LE PAROLE TRA NOI NOIOSE
Lavorando con le parole capita – giocoforza – di riflettere sul loro uso e abuso.
Sembrano vagamente migliorati i tempi del funesto "attimino", tormentone dalle svariate applicazioni ("è un attimino scomodo", "sono un attimino stanca", "vorrei riflettere un attimino", ecc.). Anche se incombe sempre sulle nostre teste, come la nuvoletta di fantozziana memoria.
Purtroppo è sempre in voga il "teatrino", spalmato sulla politica come burro su una fetta di pane.
E "scendiamo sempre in campo", tutti, in ogni occasione.
Poi ci sono le mode gergali. Oggi va molto il famoso "Ci sta".
Fino a quindici anni fa non si usava.
Personalmente, lo trovo orripilante.
"Sei andato a casa perché avevi voglia di andartene? Ci sta".
Ci sta? Non ci sto io, mi sa…
No, decisamente non mi piace. La trovo una brutta espressione.
Soprattutto, non mi piace l’abuso di parole e modi di dire.
In questa direzione, assistiamo all’inflazione delle "ottimizzazioni" e delle "attivazioni"...
"Stiamo ottimizzando i risultati". Ottimo.
"Mi sto attivando". Come? Con una pila Duracell?
Insomma, che lagna…
NONNINE D’ASSALTO
Me ne stavo – abbastanza stressata a dire il vero – nella mia brava fila al supermercato, con il carrellino, desolato, che ospitava quelle cosette tipiche che ti compri quando non hai né tempo né voglia di cucinare (That’s amore Findus, stracchino, bresaola, lattuga imbustata e già lavata).
A un certo punto mi giro e compare lei, la vecchietta che scalza tutti facendo lo slalom, sgomitando e affermandosi con una grinta che neanche le Veline con il loro stacchetto di coscia… Sculettava anche lei, la nonnina, passando avanti a tutti, allegramente.
“Grazie grazie, vedo che lei ha meno roba”. Ma non era mica vero. E si ingobbiva ancora di più, la furbacchiona. Che secondo me godeva di una salute migliore della mia. Infatti è andata via trotterellando dopo essere passata davanti a tutti, considerandolo un dato di fatto, semplicemente.
Ora, riconosco il diritto di anzianità, figuriamoci. Ma almeno l’educazione…
Sempre più spesso, in giro, mi capita di vedere queste nonnine d’assalto che, vere figlie della contemporaneità, hanno imparato i trucchetti dell’individualismo, della maleducazione e dell’egoismo.
Un’altra, alla posta, la settimana scorsa si è intrufolata, quatta quatta, fra le persone che aspettavano e zac!, all’improvviso è piombata con fare rapace sul bancone senza che nessuno potesse realizzare l’accerchiamento.
Colpiti e affondati, tutti noi, i cretini che stavano lì da almeno un’ora.
Se le persone anziane pretendono rispetto, devono anche essere capaci di offrirlo.
E invece sempre più spesso diventano ostili, selvagge.
Alla faccia della saggezza.
Vero, si sono dovute adeguare a questo triste mondo di quotidiana lotta metropolitana.
Ma non sopporto sentir parlare della maleducazione giovanile quando poi mi rendo conto di quanto siano massicce le arroganze senili.
Anche se non sono tutte ciccia e brufoli, pure le vecchiette sanno passare avanti, fregarsene de prossimo e usare i trucchetti.
Comunque la prossima volta, per far presto al supermercato, mi tingo i capelli di grigio…
PAROLE
Oggi sono inseguita dalle parole. Parole arruffate, libere, scapestrate.
E penso, di nuovo e sempre, alla magia dell’ispirazione, a quel momento – solo quello – in cui fluiscono nella mente diffondendosi in ogni dove, percorrendo le arterie come sangue, come linfa vitale, per poi annidarsi sulle labbra silenziose che le traghettano in porto per mezzo di un gesto. Ieri era la mano che scorreva sulla carta impugnando la penna, oggi il click di una tastiera.
Per alcuni scrivere è più facile che parlare. Si tratta di un gesto che raduna pensieri, come fa una nube con la pioggia prima che cada.
Eccole, le parole, vestite un tempo di inchiostri.
Il computer smarrisce la magia calligrafica che incanta con i suoi segni. Ci penso spesso ma come tutti non riesco più a farne a meno. Velocità e comodità si insediano come un vizio scomodo.
Difficile liberarsene.
E allora proseguo, il dito si appoggia sulla tastiera, preme formando frasi mentre il tempo fluido di questo pomeriggio di fine settembre si arresta sulla soglia della sera.
RIFLESSIONE
L’aria fresca pizzica sulla pelle. Finalmente. Non ne potevo più di quell’umidità che rende tumefatto il cervello.
