IL PROFUMO DEL LIMONE
Pensavo, oggi, a un limone. A un limone specifico, che annusai, qualche anno fa, nella cucina della mia vecchia casa. Quel limone lì, e nessun altro. Aveva il profumo più buono che abbia mia sentito in un limone, la fragranza agrumata ineffabile, la quintessenza della “limonitudine”, direi.
Ma lui non era un limone speciale. Ero io, a essere diversa. Già, perchè “c’ero”. Ero lì, e non altrove. Completamente immersa in quel profumo. Così penetrante e allo stesso tempo sottile, delicato e forte al contempo.
Quel momento si è impresso nella mia memoria per la sua forza, per la sua singolare “presenza”. Da allora ho annusato molti altri limoni, eppure nessuno, nessuno di loro è mai stato paragonabile a quello. Quello era “il” limone. Nel senso che in quel momento avevo colto, per ventura, un istante sottile in cui la realtà vive per quello che è, semplicemente, senza nulla aggiungere o nulla togliere. Le volte successive, alla ricerca di quel momento, ho proiettato l’attesa sul limone, ne ho enfatizzato volutamente l’aroma, insomma ho bluffato, come sempre, o quasi, facciamo nella vita.
E allora non mi resta che ricordare, con dolce malinconia, l’essenza di quell’istante.
La vita è una successione di attimi magici, come quello. Ma non riusciamo a esserci.
Per me quel limone è diventato un po’ come la madeleine: quando ci penso, la memoria apre le porte di uno spazio in cui il tempo si fa vertigine, e suona una partitura dell’anima. E’ diverso da quell’istante, dal momento “del limone”, da quando ero completamente calata nella Realtà, ma è fatto della sua stessa sostanza.
Siamo fatti di piccole cose, per tornare al post precedente. Quando le viviamo è meraviglioso. E, ancora più bello anche se malinconico, è non poterci tornare con la memoria, che apre altri spazi e altre porte. Ma l’istante, l’istante “vero”, non si ripeterà mai. Per fortuna.
2012: L’APOCALISSE NON ARRIVA…DAL CIELO
Leggo sul web questo articolo di Federico Rampini, scrittore e giornalista che vive a NYC dopo aver vissuto e lavorato a lungo anche in Cina:
NEW YORK -Hollywood ha già pensato ad appropriarsi del mito dei Maya – il cui antico calendario collocava la fine del mondo nel nostro anno 2012 – dedicandogli di recente un kolossal di fantascienza dalle tinte ambientaliste. Ma un altro scenario apocalittico, sempre situato nel 2012, sta diventando l’ incubo di Wall Street. E’ l’ Armageddon del mercato obbligazionario, il Giudizio Universale dei junk-bond. A lanciare l’ allarme non sono le Cassandre di professione ma l’ agenzia di rating Moody’ s. Un suo esperto del mercato obbligazionario, Kevin Cassidy, ha avvertito di recente che «una valanga di titoli viene a scadenza nel 2012, e ci travolgerà se le aziende non si premuniscono in anticipo». E’ questa la vera spiegazione dietro l’ annuncio clamoroso lanciato dalla stessa Moody’ s lunedì scorso: la decisione di «avvicinare sostanzialmente» la revisione del rating Aaa sul debito sovrano delle nazioni più ricche d’ Occidente, inclusi Stati Uniti e Germania. Perché il 2012 è l’ anno di una convergenza micidiale: verranno a scadenza simultaneamente titoli di Stato, obbligazioni di aziende solide, e junkbond, per un volume complessivo che sarà quasi otto volte superiore a quello che i mercati assorbono quest’ anno. Solo il Tesoro Usa nel 2012 dovrà emettere titoli di Stato per quasi 2.000 miliardi, per finanziare il fabbisogno corrente e ri-finanziare debito venuto a scadenza. A questo verrà ad aggiungersi la valanga delle obbligazioni private in scadenza. Una quantità senza precedenti, tutta concentrata a partire dal 2012. Per capire il salto di dimensione: nel corso del 2010 in America vengono a scadere junk-bond per un valore di 21 miliardi di dollari, che quindi devono essere rimborsati dalle società emittenti, oppure rifinanziati sul mercato. Nel 2012 invecei junk-bond in scadenza balzeranno di colpo a quota 155 miliardi. E da quell’ anno in poi sarà peggio: 212 miliardi nel 2013, infine 338 miliardi nel 2014. Perché l’ Apocalisse dei bond è scadenzata proprio a partire dal fatidico 2012? La ragione è scritta nella storia dell’ ultima crisi finanziaria. I mercati cominciarono a subire i sussulti della paura nella seconda metà del 2007, e finirono nel collasso totale durante il 2008. Fino all’ inizio del 2007 il mondo navigava ancora nell’ ottimismo, il denaro facile era la regola. Perciò risalgono a tre anni fa le ultime maxiemissioni di