ROSSO DI SERA AUTUNNO SI SPERA
Poche cose mi piacciono come l'autunno. Sul serio. Molti di noi si immalinconiscono, tardano con la mente al pensiero delle perdute gioie estive. Non io. Forse sto diventando un'anima crepuscolare, ma ai colori aggressivi dell'estate preferisco quelli caldi di un autunno che colora ogni cosa con i suoi rossi meravigliosi, impareggiabili.
Non c'è artista in grado di metterli su tela con la stessa intensità, con gli stessi accostamenti cromatici che, sempre, mi stupiscono.
Guardo le viti che si arrampicano suoi muretti dando nuova vita a quelle pietre, cammino su foglie ammassate come su una nuvola in terra, osservo il cielo che spesso si tinge di azzurri e di grigi che finiscono per compenetrarsi scortati dalle ali degli uccelli in volo. Com'è monotono, il cielo, d'estate. Con quel blu così raramente soccorso dai bagliori lattuginosi di qualche nuvola che lo attraversa. D'autunno, quando non piove, i colori diventano più capricciosi, e quel capriccio mi piace.
Insomma, l'autunno mi regala sospiri di serenità. E sì. forse anche di malinconia. ma una malinconia sana, beata, dolce e tiepida come i primi maglioni di lana.
E' una natura incerta come incerto è il nostro vivere. In ogni foglia che cade vedo il mutamento che preclude a ogni rinnovamento.
Le mie piante, in terrazzo, stanno vivendo questa stagione in modo diverso a seconda della loro peculiare natura. Alcune, come le rose, si svestono completamente, altre invece sfoggiano mescolanze ardite di rossi e di verdi.
Altre ancora resistono, e accettano un sole pallido che si nasconde presto dietro ogni notte.
E io sto bene, in mezzo a loro, a guardare i contrasti del cielo prima che si spenga per accendere la sera.
E guardo lontano, verso le colline.
Penso a paesaggi che mi aspettano in quei viaggi in treno che in questo periodo sono così numerosi.
Le colline e i boschi, feriti dalla ferrovia, mi saluteranno con il loro autunno più bello.
E io, io starò lì a guardare.
IL GIORNO
Nel giorno dei morti, io penso anche ai vivi che stanno morendo…
Non ho voglia di scrivere altro perché questa foto non chiede parole. Chiede solo di guardare, e di pensare.
CARI AMICI SCUSATE LE FORZATE ASSENZE, VI HO SCRITTO QUALCHE RIGA DI RINGRAZIAMENTO NEL VECCHIO POST. MA CI SONO, APPENA POSSO CI SONO, E VI PENSO CON TANTO AFFETTO…
CATTIVA TELEVISIONE
Popper la chiamava cattiva televisione". Già. Purtroppo la famosa sera di Chi l’ha visto stavo guardando anche io, per caso, quel programma. Non l’avrei fatto, se non fosse per mia madre che, per motivi a me arcani, segue da sempre quella trasmissione.
Ma l’ho fatto, è capitato, l’ho visto. Ho visto te, SS, Sciacallo Sciarelli, dare il peggio di te. Ho visto qualcosa che non avrei mai voluto vedere. Non sono bastate le tragedie di Vermicino, le interviste morbose a Erica e Omar, le telecamere fisse su Cogne…Il grande, indimenticato Billy Wilder nel suo “L’Asso nella manica” ci aveva avvisato, tanti anni fa, sull’uso cinico del giornalismo. Ma noi, come sempre, abbiamo superato ogni immaginazione.
Cara Sciarelli, “stare sulla notizia” non significa stare sulla faccia di una madre a cui hanno ammazzato la figlia per poter essere lì quando glielo diranno, salvo poi, praticamente, dirglielo tu.
Io c’ero, Sciarelli. Ed è stata imbarazzante la tua difesa, il giorno dopo, in cui dicevi che avevi più volte invitato la signora Concetta ad andarsene. Cazzate. Lo hai fatto quando la tua aria da colombella afflitta aveva già mostrato gli artigli del falco. Artigli che hanno graffiato quel momento, quell’ansia, quello sconcerto. E lei, Concetta, stava lì, frastornata, con quella faccia apparentemente impassibile sulla quale le telecamere passavano e ripassavano per catturare qualche reazione. Una lacrima, magari. Quello che ci piace così tanto in tv. E tu, Sciarelli, eri come in preda a un orgasmo dopo decenni di frigidità. I tuoi occhietti impazzivano, a correre tra lo schermo che mostrava quella che era ormai la sindone del volto di Concetta e gli assistenti di sala con l’ultima Ansa.