Mi piace il sole. E a chi non piace? Ma non mi piacciono più queste estati più vicine ai Tropici che al Mediterraneo.
Anzi, le detesto. Il caldo troppo aggressivo, l’aria densa, che pesa come un mattone sulle teste di tutti, mi fanno sognare il passaggio di nuvole e pioggia.
E penso all’improvviso al mio omeopata.
Quando vai dall’omeopata, lui cerca di capire che tipo sei, a quale "rimedio" appartieni. Una delle domande classiche è questa: "Preferisce il mare o la montagna?".
Beh, preferisco il mare ma solo la mattina presto e la sera tardi, quando il sole è lieve e ha addosso l’odore della notte. Quando ci sono solo i vecchi e i bambini, sulla spiaggia.
Sono i più furbi, loro.
"Prendono" il sole migliore.
A proposito, una curiosità. Chissà perché diciamo "prendere". Prendere il sole. Mica è nostro, il sole.
La nostra solita smania di possesso…
ARDORE DI POETA
Con usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà staccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila. Pietro Lombardo
non si fe’ con usura
Duccio non si fe’ con usura
nè Piero della Francesca o Zuan Bellini
nè fu "La Calunnia" dipinta con usura.
L’Angelico non si fe’ con usura, nè Ambrogio de Praedis,
nessuna chiesa di pietra viva firmata :"Adamo me fecit".
Con usura non sorsero
Saint Trophine e Saint Hilaire,
usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, nessuno
apprende l ‘arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane amante
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
carogne crapulano
ospiti d’usura.
(Ezra Pound)
Non mi interessa se Pound sia di destra o di sinistra. Non mi interessano – davanti all’arte – i colori politici, spesso appiccicati dopo che si è detto, scritto, fatto.
Nel post mortem a ogni artista viene regalata un’aderenza. Vecchia faccenda, quella dell’arte e della politica.
Di Pound ammiro il pensiero lucido, profetico, quel suo frugare nella civiltà moderna per estrarre con malinconica inclinazione i demoni che si agitano nei sotterranei.
L’economia come male moderno, il sistema bancario come luogo di indebitamento che consente il progresso di una società (progresso che, mentre lei progredisce, al rende più schiava, più indebitata, in un gioco perverso su cui si fonda il monderno benessere, il consumo che chiama consumo), il recupero della natura come luogo arcaico, spirituale che conserva le radici dell’essere. Questo, io amo in Pound.
Non mi stupisce dunque rivedere in televisione un estratto del famoso incontro con Pasolini. Due uomini uniti dal potere del mito, Pound innamorato dall’America dei pionieri, dei padri fondatori, dell’avventura libera; Pasolini sedotto dall’Italia contadina, ancora vergine, mai deflorata dalla corruzione delle grandi città.
Due uomini che la storia mette agli antipodi per le convinzioni politiche, ma che l’arte lega nella sensibilità che sente l’odore eterno di bellezza e armonia, quello dei primordi, prima che la storia fosse.
Pound e Pasolini si annusano, si riconoscono, si corteggiano. Si incontrano nei luoghi in cui il verso si fa coltello e squarcia le nubi del comune pensare, delle negligenze quotidiane, dei torpori in cui l’uomo si perde.
Sia Pasolini che Pound vivevano sulla pelle quello che Freud chiama "il disagio della civilità", ma soprattutto andavano un po’ più in là, esplorando quei confini da cui lo sguardo si perde nella lontananza in cui rimbalza il presente, e guardavano con gli occhi pazzi del profeta il mondo che sarebbe stato un domani. Domani che è oggi.
E oggi, oggi sento l’assenza delle loro voci.
Stanchezze
Sono molto stanco, non mi attendere capitano.
Che un altro annodi sul libro di bordo.
Un porto azzurro, le cupole, i platani.
Non mi ci puoi condurre.
(Nazim Hikmet, Poesie)
In una pausa dal mio lavoro, sfogliando le poesie di Hikmet, sublime poeta turco un po’ strapazzato da Costanzo che qualche anno fa ne abusava nel suo salottino un po’ demenziale, mi sono imbattuta in questi versi.
Semplici, composti, tersi.
E tuttavia intrisi di dolore, di malinconia profonda come profondo è ogni abisso che non possiamo evitare.
Vero, a volte la vita ci costa tanta fatica. Vorremmo scendere, e invece, invece dobbiamo fare "un altro giro di giostra", come lo chiamava Terzani.
Certamente Hikmet ha molto sofferto. Ma ha lasciato versi intensissimi.
Di nuovo, la domanda. L’eterna domanda. L’arte deve cibarsi della sofferenza per salire sulle sue vette?
Ne ho scritto spesso, qui e altrove.
Oggi preferisco restare in silenzio.
E respirare Hikmet. Ancora per un po’.
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