arte le visioni più suggestive. L’incanto senza tempo del Bello si fa struggimento, tensione verso.
In molti casi i visi e i corpi dei soggetti nobili venivano magnificati attraverso opportune aritmetiche dell’estetica; addizioni e sottrazioni studiate per ritoccare i tratti, ingentilirli e abbellirli.
Ritoccare, appunto. Un fotoritocco artistico, manuale, dal sapore di un tempo perduto che non è più.
Ma chi si scandalizza troppo per l’uso di photoshop forse dimentica questi "interventi" pittorici.
Si sa, il bello è una tentazione irresistibile. Come sapeva bene anche Dorian Gray.
MALCOSTUME INDIFFERENZIATO
Questi giorni si parla molto dell’ultima puntata di Report tutta dedicata al sistema romano della nettezza urbana, con il flagello nazionale rappresentato dalla famigerata discarica di Malgrotta con il suo gassificatore che esala fumi velenosi.
Un assessore del PD è stato costretto a dimettersi dopo la "figuraccia" fatta in televisione dove, con un intercalare denso di turpiloqui, credendo che le telecamere fossero spente ha continuato – l’ingenuo – a raccontarsi allo scafato giornalista, che ha così radunato una serie di pensieri poco graziosi relativi agli inquinamenti sull’inquinamento, cioè gli inciuci che coprono il business della spazzatura, vero "oro" non solo a Napoli (ricordate lo scandalo campano dell’epoca di Tagentopoli?).
Ora, quelli di Report saranno stati scorretti, d’accordo. Ma anche l’assessore è stato un grullo apocalittico: si sa che quel tipo di indagine giornalistica non guarda in faccia nulla e nessuno usando perfino il trucco delle telecamere spente, come nel caso di Bassolino.
Però la vera vergogna non è quella del giornalismo aggressivo di Report. La vera vergogna è ciò che è venuto fuori.
E cioè i legami "puzzolenti" tra Ama e Cerroni, il ricchissimo proprietario del gassificatore.
E lo scandalo della raccolta dei rifiuti che continua a gravare su Roma.
Rifiuti che in parte finiscono, in modo indifferenziato, proprio nel gassificatore di Malagrotta dove vengono bruciati insieme, allegramente, per ricavarne energia da vendere (energia i cui proventi vanno al Cerroni, ovviamente).
Non è sufficiente emettere decreti legge su quegli scioperati dei cittadini campani che insieme alla frutta buttano comodini e divani. Da noi le cose non vanno certo meglio.
Anche noi abbiamo le nostre "napoletanate", e una sana multa non farebbe mai male.
Nella civilissima Roma, caput mundi, sia l’Ama che i cittadini continuano a far finta di nulla.
Per quanto riguarda l’Ama, rivedetevi l’ultima puntata di Report (non basta un sito fichissimo che promette tanti buoni servizi sulla nettezza urbana per avere le "mani pulite" e le discariche a posto), e per quanto riguarda Roma…basta vivere nella capitale o visitarla per accorgersi delle buffonate che riguardano la raccolta differenziata.
Nella mia cittadina natale, a Senigallia, come in molti altri luoghi d’Italia, fuori da ogni casa ci sono i cassonetti condominiali, tutti puliti, tutti in ordine, tutti svuotati regolarmente ogni giorno (a Roma, in certi quartieri, pare a volte si scordino proprio di transitare…)
Accade anche in molte città europee, come la Germania.
Un brillante segno di civilità.
Invece no, a Roma no. A Roma come in altri capoluoghi nostrani la raccolta indifferenziata viene fatta all’italiana, ovvero in modo raffazzonato, furbetto, cialtrone.
Insomma, una raccolta alla carlona, in poche parole.
Per non voler spendere soldi che devono invece andare nelle gonfissime tasche di chi gestisce le tasse che noi poveracci paghiamo e che dovrebbero migliorare i servizi statali, si peferisce usare i cassonetti giganti, sparsi qua e là senza logica. Dove lavoravo, sotto l’ufficio troneggiava solo il cassonetto verde (sotto un ufficio, ripeto, e vicino a due negozi enormi di ferramenta e alimentari che ogni giorno buttano quantità industriali di scatoloni); per raggiungere quello bianco dedicato alla carta bisogna farsi a piedi tutta la via. Quando ho traslocato, mi sono caricata pacchi di giornali sulle spalle e ho percorso tutta la strada per buttarli nel giusto contenitore. Che posso farci? La maleducazione civica mi dà fastidio. Peccato, però, che dentro il contenitore abbia trovato materiale organico, lampadine, ferri e vetro.
Lo stesso accade sotto casa mia. Tu, da bravo, separi e distingui i materiali che getti, poi però ti accorgi che gli altri fanno come gli pare. Cioè se ne fregano dando vita a una bella macedonia di rifiuti. Ciliegina sulla torta: mobilia e materiale informatico.
Certo l’Ama non ci dà una mano, con i cassonetti mal distribuiti lungo tutta la città.