Ma che fai? Interrompi! Falla andare via! Mi dicevo. Ma tu nulla. Eri “partita”. Parlavi alla signora Concetta di cadavere, quello di sua figlia, e di ricerche, di presunti ritrovamenti…
Solo a un certo punto le hai chiesto se voleva interrompere. Ma quel punto è arrivato tardi, troppo tardi. Lo squallore era già tutto compiuto. E lei, con una voce flebile, una voce sospesa nel vuoto di una speranza ormai impossibile, ti ha detto “Sì è meglio” Con un tono sbrigativo, nervoso. Spero che quel tono e quella frase ti tornino in mente per molto tempo. E spero ti venga in mente quella faccia violata dalle luci di uno studio invadente. Poteva andarsene la madre, hanno detto alcuni. Beh, sai che ho pensato io? Che eri tu a doverla proteggere. E tu, e io, e molti altri sappiamo benissimo che ogni trauma comporta reazioni diverse, a volte anche non reazioni. E sappiamo anche che “LA TELEVISIONE” per le anime più “ingenue”, meno colte, meno sofisticate, è davvero una specie di Golem, o un Totem, un qualcosa di così potente da essere intoccabile, qualcosa che non si sa come gestire mentre tu, cara, sai benissimo come farlo. Tu eri quella che doveva interrompere il collegamento. Potevi benissimo andare avanti da sola, tanto eri la primadonna della serata, tutti, tutti a usare comunque il tuo programma come riferimento. Hai perfino suggerito che l’inviata rimanesse nella casa dello zio orco con i due amici della figlia dell’orco, mentre la madre e l’avvocato dove sarebbero dovuti andare almeno un’ora prima. Sì, a far che? A prendere un tè coi pasticcini e fare una partita di briscola? Andiamo, Sciarelli, vergognati.
Quando hai capito che non c’era speranza, che tutti avrebbero dovuto lasciare la casa interrompendo il collegamento, il tuo disappunto, per il brivido di un momento malcelato, mi è sembrato davvero penoso.
Beh, comunque ci sei riuscita, sei riuscita a dire alla madre che cercavano il cadavere di Sara per le campagne.
Brava, complimenti. Portevi benissimo “stare sulla notizia” senza fare del becchinaggio. Potevi informare a tempo record, gestire i flussi di agenzie, i tempi giornalistici. Non con la madre, però. La madre meritava di venirlo a sapere in un altro modo. Un modo che molti di noi, fortunati, non hanno vissuto ma che molti altri purtroppo conoscono.
Parlo di quella scena che di solito vediamo nei film, con gli uomini in divisa che suonano alla tua porta. E tu sei lì, davanti all’irreparabile. Ma sei a casa tua, non sei in uno studio televisivo. E puoi sempre sederti, piangere, svenire. Urlare. Chiedere, ricevere conforto e notizie.
Ma non lo vieni a sapere da una giornalista demente, così, fra un cameraman e una luce, fra una tizia con un microfono in mano e tua nipote che piange e non vuole mostrarsi scappando dagli inviti ripetuti della giornalista demente. No, non così.
Questa non è televisione, Sciarelli. E non è neanche “cattiva televisione”. E’ solo vergogna.
Una volta esisteva il buon giornalismo. Chi l’ha visto?
LA VITA VAL BENE UN BARATTO
Mi capita di pensare con nostalgia al baratto. A quel tempo lontano in cui si scambiava ciò di cui si aveva bisogno, e…si viveva.
Si viveva senza la casta del denaro, senza i suoi sacerdoti laidi, i seguaci diffusi come cavallette.
Il tempio delle Banche, oggi, ci ha insegnato a inseguire ciò di cui NON abbiamo bisogno. E a pagarlo tanto, tantissimo.
Così viviamo sempre più pieni (di cose) e più vuoti (d'anima).
Altri decidono le cose di cui abbiamo bisogno, e ne determinano, spesso in modo astruso, il costo.
E noi, noi continuiamo a vivere nella prigione dei Soldi, e ci crediamo liberi, liberi di decidere, di scegliere, liberi di essere. Ma in realtà la nostra vita non è che la pallida ombra di ciò che potremmo "essere" davvero, è un simulacro di carta, la stessa carta di cui sono fatto i dollari, l'euro, lo yen…
Com'era saggio, il baratto. Prendevamo ciò che di cui avevamo bisogno, cedendo un corrispettivo reale, concreto, non esasperato dai valori "aggiunti" di marche, lussi, prestigi inventati.
Una banana in cambio di un'insalata, una stoffa per un barattolo di marmellata, una pecora in cambio di uova…
Si discuteva, si trovava il punto d'incontro per un giusto scambio.
Oggi siamo invece obbligati a considerare il "commercio equo e solidale" un evento, un fatto straordinario, quasi una scheggia impazzita nella "sanità" della nostra economia, una bestia rara in un gregge che procede nella direzione contraria. Eh già, perchè il commercio non è mai equo. E mai solidale. E' egoista, arbitrario, capriccioso.
Crea e distrugge il costo delle cose, ne stabilisce la necessità.
Personalmente, cerco di non farmi truffare dai famosi "valori" aggiunti che giustificano (giustificano?) certi prezzi stellari.
Ma non basta. Non basta.