junk-bond con cui vennero finanziate molte acquisizioni, in particolare da parte delle società di private equity. Tipicamente quelle emissioni obbligazionarie ad alto rendimento avevano una durata compresa fra i cinque e i sette anni. Ecco perché la resa dei conti arriverà a partire dal 2012, quando verranno a maturazione le prime ondate di junk-bond che risalgono all’ èra pre-crisi. Ad esse si aggiungono tante emissioni di obbligazioni che venivano a scadenza nel 2009 e 2010, ma sono state ristrutturate con un prolungamento di vita. Ora il mercato del credito sta tornando alla normalità, si è diradata la paura dell’ ultimo biennio. Questo non significa però che gli investitori siano pronti ad assorbire la “tempesta perfetta” che si formerà quando arriveranno a scadenza tutte assieme quelle ondate di obbligazioni. Alcuni esempi di junk-bond americani che risalgono agli anni dell’ abbondanza, sono significativi. Solo per l’ acquisto del gruppo ospedaliero Hca, nel 2006 le società di private equity Bain Capital e Kohlberg Kravis & Roberts (Kkr) spesero 33 miliardi di dollari: di questi 13,3 miliardi furono reperiti con maxi-emissioni di junk-bond che verranno tutte a scadenza tra il 2012 e il 2014. Un’ altra acquisizione da parte di Kkr fu quella della società energetica texana Txu: in questo caso i junk-bond da rifinanziare a partire dal 2012 sono addirittura 20,9 miliardi. Un’ altra celebre acquisizione compiuta negli ultimi bagliori di opulenza fu quella del colosso immobiliare Realogy, finito sotto il controllo della società di private equity Apollo nella primavera 2007, cioè alla vigilia del tracollo del mercato della casa. Come sempre accade nel private equity, l’ effetto-leva dell’ indebitamento è poderoso e si scarica sulla stessa società acquisita: la Realogy oggi deve rimborsare almeno 8 dollari di debiti per ogni dollaro di ricavi. L’ unico modo per prevenire l’ Apocalisse, cioè un’ ondata di fallimenti e insolvenze aziendali, è cominciare subito a ri-finanziarsi, in modo da avere un cuscinetto di protezione quando i mercati si troveranno di fronte alla “Grande Muraglia” delle scadenze nel 2012. Ma anche le aziende più caute e lungimiranti si trovano di fronte a un altro problema: la concorrenza degli Stati sovrani. Perché in simultanea con i junkbond e le altre obbligazioni, anche per i titoli di Stato si avvicina la resa dei conti: attorno al 2012 si concentrano rimborsi relativi ai deficit pubblici accumulati per i salvataggi bancari e le manovre antirecessione. E’ il caso del Tesoro Usa: anche senza ulteriori buchi nel bilancio pubblico, Washington sa già che dovrà reperire sui mercati 1.800 miliardi nel 2012, e altri 1.400 ogni anno nel biennio successivo.
Beh, molto, molto interessante. Ci aspettiamo una fine del mondo proveniente da Ufo, meteoriti, oppure maree e terremoti. E invece la fine del mondo è, se vogliamo, molto più banale. Finisce il sistema finanziario sul quale si è eretta, e sta decandendo, la nostra civiltà.
Scenari meno fantasiosi, suggestivi, eppure, a pensarci bene, molto più realisti e drammaticamente “veri”. Perchè se è vero che ogni cosa è anche un simbolo, non c’è nulla di più apocalittico del crollo definitivo della finanza. Che, davanti a drammi spaventosi, ha sempre trovato il modo di reinventarsi, con le sue banche determinate e aggressive. Ma se il dramma implode dall’interno, c’è poco da fare. Lo abbiamo già visto negli ultimi anni. Nulla può colpire al cuore di un sistema più…del cuore stesso.
E poi si sa, gli dèi hanno il senso dell’umorismo. Un umorismo noir, grottesco, certo. Ma che, in questo caso, funzionerebbe benissimo.
LE PICCOLE COSE
Il successo professionale ci lusinga, ci seduce, ci attira. Certo, è un bel doping per la personalità. Un ottimo vestito per l’autostima. Come no.
Sono reduce da un glorioso appuntamento con un personaggio importante del settore in cui lavoro.
Eppure….Eppure penso – sarà il Natale – alle cose che contano davvero. E non sono certamente le collezioni di glorie professionali che, sicuro, ci fanno bene, ma in cui troppo spesso, un po’ come Dorian Grey, ci smarriamo a favore di un’apparenza. Il lavoro è importante, per carità. Ma, specie quando si frequentano ambienti di lusso, diventa anche un ostacolo per la ricerca delle piccole cose, invisibili eppure potentissime. Piccole cose che pulsano di vita, bramano un’attesa che non fa notizia ma che diventa sostanza, ardore quieto, gioia dell’attimo.
