RICORDATI DI TE
Troppo spesso ci dimentichiamo chi siamo. Presi dagli eventi, impegnati a indossare le maschere quotidiane, a passare di film in film, a vincere l'oscar per la nostra migliore interpretazione. Rapiti dalle cose, dalle persone, dalle illusioni, sedotti dal gioco sottile e morboso della danza di maya, che ti strappa a te stesso.
Ogni tanto, ogni tanto ricordarci di noi ci fa bene.
Ma ricordarci di noi "veramente", non di quel "noi" che ci siamo costruiti per piacerci (copia e incolla di personaggi virtuosi, ieratici, buoni, generosi, perfetti) o disprezzarci (eh già, perchè ci piace tanto anche costruire immagini negative, in fondo l'eroe bello e tenebroso, dannato e distruttivo ha il suo fascino, ci piace immaginarci così, scuri come una notte senza luna). Insomma, non di quei personaggi che invariabimente mettiamo davanti.
Ricordarci di noi. Solo di noi. Così come siamo veramente. Nello spazio di una nudità quasi sacra, un'intimità senza sesso, senza parole, fatta di vuoti e di pieni. Di tremori. E pudori.
Lì, in quel luogo, per un attimo possiamo ricordarci di noi. E, finalmente, respirare.
FUORI DAL GREGGE
La vera libertà è solitudine
(E. Junger)
C'era una volta una pecora che, insieme alle altre, viveva in un recinto spazioso ma, ovviamente, circoscritto. La pecora, inquieta, percorreva la staccionata circolare annusando odori nuovi che venivano dallo spazio intorno. Uno spazio, che alle pecore faceva paura. Ma lei sentiva profumo d'erba fresca, freschissima, diversa dalle solite pappe preparate per il suo gregge, e ascoltava rumori soavi di ruscelli freschi, gioiosi. Voleva vedere. Provò a chiamare le altre, a convicere le pecore a uscire fuori, tutte insieme, per un'escursione di gruppo. Ma le altre pecore risposero: "Noooo, noooo" belando disperate "Là fuori c'è il lupo, e tante brutte cose che non conosciamo. Mille pericoli e ostacoli, brutti mostri cattivi". Ma la nostra pecora non si rassegnava e un bel giorno oplà, saltò il recinto e si inoltrò in quelle terre sconosciute. Terre meravigliose, piene di meraviglie. Terre espanse, libere, selvaggiamente scintillanti di infinite promesse. Tutta felice, la pecora conobbe le acque più fresche dalle quali si abbeverò, brucò l'erba più tenera, si appisolò all'ombra di alberi accoglienti sotto un sole nuovo.
Poi tornò nel recinto per raccontare alle altre tutte le belle cose che aveva visto e vissuto. Ma le dettero della pazza. C'era il lupo, fuori, e molte cose brutte, sconosciute. Non era quella la verità. Era una bugiarda. Una folle.
Così iniziarono a isolare la povera pecora pazzerellona, a farla sentire sbagliata.
E lei, lei continuò a vivere i suoi giorni in cattività, finché il ricordo di quell'infinito si fece sempre più flebile.
Un giorno i pastori, vedendola così pallida, malaticcia, priva di vita, le aprirono la porta del recinto per farla uscire, a patto che non rientrasse mai più. Ma lei, lei, spaventata, si rintanò in un cantuccio fissando con occhi rassegnati e atterriti quello spazio infinito che le aveva regalato i momenti più belli della sua vita.
Chiuse gli occhi, tristissima, e si mise a dormire.
Le pecore "nere" vengono sempre ostacolate, spogliate delle loro visioni, dei frutti prolifici derivati dalla ricerca, dallo spostamento dei soliti, vecchi confini.
E così vivono nella solitudine, nell'emarginazione. Non capite, spesso non volute, cercano di mantenere vivo il ricordo degli spazi interiori nei quali hanno assaporato la libertà dell'essere.
Alcune di loro riescono a mantenere gli occhi vigili. E non si arrendono. Cercano, cercano, finché non salteranno di nuovo la staccionata. Altre, invece, non ce la fanno. Si adattano alle misure ristrette della loro cattività. E quando qualcuno apre per loro la porta del recinto che le tiene prigioniere, scelgono di restare nella mediocre quotidianità dei giorni misurabili e consolidati.
Ma, dentro, sanno. E la loro malinconia ogni giorno farà i conti con la memoria della perduta libertà. E, chissà, un giorno forse, tenteranno di saltare ancora.
PER SEMPRE, LE ORE
"Caro Leonard, guardare la vita in faccia. Sempre. Guardare la vita. In faccia. Guardare la vita in faccia, e conoscerla per quella che è. Alla fine, conoscerla, amarla, per quello che è, e poi, metterla da parte. Per sempre, Leonard, gli anni che abbiamo trascorso, per sempre, gli anni, per sempre, l'amore, per sempre, le ore."
Virginia Woolf
Non so voi, ma ogni volta che rivedo The Hours, le Ore, e il suo finale, mi commuovo. Intensa, struggente, la recitazione sublime di Nicole Kidman. Le ore tessono la loro trama lucente sulle protagoniste sparse nella rete del tempo, collegandole tutte a quel destino unico, irrimediabile, denso di nostalgia.
Il testo finale, le immagini, la musica mi commuovono ogni volta, sì. Fino alle lacrime. Trovo il film di una rara poesia, rara come la bellezza interiore, anche se convulsa, di questa donna che voleva passare"come una nuvola tra le onde". Questa donna che amo, che sento, che "suona" dentro di me, da tanti anni. Non una nuvola, ma un temporale, Virginia. Un tenporale con mani di pioggia delicate ma allo stesso furiose, incisive, ardenti di vita.
Chi vuole condividere questo momento, condivida:
http://www.youtube.com/watch?v=tOqrIfByQ-M
Per ognuno di noi, per sempre, le ore.
AMORI
Ogni tanto Mathilde sogna un uomo al quale chiedere: puoi amarmi? Con tutta la fatica di vivere che si porta dietro, la forza e la fragilità. Un uomo che conosca la vertigine, la paura, la gioia. Che non abbia paura delle lacrime dietro il suo sorriso né del suo sorriso fra le lacrime. Un uomo che sappia." (Le ore sotterranee, D. De Vigan)
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