Non basta in un mondo votato a un'unica liturgia: quella dei soldi.
E penso a com'era bello, una volta, quando si barattava. Quando ancora la merce valeva per quello che era. E, soprattutto, non invadeva con il peso della sua materia la nostra vita, che aveva ancora un che di ineffabile. Sognavamo ancora, un tenpo, un ponte gettato sulle stelle. Un ponte che non si poteva comprare. E neanche barattare.
E chissà, forse un giorno ricominceremo da lì, da quella ricerca. Dall'essenziale, da scambiare e da condividere.
Non cambiare. Scambiare.
I soldi si cambiano. I valori si scambiano.
FACCIA DA GUGIU
Gugiu è uno dei soprannomi del mio gatto Anakin (che diventa anche Tutu, Pappo, Pappasciusciu, Aninani, Nannariello, Uattutu, Tututututotutu). Confesso, faccio parte di quella categoria di rimbecilliti che danno nomignoli idioti, sia ai figli che agli animali.
Ma che posso farci? Sono completamente cotta di lui. Rincoglionita, catturata, rapita.
Il fatto è che non sei mai tu a possedere un gatto. E' lui che possiede te.
E' il tuo compagno ideale.
Ma rimane un gatto, per sua fortuna. E per la mia (a parte le lacrime angosciate quando arriva con gechi smozzicati ma ancora vivi).
Certo è che, ogni giorno, quando la mattina mi stiracchio e incrocio il suo sguardo languido e ruffiano (perchè vuole la razione di pappa), penso a come sia bella e piena una casa in presenza di animali.
Perchè loro sono un mondo diverso da tuo, un mondo che però si incrocia, familiarizza, impara con te a condividere segni, gesti, suoni.
E silenzi.
La vera comunicazione, fra Anakin e me, passa attraverso il silenzio.
E non è poco, in un mondo pieno di caciara.
Si dice che i gatti siano i compagni preferiti dagli scrittori.
Non so. So che io scrivo, di fatto, per lavoro e per diletto. E so che lui è sempre lì, accanto a me, paziente, immerso nel suo ozio dorato, filosoficamente impegnato a "essere", nulla di più nulla di meno. Vigile, attento, mai distratto. Un vero maestro. E una vera Musa…anzi, un vero "muso" – letteralmente – ispiratore. Su quel muso, infatti, si appoggiano – prima di divenire su carta – le mie parole più belle.
PIANTE DI UN DIO MINORE
Ieri curavo il mio terrazzo (che comunque lascio crescere in modo molto disordinato, selvaggio: non amo le piante "pettinate", che sembrano appena uscite dal parrucchiere). Potavo le rose, concimavo…e toglievo erbacce.
Ma, a un certo punto, è successo qualcosa che mi ha fatto riflettere molto.
Uno dei miei adorati gelsomini siciliani era invaso da un'altra pianta, cresciuta quasi a dismisura. Una pianta generica, non una "di razza", una di quelle piante che comumenete chiamamo "erbacce". Già, ma erbacce rispetto a cosa? Chi ha deciso quali sono le piante di serie A e quelle di serie B? Ecco, mentre cercavo di assassinare l'intrusa mi sentivo a disagio. Lei lottava con tutte le sue forze: ho dovuto infilare le mani nella terra e scavare, tirare, staccare pezzi…finché alla fine la radice, rassegnata, è venuta fuori insieme a un sacco di terra.
Ma non ero contenta dell'opera svolta. Chi ero io per stabilire che quella pianta, portata dai giochi del vento, non aveva diritto di vivere? Che ne aveva meno dell'altra?
Era lì, enorme, a terra, e io mi sentivo colpevole. Ingiusta.
E poi, a ben guardare, alcune non sono davvero brutte. Anzi, a essere sinceri, non eisste nessuna pianta che sia davvero brutta. Esistono piante più o meno belle, questo sì. E piante decorative, affascinanti…
Ma tutta quella flora anonima che finisce sulle nostre terrazze non ha forse anche'essa diritto di esistere?
Certo, troppe piante in un vaso finiscono per creare una competizione radicale in cui la pianta più debole è destinata a soffrire…
Ma mi è sembrato comunque ingiusto, almeno dal punto di vista dei loro diritti.
La natura è meravigliosa, e ogni sua creazione ha una ragione d'essere.
Perfino quelle che chiamiamo "erbacce".
Il mio glorioso gelsomino siciliano è libero, adesso, e ha recuperato tutto il suo spazio nel vaso.
Ma io sento di aver sottratto qualcosa di altrettanto prezioso, anche se in modo diverso.
E, davvero, non so se alla fine il mio terrazzo – già così "spettinato" – finirà per diventare luogo di approdo e sviluppo di quei quei figli di un Dio minore che noi buttiamo via regolarmente.
Del resto, che aspettarsi da una matta che fa la casina alla cavalletta a cui i gatti hanno staccato una zampa, accudendola per due giorni fino a darle l'estremo saluto?
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