Sono le faccende piccole piccole, come un sorriso casuale per strada, lo fiorarsi di due mani che si stanno cercando ancora, il coraggio del fiore di gelsomino che sfida il gelo e sta lì, a raccontare come la vita sia piena, sempre e comunque.
Cronache minute, piccole come gli ossicini di un passero. Ma non per questo fragili.
In fondo, corriamo sempre dietro ai “grandi eventi”, sognando successi, traguardi, storie a lieto fine mentre la vita si svolge…accanto. Ci passa vicino, e magari non la notiamo neppure, troppo presi da egoiche divagazioni sul tema. Quale tema? Il nostro Ego, l’Immagine a cui vogliamo assomigliare, la Figura Nostra magnifica e…progressiva.
E così ci accade si correre vicino a lavori, matrimoni, e perfino “imprese” spirituali, senza notare il vento che muove la foglia facendola vibrare di un racconto unico, tutto per noi. Un racconto che è Vita. Semplice, piccola, muta. Frastornata da tanto strillare, tanto inseguire, tanto afferrare. Ogni giorno porta con sé la gioia delle piccole cose, basta saperle guardare.
E troppo spesso, troppo spesso ce ne dimentichiamo.
Qualche giorno fa, la neve romana sollevò il naso di tutti. Ecco, sì, allora dovrebbe “nevicare” ogni giorno. Piccoli fiocchi bianchi sulla nostra miopia, ad accendere di stupore uno sguardo altrimenti distratto.
E se guardiamo indietro, se lo facciamo con onestà, dovremmo riconoscere la potenza di questi piccoli attimi, spesso mancati, che hanno dotato sostanza alla nostra vita. Sostanza e presenza. Non occorre scalare vette, costruire imperi o fare famiglie ristrette o allargate. Basta, a volte, accorgersi. Notare quel poco che c’è, ma c’è sul serio. E in quel “poco” ritroviamo il “tanto” che abbiamo invano cercato. Allora gli occhi si allargano di meraviglia e gratitudine, e l’anima si distende, senza corse e rincorse.
Piccoli momenti strategici che sono legati a persone, piante, animali, momenti del giorno o della notte in cui è sufficiente guardarsi attorno per dilatarsi senza divenire porosi.
Sono questi, gli attimi invisibili, piccoli, che non fanno la Storia ma ne costituiscono la ragione stessa di essere.
Dovremmo solo imparare a esserci, quando ci sono loro.
E allora anche un colore fiammingo nel cielo, il timbro di una voce conosciuta, la giusta alchimia di sapori nel piatto che abbiamo appena cucita diventano “momenti di essere”. Momenti di essere. Non sembrare: essere.
ARIA DI NATALE
Bella questa immagine. Mi fa pensare al Natale dell’infanzia, quando credevo ancora al vecchino che arrivava sulla slitta, quando il mondo era una promessa continua, in cui ogni giorno una stella cometa sarebbe potuta atterrare sul mio destino cingendolo di ori e di luce. Quando i buoni erano buoni e i cattivi rappresentavano solo un’oscura, ignota minaccia. Quando le favole accendevano le luci in ogni stanza mentre insieme alla neve cadevano anche le malinconie, raccolte dai folletti ogni notte e deposte lontano, lontano, lontano.
Come tutti i bambini, avevo un’immagine idealizzata che proiettavo sul mondo.
Poi cresciamo. Amiamo. Soffriamo. Gioiamo. Insomma, facciamo tutto quello che i bravi adulti devono fare.
Ma il Natale fatalmente ci riporta indietro. E ci fa fare i conti con i sogni smarriti, gli adulti invecchiati, l’assenza di folletti a raccattare le disarmonie del cuore.
E ci fa contare anche i nostri tesori. E’ una zona cruciale, il natale. Un punto d’arrivo e di partenza, una bilancia, il ritorno di un appuntamento.
C’è chi lo ama e chi lo detesta. E’ ovvio: lo ama chi sta in compagnia, lo detesta chi vive una obbligata solitudine.
Ma c’è anche l’avversione per il buonismo commerciale, per l’assenza di significati profondi.
A me dà fastidio, sì. Non mi piace il natale alla Bauli. Si può dare di più, si può dare di più, si può dare di più…Ergo si può comprare di più. Beh io non lo compro, il tuo panettone.
Il Natale non è commercio. Eppure quell’intimità, oggi, l’hanno persa anche i bambini. Frastornati dai regali, dal luna park di parenti in festa che decidono di volersi bene “perchè è Natale”, dai geitori scoppiati che si riaccoppiano…
Mia mamma mi racconta dei natali di un tempo. C’era più assenza ma…più presenza.