E spesso non offre certo il buon esempio.
Un mio amico dice addirittura di aver visto, una notte, il camion dell’Ama che raccoglieva in modo indifferenziato la spazzatura differenziata.
Non so se si tratta di una leggenda metropolitana da lui inventata, ma non metterei la mano sul fuoco sulla finzione…
Ecco che sia i cittadini sia le istituzioni pubbliche preposte alla gestione della mondezza preferiscono molte volte fare i loro comodi piuttosto che aiutare un paese e un pianeta ormai prossimi al coma.
Io, non ci riesco. Anche se insieme al vetro trovo le arance buttate dal supermecato non riesco a chiudere gli occhi.
Non servirà a nulla, la mia povera raccolta da "formichina". Troppe cicale in giro.
Ma quantomeno serve alla mia coscienza.
Ci sono coscienze, in giro, che somigliano molto alla discarica di Malagrotta…
IN NOME DEL FIGLIO
Eri giunto così in alto con le tue sole forze che di conseguenza nutrivi un’illimitata fiducia nelle tue opinioni. E questo non mi affascinava tanto da bambino quanto più tardi, nell’età della crescita. Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto, ogni altro era demenziale, folle, anormale. Nutrivi una tale fiducia in te stesso che non ti sentivi affatto in dovere di essere conseguente, ma non per questo cessavi di avere ragione. Poteva anche accadere che su un particolare problema tu non avessi alcuna opinione, e allora tutti i parei possibili al riguardo dovevano essere sbagliati, senza eccezione. Ai miei occhi assumevi l’aspetto enigmatico dei tiranni, la cui legge si fonda sulla loro persona, non sul pensiero (…)
(Franz Kakfa, Lettera al padre)
Leggere la lunghissima lettera che Kafka scrisse a suo padre è un’esperienza dolorosa ma illuminante. Chi ha amato – come me – il suo genio assoluto non potrà non tracciare una linea dritta che lega tutte le sue opere al soffertissimo rapporto con suo padre.
Il senso di colpa, l’enigma, il processo che condanna senza giustizia e senza appello qualcuno ("ancora dopo anni mi impauriva la tormentosa fantasia che l’uomo gigantesco, mio padre, l’ultima istanza, potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio", scrive ricordando un episodio dell’infanzia), la metamorfosi di un uomo "senza qualità" che si trasforma in un insetto diventano improvvisamente più chiari alla luce del rapporto che condizionò e trasformò tutta la sua vita.
Un padre padrone che frustra i talenti letterari del figlio, che lo giudica un incapace, un essere tormentato e irragionevolmente inquieto, diventa così l’elemento creativo nel quale la sofferenza si veste di parole, dando luogo alla letteratura. Sofferenza che, in Kafka, non se ne andò mai.
Il padre e la madre possono essere pietre d’inciampo quando il rapporto diventa complesso, difficile. I loro fantasmi allungano la loro ombra per tutta la vita. Ecco che alcuni, però, trovano ispirazione nell’arte. Anime vulnerabili, esposte ai venti dell’incomprensione, che tuttavia fanno del dolore legna che arde bruciando nel fuoco della creazione artistica.
Forse non c’è neppure talento senza dolore. Non è un inno al masochismo, ma una constatazione che nasce dall’osservazione dei fatti privati e degli stati d’animo di una folta schiera di scrittori, pittori, musicisti.
In Kafka il marchio del padre dà vita a una sorta di lettera scarlatta che imprime una svolta decisiva nel suo destino.
E il figlio malaticcio, sfortunato, problematico, diventa uno dei talenti più brillanti del secolo scorso, un vero gigante della letteratura.
Molti geni sono figli dell’incomprensione con i genitori. Figure complesse, queste. Angeli e demoni dei nostri giorni, quando magari ci troviamo a "combattere con forze infantili in età adulta", come Kafka scrisse a suo padre.
Il bambino che è stato è lì con noi, e non è detto che sia gaio come il fanciullino di pascoliana memoria.
Magari è sbrindellato, ferito, sospeso nei territori inconsci in cui il tempo tace. Fragile, umbratile, lunare, si nasconde dentro e dietro l’adulto condizionandone le decisioni.
Il bambino che fu Kafka muove la penna dell’adulto, ne guida con mano sicura le intenzioni e i pensieri.
Così accade a ognuno di noi, nel bene e nel male.
Un padre non certo facile, quello di Kafka. I caratteri non si conciliano solo in virtù della condivisione di uno stesso sangue. A volte chi dovrebbe educarci diventa il modello dal quale fuggiamo, il modello che non vorremmo mai ripetere, quello che ci visita nei nostri incubi.
A un certo punto della vita, però, si deve avere pietà. Per sé stessi e per quei genitori nei confronti dei quali non siamo riusciti a trovare un varco, un passaggio capace di diventare un luogo di incontro.
Kafka decise di scrivere questa bellissima lettera in modo "da rasserenare un poco entrambi e rendere più facili la vita e la morte".
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