Tuttavia, a ciascuno il suo. Si vede che a noi tocca questo, di Natale. Il Natale di Bauli.
UN’ALBA DIVERSA
Un anno fulmineo – uno sfarzo – una lacrima
lo svegliarsi un mattino
per scoprire che ciò per cui ci si sveglia,
inala un’alba diversa.
(Emily Dickinson)
Non mi va di scrivere altro perché quando “parla” la sensibilità della Dickinson ogni altra parola sembra un orpello gratuito.
FESTA MOBILE
Succede che anche se vai fuori per lavoro, puoi sempre trovare il modo di vedere una città. Puoi evitare di ridurla a una serie di abbuffate nei ristoranti e dormite in albergo.
A me è successo. E' successo a Parigi.
Organizzata bene la mia fuga dalla Fiera, mollate le persone allo stand, ho raggiunto il centro e…mi sono persa.
Sì. Mi sono persa nelle strade di un novembre parigino, con il suo cielo grigio e piovoso (chi mi conosce sa che amo la pioggia), le sue architetture straordinarie, i bistrot., gli alberi spogli… Mi sono mangiata una crepe alla cioccolata mentre volutamente ignoravo ogni direzione. Sì, perchè se ti dai una meta allora non si assapori bene una città. Devi invece perderti per trovare lei, dimenticare mappe e tappe, lasciarti guidare dallo zingaro che è in te e che sa, conosce la non direzione in cui tutto compare. Così, conosci una città. E Parigi è davvero la Città.
Di notte, le sue luci sfavillanti celebrano esattamente quella "festa mobile" di cui scriveva Hemingway. A confronto, Roma sembra illuminata, nelle sue serate notturne, da lampadine di 40 watt.
Parigi no. Lei illumina le facce e i palazzi, gareggia con le stelle, muove il suo respiro invisibile nei bistrot, si infila nello spazio sacro della verticalità gotica, ascolta le chiacchiere infinite allungate nel tempo sospeso di un bistrot. La notte, a Parigi, brulica di luci e colori. E tutti fuori, sparpagliati nei caffé, a ignorare il freddo coprendolo con le voci, con i sorrisi, con le bevande fumanti. Ripenso a Sartre, a Simone de Beauvoir, a tutti gli intellettuali che dei caffé facevano il mondo. Noi, noi invece abbiamo recluso nei salotti la nostra cultura, l'abbiamo asfissiata con i vezzi del dotto, ne abbiamo fatto oggetto di vanto e non di scambio. Respiro l'aria dei caffé mentre immagino quelle voci lontane che volevano cambiare il mondo, che si interrogavano, parlavano, passavano ore seduti girovagando su tutto, consapevoli che l'intellettuale vero è quello che si sporca le mani, come diceva Pasolini. E che discute, che non fa del suo universo l'unica certezza di vita.
E li rivedo tutti, i miei amori passati. In quelle atmosfere parigine vedo Balzac passare in carrozza, e sento la meraviglia di Proust davanti a una nuvola in corsa. E Flaubert, e Victor Hugo. E tutti, tutti coloro che ho amato sono lì, accanto a me, nella mia passeggiata in cui il giorno diventa notte. Fermenti, sospiri di una città "vera", lontana dal provincialismo che attanaglia le nostre presunte metropoli che, ahimé, della metropoli hanno il caos ma non l'essenza di quell'umore sottile che come un vento qui passa ovunque e allarga i confini.
A noi manca quel respiro internazionale, quella brezza dilatata che soffia sulle cose e che, almeno per me, conta tanto.
E mentre cammino per ore mi accompagna la sensazione di essere a casa. Qui mi sento a casa. Mi riconosco.
E la sensazione culmina nella Sainte Chapelle. Non voglio descriverla perchè le parole sarebbero un gesto superfluo. E'. Semplicemente.
Dico solo che la bellezza mi ha trafitto come una lancia e che ho pianto. E che ho sentito un richiamo antico, che attraversava il tempo.
Un istante, ed era già volato via.
Avrei voluto restare lì per sempre, ma il tempo è tornato, mi ha chiamato, mi ha riportato al lavoro che avevo abbandonato.
Eppure ce l'ho fatta. Ce l'ho fatta a regalarmi un pezzo di libertà. A incontrare, anche se per poco, l'anima di una città che si è impressa nel cuore. Mi sono ricordata di quando, tanti anni fa, ci avevo trascorso la gita di scuola. Ricordi smozzicati che riaffioravano. Come quando davanti a Notre Dame mi ero commossa. Intendiamoci, mi sono commossa anche stavolta, Notre Dame è Notre Dame, per carità. Ma è la sainte Chapelle che mi ha rubato il cuore.
Per sempre.
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